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La Critica pretestuosa nel Cinema e nella vita – Cento scuse false per stroncare un film o una persona


17 Mar

dicaprio morrone

Forse il Cinema, in fondo, a essere sinceri, è morto.

La Critica non esiste poiché tutti vogliono avere ragione. Ma in verità vi dico che la ragione è mia, in quanto son illuminista profetico, raziocinante e poetico che non sbaglia un colpo come Sam Rothstein di Casinò, ah ah.

Sì, io al volo capii sempre le cose e seppi, in tempi non sospetti, che avrei indovinato tutte le mosse giuste nel tavolo verde della vita. Poiché il dado subito trassi, soprattutto quello della Knorr e presto, per via della mia sveltezza di pensiero lungimirante e troppo oltre, divenni precocemente depresso in modo smisurato, persino iracondo. Mescolando, a tarda sera, un brodino per poi bere un crodino come Spider di Cronenberg.

Rimembrando anzitempo, a mo’ di Strange Days, sui miei sogni perduti, scioltisi e liquefatti nel me oramai annegato nella perdizione d’uno spazio-tempo corroborato soltanto dalla vivacità estemporanea delle mie passate, memorabili memorie.

La gente attorno a me mi disse che non avrei dovuto fissarmi nell’imbrodarmi, per l’appunto, sulle mie prodigiose gesta eroiche della prima adolescenza, arenandomi nella nullafacente magnificazione del carisma derivatomi da un passato glorioso e felice. Poiché, ancora troppo giovane per disperarmi e celebrare, dunque, solamente i tempi migliori del mio me oramai smarritosi nella recondita reminiscenza delle mie trascorse glorie, non potevo arrendermi.

Ma mi arresi presto. Lo affermo con orgoglio totale. Non rinnegando la mia scelta esatta e impeccabile.

Oserei dire implacabile, temuta e da tutti osteggiata, combattuta e zittita con ricatti e perfino con ricoveri coatti al fine che diventassi, come quasi tutti, un gioviale e superficiale coatto e la smettessi di adombrarmi nella stupenda, incantevole topaia confortevole della mia vita da ratto, lontano/a dalle zoccole e dalle baldracche, dalle risate facete e dalle maschere d’una società a pecora più d’un formaggio sardo.

Sì, una società cieca e sorda. Brava solo a innalzare squallidi trofei sconci d’una vita tronfia, diciamocela… da stronzi.

Poiché, come sopra vi dissi, come Sam Rothstein vidi già giusto, profetizzando anche la mia rovina inenarrabile ch’eppur io qui, nelle righe seguenti, vi racconto.

Basti vedere C’era una volta a… Hollywood, una delle peggiori disgrazie del Cinema contemporaneo.

Guazzabuglio di nostalgico, patetico passatismo buono per gente oramai alla frutta che gusta i film tra il pelare le patate e leccare un sorbetto, sorbendosi questa minchiata micidiale che non darei da vedere neanche a un malato terminale nel letto d’ospedale che non può mangiare nemmeno un passato… di verdura.

Sì, è un film da flebo, liofilizzato pastrocchiato di banalità a buon mercato, un profluvio di leccate di culo allo spettatore cinquantenne pasciuto in stato contemplativo della Hollywood degli anni d’oro e dei suoi glory days oramai affievolitisi in un’esistenza monotona, grigia e imbrunita nel tedioso avanzare dei giorni tutti uguali e procedenti nella putrescenza marcescente del buonismo elegiaco e vano.

Film da vedere, stravaccati sul divano col vino in mano.

Ah, vite orrende s’allineano e assiepano nella mestizia della loro sconsolatezza immonda.

Giornate scandite dalla tristizia alternata alla finta allegria di facce contentamente false di gentaglia che, dopo aver timbrato il cartellino, soprattutto d’una vita opaca, mestamente nella noia più soporifera scivolata, tristamente ci s’adagia sul divano, per l’appunto, in maniera non più scanzonata come il panzone Homer Simpson, stanco pure della moglie che prepara soltanto l’insalata, azionando il tasto play del lettore Blu-ray del cazzo. Che promana tale immane cagata tanto orridamente da molti incensata, da poco in home video distribuita e sfornata.

Sì, un polpettone indigesto che non manderei giù nemmeno con l’amaro Montenegro dal sapore vero.

Per fortuna, questa pellicola da voltastomaco fu poco oscarizzata.

La carriera di Tarantino, checché se ne dica, terminò con Jackie Brown. Salvo qualche scena del dittico Kill Bill, comunque altro minestrone d’aria fritta condito con wuxia e la tuta, non fuxia, bensì gialla della bionda Thurman Uma, donna per l’occasione dimagrita quasi in modo anoressico, malgrado il muscolo tirato a lucido soprattutto dello spettatore in là con l’età che spara, onanisticamente, le ultime cartucce nell’ammirare le pose plastiche dei movimenti pelvici di Uma come un maniaco bavoso alla David Carradine senza vergogna. Sperando che, fra una mise e l’altra, Uma indossi finalmente, come si confà a una donna, un’eccitante gonna.

Poiché Roberto Vecchioni docet… voglio una donna… prendila tu la signorina Rambo…

Sì, l’ammiratore di Kill Bill è un uomo âgée che fa il guardone marpione nella speranza che Uma, nel suo farlo… incazzare, no, focosamente arrapandolo, no, potentemente arrabbiandosi, mostri un po’ più il décolleté e si svesta lestamente di déshabillé. Ma questo viene, no, non avviene manco per il cazzo e sono solamente contro cazzi da Eddie Bunker/Mr. Blue de Le iene.

Un uomo, Edward, che in carcere s’indurì tantissimo ma, a differenza di molti ex detenuti che, ritornati alla vita normale, furono inteneriti da chi ancor di più, già dapprima stigmatizzandoli, li rese poi emarginati, seppe mantenere un profilo di estrema dignità, riciclandosi come scrittore hard, sì, boiled, di pregevole qualità.

Senza disconoscere le sue colpe, proseguì per il suo percorso, fottendosene dell’orgoglio.

Eddie si recò spesso in yogurteria a tarda sera, ordinando un gelato all’amarena. Leccandosi in baffetti con aria furbetta. Quindi, finito di sgranocchiare il cono, tornò a casa. Succhiandosi i polpastrelli e poi digitando su una tastiera della Olivetti da Bukowski della situazione poco cremosa.

Poiché lo sa Marsellus Wallace di Pulp Fiction… mettiglielo tu nel culo.

Per il resto, i film di Tarantino sono merdaccia da ripulire nel bidet.

Basta, bando alle ciance. Il Cinema non è fatto solo di dialoghi da Bastardi senza gloria, di Christoph Waltz ispirati e di Brad Pitt coi capelli svolazzanti nel vento dell’ebrezza, anche ebbrezza, dei sogni perduti e, come detto, oramai svaniti nella magra consolazione di malinconiche celebrazioni alla bona come Margot Robbie, no, alla buona come il suo finale buttato via e girato malissimo.

Per l’amor di dio, sì, Dio vi scampi anche da The Hateful Eight. Un film che vorrebbe essere Rapina a mano armata, già ispiratore di Reservoir Dogs, in salsa western pasticciata. Con tutte le incongruenti analessi incorporate e attori onestamente lessi. Un film ove tutti fanno la figura dei fessi, compresi i sopravvissuti alla fine poiché non bisogna magnificare Abramo Lincoln, anche lui non esente da colpe inequivocabili, bensì accarezzare, sotto un camino caldo, il vostro cane Lassie.

Io ben lessi, cinematograficamente parlando, questo filmaccio? Sì. Onestamente, Tarantino non saprebbe e non saprà mai scrivere come Shakespeare poiché potenzialmente potrebbe ma mette troppa carne al fuoco ed esagera col gore nei suoi film da scoppiato, chissà se poi davvero dalla Thurman scopato, tanto da renderli quasi degli horror, degli splatter insipidi più del finale bruciante di Once Upon…

Che quella Jennifer Jason Leigh, sì, quella lì, si sciacquasse il viso col sapon’. È proprio una zoticon’.

Lungo il mio cammino da Richard Gere de Gli invisibili, grande film che si mangia tutte le stronzate recenti di Quentin col solo pauperismo della verità più assoluta e schiacciante, un film che non è un giocattolino alla Tarantino, bensì uno squarcio esistenziale amarissimo eppur onestissimo su un uomo oramai irreversibilmente irrecuperabile e impazzito, sì, lungo la mia strada incrociai persone ingrate, completamente irriconoscenti e integralmente incoscienti.

Su Facebook avvengono episodi, oserei dire, di efferatezza grottesca da lasciarmi rabbrividito e sempre più costernato.

Gente con cui la sera prima andasti bere una bionda, ti cancella inopinatamente dalle amicizie solo perché avesti l’ardire, in merito di Cinema o di Politica, di contraddirla.

Poiché questi qui, anti-democratici, desiderano sempre avere ragione. Diventando dunque come Sam Rothstein, ah ah.

Qualche sera fa, oh sì, ve lo dico… una ragazza, la quale ancora campeggia trionfante sulla cover di un mio libro noir con qualche passaggio indubbiamente piccante, io m’avvidi che mi tolse da FB in maniera inusitata e inopportunamente fetida.

Le chiesi, tramite mail, la motivazione di tale sua decisione sconsideratamente bastarda.

Lei mi disse che, malgrado sia entusiasta di essere la protagonista della mia copertina, col senno di poi pensò che la gente avrebbe potuto credere che fra me e lei poté esservi stato o esservi qualcosa di più intimamente ficcante di un rapporto professionale decisamente disinteressato.

– Perché l’hai fatto? Non abbiamo avuto un rapporto an… e.

– Sì, non abbiamo avuto mai nessun rapporto. Sinceramente, ho solo intascato i soldi dei diritti d’immagine.

 

Complimenti, continuiamo così.

Ogni pretesto è buono per non ammettere il vero. Il vero è che queste persone meritano soltanto una lezione.

Così come Tom Hanks di Philadelphia non fu licenziato poiché poco efficiente sul lavoro, bensì malato, queste persone elidono gli altri solamente perché sei troppo grande per loro, sotto ogni punto di vista.

E vogliono solo ridere e ballare come idioti, godendosela da matti alla faccia dei coglioni che, dopo la loro morte, lasceranno qualcosa.

Che sia brutto o bello, i poeti, dunque i matti, non vissero solo di chiacchiere e di trombate, di pasta asciutta e di du’ spaghi.

Ed è per questo che, secondo me, Clint Eastwood è il più grande.

Poiché, anche quando leggermente retorico o troppo classicista, smaschera ogni ipocrisia con indubbia raffinatezza da signore d’alto stile che se ne fotte di queste oscene, fradicie lotte fratricide fatte di corna, gelosie e invidie.

Sarebbe, in effetti, come dire che Blade Runner non sia un capolavoro perché derivativo di Metropolis.

Allo stesso modo, sarebbe come affermare che Joker non sia un masterpiece poiché copia da Taxi Driver e da Re per una notte.

E che Todd Phillips sia solo il regista di buone commedie lontane anni luce dai primi capolavori di Tarantino.

Dunque, la Critica, la cosiddetta intellighenzia di scemi e leccaculo, eh già, aprioristicamente già decise che Phillips non sarà mai Tarantino.

Infatti, è meglio. Attualmente.

Tarantino ha stufato.

Il Cinema lo conosco meglio di lui e, in tutta franchezza, le sue trovate antistoriche non mi paiono affatto geniali o stoiche. Bensì delle agiografie dei cazzi suoi.

Meglio essere aristotelici, anche aristocratici.

Così è, il verdetto è emesso.

Così sentenzio Dante Alighieri, no, come disse Salvo de Il grande fratello, il giudice Sante Licheri.

Di mio, che posso dirvi?

Non lavorerò mai, statalmente e comunemente parlando. Scriverò libri e recensirò film, avendo pienamente ragione sulla Storia e sulla mia vicenda incredibile, giudicando con severità i cretini e gli ignoranti, soprattutto in fatto di anime altrui, vivificandomi nel vento e rivivendo una volta che sarà finito questo coronavirus maledetto.

E camminerò con nonchalance, cazzeggiando a destra e a manca.

Se non vi sto simpatico, noleggiatevi un film di Muccino e date da mangiare alla gattina.

Poi, signor Leo DiCaprio, cos’è questa panza qui?

Ah ah.

Sì, dicasi panza di un attore oramai imbarcato. Eh già, guarda che yacht. Guarda anche che nuova mignotta.

Sì, Camilla Morrone. Ma vi sembra che Rick Dalton debba stare assieme a questa rompicoglioni della minchia? E, su questa freddura finale, vi lascio e proseguo nella quarantena.

Ripeto, per me non è un problema.

Dalla nascita, vivo in quarantena.

A voi, invece, poveri ilici, se tolgono il vostro aperitivo il sabato sera, vi viene lo sturbo.

Scusate il disturbo. Finita la quarantena, potrete continuare a prendermi per il culo. Perseverando, ottusamente, a dirmi che dovrei crescere e andare a puttane come tutti.

Siete accomodati. Chi è il primo? Si faccia avanti.

Non vorrei però che, con sua somma sorpresa, non avesse capito che ora sono più cattivo di Cliff Booth e Charles Manson mischiato alla crudeltà di Polanski. E potrebbe, quindi, farsi molto, molto male.

Sì, non sono cambiato. Almeno prima ero felice nella mia pazzia sana. Adesso non ho neanche più quella.

Sì, sono l’unica persona al mondo dimessa per ben due volte consecutive da un centro di salute mentale.

Ma, oltre alla quarantena innata, ho anche quarant’anni e pure il Cinema non mi piace più. O forse di più poiché la vita reale, sociale come direste voi che scambiate la socialità per animalità, non fa per me e mi pare sacrosanto che sia libero di vivere dei miei sogni, reali o no,

Una delle più grosse tragedie che la storia ebbe mai. Al cui confronto, lo stupro a Sharon Tate fu una barzelletta.

Ed è quello che certe persone si meritarono con la loro arroganza, la loro supponenza, la loro tracotanza e con le loro panze da sapientoni che, sottolineo ancora, non combinarono niente di buono.
Se non passare il tempo a sentenziare in modo illecito e cattivo. Ma, in tutta onestà, non sono neppure cattivi come Sentenza/Lee Van Cleef.
Almeno lui ebbe carisma da vendere. Questi oramai sono da manicomio.
E mi pare anche sanissimo che ora soffrano come cani.

 

di Stefano Falotico

dicaprio

La società odierna è sempre più un jeu de massacre per svilire e annichilire l’altrui joie de vivre finché non arriva Rocky Balboa di Rocky V o solo Eastwood di Million Dollar Baby


23 Nov

RockyV

Parafrasando Joe Pesci di Casinò: nel deserto vi sono un fottio di buche ma voi vi siete lasciati fottere da uno che tutti e tutte mette in buco, no, buca

Sì, la vita occidentale, da che mondo è mondo, come si suol dire, è stata perennemente e permanentemente una futile rincorsa per procacciarsi l’altrui stima e dunque per tirare a campare il/al meglio possibile secondo una scala alimentare presieduta al suo vertice dall’uomo più ludro. Probabilmente, anzi sicuramente, più lurido.

Dato che, dietro tutto il suo or(c)o che luccica, costui deve aver magnato come un porco in modo sporco come un affamatissimo lupo tutti gli agnellini, spolpandoli sino all’osso, spompandoli e tutte le ninfe cerbiatte spupazzando, spremendo chiunque gli capitasse a “tiro”, per l’appunto, come un limone o soltanto inchiappettando chicchessia come un avido, arido volpone ché, stando sopra chiunque, ama essere cavalcato e odorato, no… scusate, adorato come uno che la sa lunga e dunque può permettersi tutto.

Tutti e tutte, tranne me.

La mia indole è quella pionieristica daDaniel Day-Lewis de Il petroliere. Tutti, pendendo dalle labbra d’un sistema dominato, per l’appunto, da un subdolo gerarca che li sottomette in maniera violentemente subliminale e anche inguinale, credono che, nella profondità delle loro lobotomizzate e desertificate anime, non vi sia il petrolio che valga tanti (di)amanti.

Al che, rabboniti dal cinismo che va per la maggiore, soppressi dal caporale alla sommità di ogni fascistica, repressiva istituzione, si sono arresi, celebrando l’immensità di amori spesso trasognati o solo fantasticati.

Poiché, arretrati o atterriti dalla realtà cupa loro giornaliera, oberati nell’essersi lasciati obliare da chi nelle coscienze li plagio, obnubilò e onestamente inculò, totalmente anneriti e quindi nell’amor proprio sfiniti, sanno solamente decantare i loro lamenti, consolandosi sull’Autostrada A1, cioè detta del Sole, nell’alzare il volume quando, in radio, odono la sempiterna ed eterea, celeberrima hit di Lucio Battisti, venendo nelle mutande ed esultando d’estasi mistica come se, in stato di grazia, si trovassero dinanzi al definitivo, vincente goal di una Coppa del Mondo di Calcio della loro Nazionale, nei magici istanti in cui Lucio, guidato da Mogol, cantò ed eternamente scolpito nelle memorie di tutta una loro vita andata a puttane, eh già, per loro, sino all’attimo della morte, canterà…

Oh mare nero, oh mare nero, oh,

tu eri chiaro e trasparente come me…

Io, invece, con aria torva e antipatica, ricevo l’eufemistica patente di ragazzo simpatico. Traducibile invero, in forma più realistica, nell’offesa di handicappato o di puro disgraziato.

Ma, sebbene sia stato sin dalla nascita sgambettato, non sono ancora stato (in)castrato. Anzi, più insultate con veemenza, più me ne fotto con potenza.

Ah ah.

Le insospettabili, incompatibili somiglianze fra noi tutti: della serie, pensavi di essere in retrocessione e scopristi invece che vincesti lo scudetto, domani però ti aspetta il golf(ino)

Sì, voglio prenderla molto larga, iniziando certamente da un tizio che, per mia disgrazia immane, per mia sciagura indicibile, in questo percorso altalenante ch’è la vita coi suoi alti e bassi, in questo dondolare, ciondolare, svaccarsi, cazzeggiare, quindi lavorare, forse ancora poltrire in cui ballonzola l’esistenza di noi tutti, alcuni dei quali, perdendo la spinta per la resistenza, si danno poi alla morte, cioè al suicidio e dopo il suicidio a essere inesistenti, dicevo… nella sfiga, no, nella vita anche senza una figa o una lira eppur dotata di una mia anima lirica, col suo perpetuo nostro peregrinarvi e in essa naufragare ma non trombarcela, incrociai un essere incerto che mi rese un uomo assai impervio. Soprattutto incazzato, assai certo che gli avrei spaccato il culo con far superbo.

Fu un mio momento di demenza nel quale, dunque, ammetto or con coscienza che non ero molto in me. Adesso ne sono consapevole ma quasi mai ne son conscio, malgrado una volle, ieri, farmi assaggiare le sue cosce per intero e perciò nel loro interno in tale mio rigido, penoso inverno.

Sì, ieri sera, una ragazza fu lapidaria ma estremamente sincera:

– Sai che sei piuttosto carino?

– Davvero? Non lo sapevo. Avresti carta e penna? Vorrei annotarmelo. Non si sa mai, potrei dimenticarmene.

– Non importa, ci sono qua io a ricordartelo sempre. Come e quando vuoi, sono tua.

– Ah sì? Semmai ricordamelo domani. Stasera, ho voglia di guardare un film di Bergman, ciao.

– Fai veramente schifo, sei orribile!

– Cazzo, finalmente ho trovato un blocnotes. Mi segno anche la tua offesa.

– Così non ti passa di mente?

– No, così la leggeranno anche i carabinieri.

– Vuoi denunciarmi per così poco?

– No, figurati. Sono sempre andate forti le barzellette sui carabinieri. Chiederò loro se possono trovarti un posto in caserma. Sì, ti vedrei bene come donna nell’ufficio ove nessuno se l’incula ma metterai allegria con la sua faccia inespressiva da stampante senza cartucce.

– Basta! Io ti ammazzo! Sì, ora ti minaccio davvero!

– Perfetto. Allora, dopo che ti avranno assunto, ti licenzieranno e poi ti arresteranno.

– Che vuoi dire?

– Sai, intanto, fra pochi giorni potrai lavorare. Di solito, prima che una persona, denunciata, venga arrestata, eh già, passano mesi.

Puoi ancora, per un po’, andare a fare shopping con le tue amiche fottute nei tuoi sabati pomeriggi liberi.

 

Fui un coglione? No, era racchia. Aveva pure la voce da cornacchia.

Sì, era un periodo nel quale mi scorporavo parecchio, mi masturbavo le tempie e mi scopavo da solo in un duraturo, durevole ma soprattutto durissimo presente senza cognizione del tempo, un periodo in cui fantasticavo di compenetrarmi in suadenti, morbidi, dolci corpi femminili stuzzicanti. I più dei quali appartenevano non a me ma alle attrici più fisicamente dotate e rinomate dell’Hollywood dorata. Cioè ai loro mariti.

Ah ah.

Di mio, me ne fottevo.

Sì, il mio fu all’epoca un campionario di proibite, inconfessabili fantasie erotiche che qui, spudoratamente, ho l’ardire, oserei dire l’osé della svelata scostumatezza mia rivelatasi in tutto il suo innocuo candore, di confessarvi con impudico ardore, prostrandomi in sacro pentimento come se m’inchinassi dinanzi a una super modella che posa (ci sta anche il congiuntivo posi) reclinata a novanta gradi, totalmente ignuda ma soprattutto ignara che, nel fatale attimo del suo inchino divino così esuberantemente non avaro di mostrarsi a me completamente fulgida e chiara, sto (no, non ci sta il congiuntivo stia) sperando già che sia mia futura sposa integralmente giammai amara, per sempre da amare in modo rocchettaro, ovvero strimpellandole la mia chitarra e godendoci, dunque gioendoci, unti e assieme uniti, di melodie musicali perfino da compagni che odiano i discotecari e che, dopo aver fatto sesso, baciano (ci sta anche bacino) addirittura gli acari depositatisi sul tappeto ove la copulai mentre, avendola e fornicandola, dolcemente le sussurrai ti amo ma lei, eccitata dall’amplesso ardimentoso ed esageratamente voglioso, per ancor più eccitarsi, mi spronò a un volgare vocabolario di onomatopeiche mentre le stetti per venir in topa in modo frastornante, cioè di orgasmo da animale ululandole, in particolar specie, forse lupesca, eiaculante tutta la mia passione ficcante, prima di fumarmi una sigaretta rilassante sul letto ora libero dalla sua rottura di cazzo scioccante.

Un attimo prima dell’eiaculazione, eh sì, scoccante.

Il tappeto si sporcò mentre i vicini, disturbati dalle grida di godimento sconvolgenti, dapprima si turbarono freneticamente ed ebbero intenzione di chiamare immediatamente le forze dell’ordine per disturbo della quiete pubblica e anche per lor ascoltato oltraggio al pudore ma poi, empaticamente, ecumenicamente, incapricciati dal nostro amarci di vivida e vera passione senziente, le loro intime voci del cuore auscultarono fervidamente. Ribollendo di emozioni sepolte, adesso ritornate virulentemente.

Dunque, dopo la loro prima moralistica reazione palpitante, ovvero lo stupore dinanzi alle urla del nostro apparentemente scandaloso furore effervescente, sentirono il piacere febbricitante ed elettrizzante della condivisione euforizzante. Stimolati quanto la mia lei stimolai in quell’atto orgasmico devastante, vollero anch’essi assaporare le dimentiche (diamo un tocco aulico, potevo dire semplicemente dimenticate) autenticità delle loro oramai scordate, oserei dire scorate e scoraggiate nudità disarmanti, forse solo da me disarmate.

Dunque, ancora della figa, no, della vita amanti. Sconsacrandosi. Forse solo scopandosi.

Poiché, disamorati della vita congiunta, “scoreggiati” dal fetore dei loro odiati lavori che purtroppo, volenti o nolenti, devono strettamente tenersi altrimenti di fame morirebbero oppure camperebbero a stento e di stenti, con vocalità rielevatesi in apoteotica gloria, risvegliati dal nostro mordace, squillante, scalpitante calore, appassionatamente rimembrarono i tempi in cui, non ancora cinici e vanagloriosi, s’amarono senza il peso delle loro odierne amarezze da uomini barbosi.

Sì, riscoccò la rimembranza da parte degli uomini di un’epoca in cui non erano solo i membri di un’azienda, bensì vagheggiavano le membra anche della segretaria tuttofare. Che ancor oggi sognano di stantuffare a costo di smembrarsi, svenarsi, forse solo venire.

Torniamo, dopo l’alleluia dei sensi e perciò anche degli riscoperti seni, al tizio che vi citai a inizio scritto.

Studiava Economia e Commercio. Da provetto, come no, economista e statista di un lavoro che, a distanza di vent’anni da allora, è adesso solo quello dello stagista, m’apostrofò con fare schietto, gridandomi da poveretto:

– Stefano, ti sarò sincero. La gente scopa, si diverte e va alle feste. Cose che tu non farai mai!

 

Sputò tale idiozia con una protervia, con una prosopopeica cattiveria da lasciare stecchito anche Gene Hackman del film La giuria.

Infatti, io sono John Cusack del medesimo film.

Cosicché, colto in un momento d’impari fragilità interiori, crollai a pezzi dirimpetto a tale suo squallido, osceno affronto scabroso.

E impazzii, forse inveendo contro persone che non c’entravano niente. O forse c’entravano ma mal m’avevano inquadrato. Sì, anche loro non m’avevano ingroppato.

Ora, se nella vita avessi voluto far il quadro, sarei uno che gli atri squadra, giudicandoli secondo gerarchie aziendali, se invece voglio far l’artista, non ho bisogno dei compassi e delle squadre, bensì della fantasia e della mia anima, miei brigadieri, brigatisti o solamente fancazzisti.

Molta gente, a tutt’oggi, erroneamente pensa orridamente che io scriva libri per ricevere un “bravo”, per essere ammirato o, peggio, per venir accettato o diventare un ammiraglio.

Credo che di me poco abbiano quagliato. Sono degli asini e ragliano. Forse solo sbavano.

Io non sono attorniato da dottori che mi possano insegnare le umane, sociali relazioni e, mi spiace, non son affetto da mentali dolori che mi stipino nella catacombale segreta delle mie emozioni segrete.

Da voi ritenute costipate e strozzate. Continuate sol a dirmi di uscire dal guscio. Non sono uno struzzo, non sono uno stronzo. Forse sono solo un gonzo.

Invero, posso dirvi che è da quarant’anni che dall’utero materno son uscito e dico qui altresì che sono come Martin Lutero.

Ieri sera, ammirai la simpatia e la bellezza di Virginia Raffaele, donna divenuta famosa per le sue imitazioni dei cosiddetti VIP, soprattutto di Belén Rodríguez.

Sì, Virginia è perfino più bella, a ben vedere, dell’originale, vale a dire della Rodríguez. Sarebbe piacevole parlarle, diciamo anche intimamente parlarvi…

Vorrei capire perché le piace scimmiottare le sceme quando in verità potrei offrirle il mio essere scemo e fare con lei la scimmia.

Credo, inoltre, che sia una donna molto sexy, indubbiamente, Giulia Salemi. Sicuramente, mi attizza più di quel salame di Vincenzo Salemme. Diciamocelo, uomini che credete a Gesù di Betlemme, ebrei di Gerusalemme e mio matusalemme, alla Salemi occorre lo zucchero e poi ancor più sale. Ah ah.

Giulia, donna giuliva che ama le maschili olive e che va ora in tutte le trasmissioni a dire che la gente le dà della puttana poiché s’è fatta i soldi grazie soltanto al suo vertiginoso spacco mostrato in passera, no, in passerella al festival di Venezia del 2016.

Lamentandosi che vorrebbe essere vista come una donna vissuta, intelligente e cazzuta che possiede tanti superdotati, no, tante doti.

Sì, vi racconto questa. Rappresenta il nocciolo di tutta la faccenda. Insomma, della porcata.

Viviamo nella società delle apparenze.

Avete mai visto, che ne so, su Facebook… una che inserisce la foto di lei appena sveglia?

È la stessa persona che dice di voler essere ammirata per il suo cervello quando, nei suoi album, ha solo foto di lei sui tacchi a spillo a una festa mondana, tutta in tiro per tirarli. Tirandosela di brutto da bellona.

Quindi, la dovremmo finire con le ipocrisie. Così come la dovremmo finire con me. Io sono proprio come mi descrivo. Non v’è né timidezza né scontentezza, né lietezza né gaiezza. Io sono io. L’idiozia m’annoia. Spesso sono tutti uguali. Anzi, nessuno è uguale all’altro ma tutti vogliono distinguersi, vestendo però allo stesso modo, vivendo nello stesso mondo.

Uno guarda un mio video su Joker, film su un malato di mente meno malato del mondo intero, e con sarcasmo mi scrive:

– Bellissima video-recensione. Perfetta, impareggiabile, impeccabile. Ho solo una curiosità: qual è la patologia di cui sei affetto quando gesticoli in modo così insopportabile?

La mia risposta:

– Soffro, invero, di una patologia rara e anomala. Secondo un luminare psichiatra premio Nobel, sono il più grande psichiatra del mondo. Secondo la gente di strada, sono matto e soffro di delirio d’onnipotenza da incosciente universale, storico e tragicomico. Secondo il luminare psichiatra, invece, siete voi gli incoscienti.

Dunque, dopo averti ringraziato per aver ammirato la mia video-recensione, vorrei solo farti una domanda:

– Il tuo sottile sarcasmo del tutto gratuito, dimmi pure, nasce dalla noia, dalla melanconia, dal disturbo borderline o semplicemente dall’infelicità e dall’invidia?

 

Sì, credo che passerò il resto della mia esistenza a scrivere libri, a corteggiare donne bellissime e a fare sostanzialmente un cazzo.

Se vi dà fastidio, basta che vi lanciate dall’attico del grattacielo del palazzo di Donald Trump e morirete, certamente.

Morale, morale immorale, dunque giusta: se pensavate che mi sarei piegato ai ricatti ipocriti, avete trovato uno che vi spiezza in due come Ivan Drago.

Ora, scusatemi, devo continuare a tirarmela. Se posso darvi un coniglio, no, un consiglio: tiratevela anche voi, più ve la tirerete e più ne verrà. Fidatevi.

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di Stefano Falotico

 

Leo Gullotta doppia Joe Pesci in THE IRISHMAN: ogni volta che vado a Roma, divento Mio cugino Vincenzo


29 Oct

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Sì, sarà Leo Gullotta a doppiare Joe Pesci in The Irishman.

Se possedete Netflix, potete già gustarvi il doppiaggio di Gullotta nel trailer. Su YouTube ancora non vi è!

Ora, il doppiatore storico di Joe Pesci è stato Manlio De Angelis. Peccato che Manlio sia morto nel 2017.

Negli ultimi anni, non c’è stato bisogno di doppiare Joe. Dato che s’era semi-ritirato.

Facciamo però chiarezza. Pesci è stato doppiato in Toro scatenato da Piero Tiberi, no, non da Tiberio Timperi. Questo doppia solo Francesca Fialdini. Eccome se fa la doppietta.

Lei invece fa un po’ la tr… tta e allora Tiberio con lei non va più a cenare in trattoria.

Francesco Alò invece, stroncando l’interpretazione di De Niro e il film di Scorsese, ha detto che il personaggio di Robert va avanti nel film come un trattore.

Ma torniamo a Leo. No, non DiCaprio. Sebbene Scorsese e DiCaprio, secondo me, si amano segretamente.

Gullotta doppiò Joe anche in C’era una volta in AmericaMoonwalker e Mio cugino Vincenzo.

Ecco, io ho visto The Irishman al Festival di Roma. Ma non ho voluto saperne d’imbucarmi alle feste.

Sono come Rust Cohle/Matthew McConaughey. Ove sento puzza di bruciato, cioè di porcume e troiai, divento nichilista e m’ottenebro nella malinconia. I carnai, la frivolezza, le carnascialesche dolcezze mi ripugnano, mi repellono e le odio senza malincuore.

Scorsese è sempre stato scisso fra due poli agli antipodi, ovvero i preti e i gangster. Non uso il plurale di gangsters perché voglio italianizzare. Sì, lo stesso Scorsese ha più e più volte ribadito che, se non si fosse realizzato come regista, avrebbe purtroppo optato, giocoforza, per queste due scelte. Lo “auto-biografizza” anche Jack Nicholson nell’incipit di The Departed.

Scorsese, difatti, entrò in seminario e, se non avesse avuto voglia d’incontrare una donna, semmai per inseminarla, oggi probabilmente sarebbe in un monastero alla Silence oppure dietro le sbarre. Poiché i criminali, prima o poi, la pagano.

Roma è piena di zoccole.

Per dirla alla Pesci di Casinò, ce ne sono un fottio. Ah, pensano solo a (s)fottere, tutte incipriate e, per l’appunto, in tiro. Rifatte, strafatte, a volte strafighe, non lo metto in dubbio ma spesso e volentieri sono solo delle sfigate in cerca dei flash dei paparazzi per essere immortalate come imbalsamate per quattro voyeur rimbambiti.

Gente oramai andata, fottuta completamente. Che s’illude di essere felice solo perché ha i soldi in banca. Poveretti. Gente che col Cinema non ha niente a che vedere ed è infatti meglio che ne stia lontana e non lo veda. Persone che non hanno pathos nell’anima, hanno esistenze piatte. Monotematiche, monolitiche. Fatte, per l’appunto, solamente di soldi a palate rifilati per corrompere qualcuna che non sia suora ma a loro su(p)ina di rosolata, elargita patatina.

Come no? Roma è il cul(t)o per eccellenza di questo puttanaio. Starlette perfino con brutte tette che scosciano in passerella quando non sono belle passere ma hanno solamente la tessera d’accreditate poiché l’unico credit da loro esibito è averla registrata come Belén Rodríguez.

Sì, l’unico film di successo della Belena è stato il suo porno casareccio d’impuro sesso.

Per il resto, piattume totale, encefalogramma d’ameba, cosce d’indubbia, ottima fattura ma, stringi stringi, Belena vuole solo la confettura. Eh, diciamocela, porca puttana.

Senza peli sulla lingua. A proposito, nel suo porno non si vede se sia pelosa sull’inguine.

Sì, Belena non mangia le linguine allo scoglio poiché deve mantenersi in linea… coi canoni non della Rai ma di Mediaset.

Natale in Sudafrica! Eh sì, se l’è sudata questa sudamericana a botte di darla in maniera extralarge su body servito all’uomo accalorato-medio italiano che la deve chiedere sempre.

No, non sono un moralista. Sono pieno di porno in casa. Ma almeno sono porno veri. Non sono film con attrici che vogliono prendere da tutte le parti. Sono almeno attrici deliziose nel prenderlo dappertutto senza remissione dei peccati.

In Italia invece molte donne vogliono la vita moralmente rispettabile da Tú sí que vales per fare pure le brave bambine in Don Matteo.

Incredibile! Qui ci vorrebbe il grande Terence Hill dei bei tempi, ovvero de Lo chiamavano trinità. A queste sberle vanno dati solo calci in culo.

No, io ogni mattina, prima d’approdare all’Auditorium, andavo alla caffetteria Briò Bistrot, ubicata in Piazza Apollodoro.

Praticamente, ho stazionato più lì che in albergo. Ho scolato cinquemila caffè, osservando stomachevoli coppiette sposate intente a litigare fra un primo e l’altro disgustoso, giovani intraprendenti cinefili impegnati a scambiarsi opinioni da ignoranti, sedicenti intellettuali soltanto sedicenni e critici capaci di esegesi magnifiche ma inetti perfino a ordinare un dessert.

Sì, persone che conoscono a memoria tutti i film di Scorsese ma scambiano il ketchup per la maionese e un cappuccino schiumoso con la crème de la crème delle persone che leccano pur di guadagnare 3 Euro in più, cioè gente che a loro volta fa venire la diarrea più di un quintale di profiterole.

Approfittatori!

Sì, sono di Bologna ove le lasagne vanno forti. Ma volevo assaggiarle a Roma. Superbe, con una besciamella che non abbisogna della profilassi per saziarti.

Come dico io, l’appetito vien mangiando. Chi ha i soldi ne vuole fare di più per farsene di più.

Di mio, non ho molta fame. Ma le lasagne mi piacciono. A te invece, donna bagascia, non piace quella cosa altrettanto bianca e densa che ingoi, ti schifa ma lo fai perché lui possa pagarti la cena.

Ah ah.

Poi, durante un pomeriggio super noioso, mi son incamminato per tutta via Flaminio, fermandomi al Caffè dei Carracci.

Sì, avevo finito le sigarette e questo bar è fra l’altro l’unica tabaccheria in zona.

Proprio mentre stavo per entrare, ho avvistato una faccia che, parafrasando Totò, non m’era nuova.

– Davide?

– Sì, chi sei?

– Sono Stefano.

– Stefano Falotico, certo. Abbiamo pure scritto assieme questo libro, Nel neo(n) delle nostre avventure (per caso c’è l’allusione al neo di De Niro? No…).

– Non mi hai riconosciuto?

– All’inizio, no, sinceramente.

 

Onestamente, nonostante parliamo da anni su Facebook in chat, non ci siamo mai visti dal vivo.

Ah ah. Questa è splendida.

– Davide, che ci fai qui? Siamo lontani dall’Auditorium.

– Sono venuto qui per comprare le sigarette della Marlboro. È l’unica tabaccheria della zona. Tu, invece, come mai qua?

– Sono venuto a comprare le sigarette della Chesterfield.

 

Ah, su Roma avrei da raccontarvene tante.

Tanti anni fa, un tizio, il quale su FilmTv.it si faceva chiamare Ragiontravolta, m’invitò a una festa assieme a una di nome Cristina.

Tale Cristina all’epoca era presa da me. Credeva che fossi un grande talento letterario.

Mi propose un favore sessuale. Sì, se mi fossi accoppiato con lei, mi avrebbe raccomandato per la Guanda.

La mandai a farselo dare nel culo. Preferisco rimanere un panda. Sì, sono un essere in via d’estinzione. Lei mi rispose che dovevo crescere e io le ribadii che non doveva rompere le palle.

Al che, partirono pettegolezzi, notti d’imbrogli e sotterfugi. Lei in combutta col Ragion a farmi scherzetti, a telefonare a una tipa, dicendo che c’eravamo incontrati e che io ero stato a letto con lei.

– Non è vero.

– Le dico che è vero. Come fai a smentirmi? Ho la foto di noi assieme.

– Non dimostra nulla quella foto. A chi la mandi?

– A lei.

– Non ci provare.

– Non sei venuto con me e ora ti rovino la vita.

 

Sta qui era pure in confidenza virtuale con un pazzo purtroppo di mia conoscenza. Che la invogliava a deridermi. Della serie scema e più scemo.

Quello che Alò non ha capito è questo. Afferma che non ci si possa affezionare a Frank Sheeran.

Perché è un uomo inutile… Però la scena in cui ammazza Joe Gallo è terrificante.

Di mio, l’altra sera son stato al Gallo Garage. Ho anche il ciuffo di banana.

di Stefano Falotico

gallo garage

JOKER o jolly: la vita è una partita a poker, uno scacco matto, una mossa vincente per vincere un Cartier, giocandosela appunto a carte o è Get Carter?


11 Aug
380717 14: Sylvester Stallone (as Jack Carter) and Rhona Mitra (as Geraldine) act in a scene in the remake of the 70's original, "Get Carter." (Photo by Joe Lederer/2000 Franchise Pictures, LLC/Newsmakers)

380717 14: Sylvester Stallone (as Jack Carter) and Rhona Mitra (as Geraldine) act in a scene in the remake of the 70’s original, “Get Carter.” (Photo by Joe Lederer/2000 Franchise Pictures, LLC/Newsmakers)

Fratelli e sorelle della congrega, cinti in raccoglimento, noi non siamo stati accolti da quest’accolita di deficienti che gironzolano, ridendo come matti. Vollero che soffrissimo di coliti poiché ci considerarono spastici.

Loro cattivamente con noi non furono elastici e noi invece continuiamo a vivere liberi, lontani da ogni fascista Maciste e da questo abbruttente mastice.

Ecco a voi il video da me realizzato di quel che già io ieri dissi. E ivi ridico con la mia imperiosa voce strafottente.

Sì, s’è attuato oramai da circa vent’anni, anche di più, un progressivo mutamento sociale che, purtroppo, il potere vuole oscurare. Quello, apparentemente invisibile di Internet e dei social, appunto. Ammazza che paradosso non solo temporale, oserei dire da rivoluzione industriale.

Poiché, come nella leggenda del vaso di Pandora, il potere desidera nuovamente celare le oscure macchinazioni che dominano i giochi classistici e, di conseguenza, regolano l’abietto schiavismo, spesso opportunista, che dagli albori dei nostri umani primordi, gerarchizzano il mondo in suddivisioni arbitrarie di caste.

Anche di case. Visto che chi ha più soldi, dunque è più potente, ha di solito una casa migliore del debole angariato dal signorotto tutto tronfio e di sé pienotto. Sì, il signorotto prende di mira il malcapitato di turno e fa sì che venga ad libitum sfruttato, castigato, (in)castrato, relegato a servo della gleba assai mortificato, svilito ma soprattutto spompato. Sul quale esercita fieramente il suo prosopopeico, filisteo diritto, dipingerlo come bella statuina del presepio.

Ah, questa è una prosapia che continua all’infinito. Poiché il potente dice al suo pulcino di non alzare la cresta, narcotizzandolo e dannandolo, nanizzandolo sempre perentoriamente con fottute reprimende. Ah, è davvero tremendo. Non vuole che il pulcino cresca ma che, cristallizzato nella sua bassa statura, come Calimero si senta brutto e diverso. Appena il suo pio pio assume una voce un po’ più forte, ecco che il potente lo vuole far tornare infante e demente, indottrinandolo di consigli pedagogici da Montessori, ah, donna pia, ma intanto il potente si tuffa nel suo tesoro. E lì vi sguazza con tante discinte, bombastiche ragazze, false suore.

Che ipocrisia, alla faccia del cazzo.

Sì, lo fa vivere nel muschio, lo getta nel rusco una volta che son finite le feste. Cosicché, il povero pastorello aspetta la notte di San Lorenzo e quella di San Silvetro, augurandosi che qualche re mago possa da benefattore elargirgli attimi, invero oramai persi e irreversibili, di bagliori inattingibili, donandogli l’attimo fuggente di speranze lucenti come una fugace, veloce e appunto imprendibile stella cometa decadente. E poi ottenebrandolo ancora nella poesia di Quasimodo:

ognuno sta solo sul cuor della terra,

trafitto da un raggio di sole

ed è subito sera.

Appena al poveretto ricala la notte, il potente gli dice che è penoso e che gli fa calar le brache mentre lui cola ridente e frizzante, con tanto di spumante, nella prostituta pagata a peso doratissimo dopo che ai suoi dipendenti ha tolto pure le mutande.

È uno scostumato, giudica gli altri, da lui reputati appunto inetti e incapaci. S’è pure buttato in politica, sostenendo che combatte la mafia affinché non avvengano più stragi come quella di Capaci.

Ah, è un rapace, esprime giudizi a vanvera e vive in contumacia. Mentre agli altri toglie pure i soldi per una soda arancia. Ah, questo qui tutti mangia.

È il classico trombone che ricatta i giovani senza lavoro, urlando loro che si dovrebbero vergognare. Che, anziché amoreggiare e sognare in grande, quanto prima debbano coprirsi di dignità.

È un dovere! Un richiamo all’ordine e alle armi!

Per lui sono tutti inferiori, soldatini e cervelli piccoli. Sì, essendo statista e stronzo mai visto, ce l’ha pure con gli stagisti. Non solo coi fancazzisti.

Maltratta chiunque come se fosse Fantozzi ma è lui quello che pappa i maritozzi…altrui, rubando le mogli più bone grazie al fascino del suo adamantino carisma di risma splendente da compratore delle più belle signore in virtù del suo sorriso a trentadue denti placcati d’oro suadente.

Egli vive di allori. Sì, non è mica un incolto. S’è preso, eccome, onestamente una laurea.

Fa come il principe Carlo e i suoi figli. Questi qua hanno frequentato le scuole più prestigiose per non fare un cazzo tutto il dì. Andando a ricevimenti e party, facendosi solo belli per i flash dei paparazzi.

E noi saremmo i pazzi? Dico, stiamo impazzendo? Che follia è mai questa ove la sottomessa folla acclama la regina quando invero, come in un film giustissimo di Ken Loach, non ha più neanche in campagna la sua vecchia, già arrugginita cascina poiché ora non può pagare nemmeno le bollette di una miserissima cantina? Ah, ma le persone che credono all’idiozia della monarchia, eh già, si fanno trattare da squallide pedine. Campano a stento nella merda di una latrina e non hanno un soldo bucato neanche per potersi comprare una lattina di birra e poter brindare allegramente con un amico a lor umanamente vicino con dello scaduto vino.

È veramente uno schifo.

Sono qui tutti porci come quel maiale di Mickey Rourke ne La vendetta di Carter.

E io invece sono sufficiente stupido per farmi massacrare di botte (ah, la botte è piena e tua moglie ubriaca) e ritornare ancora a ridartele e a suonartele anche se, caro ipocrita, volesti rovinarmi la faccia.

Sono il più cattivo di tutti. Come Joe Pesci di Casinò. Quando al banchiere che vuole fotterlo, eh sì, lui dice quello che sapete…

Con me non attacca. Sono come Bud Spencer di Bomber. Entra nella bottega del barbiere, un tizio gli dice che lui è un duro e Bud lo appende al muro.

Che potete farmi? Bruciarmi la casa con la vostra casta? Ah sì, con voi quella è castissima, con me è invece orgasmica e, da castana, diventa ariana. Un vero Stallone italiano. Sì, sono fuori come un cavallo. E non lascerò mai vincere i criminali. Non si era capito? Davvero speravano di mettermi a tacere e insabbiare tutto con quattro sberle?

La vendetta di Carter, un film da me ritenuto cult, un film che in quel lontano 2003 non avrei mai dovuto vedere.

Sì, sarei rimasto castigato nell’etichetta appioppatami da un demente. E invece io per te, idiota, tornerò sempre. Quando meno te l’aspetti. Quando pensi di averla fatta franca e avermi fatto scemo. Quando pensi che te la puoi ridere e cantare, ballando, mio bello.


di Stefano Falotico

I morti non muoiono, i dementi per fortuna sì


08 Jun

robert mitchum night of the hunter

Ora, a quanto pare, già l’avevamo capito dalle prime recensioni arrivateci direttamente dal Festival di Cannes, The Dead Don’t Die pare essere davvero il film, non dico più brutto, ma più irrisorio, irrilevante e soprattutto irrisolto di Jim Jarmusch.

Regista che tengo in auge e che, a mio avviso, sino a oggi non ha mai sbagliato un solo colpo. Ancora stupendamente infatti m’immalinconisco, silentemente gemo nello specchio languido d’una bellezza soave e inaudita soltanto rammemorando alcuni frame di Dead Man.

Emozionandomi al solo scoccare nei titoli di testa della musica di Neil Young, incantato dalla prodigiosa, turbinosa, rugginosa fotografia in b/n oserei dire morbida e ondosa del compianto Robby Müller.

Opera capitale di Jarmusch. Assai incompresa e non poco ostracizzata dalla cosiddetta intellighenzia, ah ah, ai tempi della sua uscita. In pochi infatti immantinente s’accorsero di essere di fronte a un film stratosferico e accusarono Jarmusch di essere stato troppo meditativo e lento.

Sono le stesse critiche, espresse nei medesimi termini, peraltro che vengono scaraventate addosso adesso a I morti non muoiono. Accusato, oserei dire imputato da più parti di essere una pellicola, appunto, soporifera che affastella troppi temi senza riuscire a centrarne efficacemente nessuno.

Staremo a vedere.

Ma torniamo a Dead Man.

Un film che, per le sue abbaglianti, funeree, cimiteriali e tristi atmosfere mortifere, eh sì, ricorda La morte corre sul fiume.

Lo stesso Jarmusch fu molto chiaro a riguardo. Dicendo espressamente che The Night of the Hunter è stato per lui un film imprescindibile nella sua formazione artistica.

Non solo per lui, anche per me. La morte corre sul fiume è uno dei più grandi film di tutti i tempi. Un film che, in un sol boccone come il lupo cattivo Harry Powell/Mitchum, si mangia vivo ogni Elephant Man lynchiano e tutti i possibili Twin Peaks.

L’aggregatore di medie recensorie metacritic.com, sito comunque alquanto inattendibile date le cantonate tremende che spesso, tuttora piglia, gli assegna un incredibile, insuperabile, imbattuto 99%.

Cioè, inutile evidenziarlo e peccare di pleonastico trionfalismo, La morte corre sul fiume è forse il film, permettetemi sfrontatamente di dirlo, più bello di sempre.

Sì, non lo sapevate? Assieme a Taxi DriverRusty il selvaggioL’infernale Quinlan e forse Mulholland Drive, ah ah, secondo il mio modesto dunque superbo parere insindacabile, è uno di quei film che m’ha cambiato la vita e, nella fattispecie, diciamo, ha positivamente sconvolto e stravolto la mia percezione della realtà.

Unico film da regista del grandioso Charles Laughton, perla fra le perle d’incomparabile, mastodontica, immane bellezza suprema.

Dominato dalla spettrale figura gigantesca d’un Mitchum da incorniciare, oserei dire titanico.

Ecco, a mio avviso, inoltre sono davvero pochissime le interpretazioni che possono, se prese singolarmente, elevare un attore a mito immortale.

L’interpretazione di Mitchum è una di queste così come quella di Marlon Brando in Fronte del porto, quella appunto di De Niro in Taxi Driver, quella di Matthew McConaughey, eh sì, in True Detective, quella perfino di Christoph Waltz in Bastardi senza gloria.

Attori che, trasfondendosi illimitatamente nei loro rispettivi personaggi iconici, sono ascesi in un batter d’occhio a monumentali anfitrioni della Settima Arte tutta più ribalda. True Detective, così come Twin Peaks stagione 3, infatti non è una semplice, ordinaria serie televisiva.  Così come non lo è The Night Of.

Ah, scusate, avevo dimenticato di citare nel sopraccitato, succitato, super eccitante, ah ah, listino anche Scarface e dunque Al Pacino.

E ora permettetemi di essere maschilista, forse femminista, misantropo e un po’ De Niro di Cape Fear.

Sì, Johnny Depp in Dead Man si chiama esattamente come uno dei poeti più maledetti della storia, ovvero William Blake.

Bene, cazzoni e cazzoncelli, cazzari e bovari, se avete quarant’anni e non avete mai letto integralmente Songs of Innocence and of Experience, ecco prevedo per voi una vita da falliti come Steven Bauer di Scarface, appunto.

È inutile che v’impomatiate alla vostra età per una febbre del sabato sera da John Travolta della riviera romagnola. Siete oramai andati a puttane. Diciamocela.

Io non ho letto, nella loro interezza, i due masterpiece umanistici par excellence sopra menzionativi del Blake ma io so, sono io e io posso. Voi no, ah ah. Perché avete solo sonno.

Così come posso gigioneggiare al pari di Max Cady/De Niro di Cape Fear, stuzzicando le voglie peccaminose e, ahinoi, ancora illibate di giovani ninfee come Juliette Lewis.

Per provocarle, cito loro Henry Miller e il suo Sexus – Plexus – Nexus.

Non ho mai letto questa roba ma sogno anche una notte da motherfucker con la Jessica Lange dei bei tempi, parlandole tutte le lingue di Babele e salvandola dal cancro della sua privata vita piatta, regalandole fantasie erotiche da Tropico del Capricorno.

Con me Jessica Rabbit, no, scusate, Jessica Lange capisce che il King Kong di John Guillermin non è nulla in confronto alla potenza da gorilla del mio sexy beast da mandrillo. Io non ho bisogno di stupirla con effetti animatronici e speciali da Carlo Rambaldi ma so che, con Nick Nolte, lei fa la brava signora imborghesita, mentre con me capisce di essere Jane poiché Tarzan è solo una scimmia in confronto al sottoscritto, sopra di lei ritto.

Non dovete ridere come scimpanzé dinanzi alle stronzate che puntualmente vi dico, io ho carisma e dunque basta che mi diate sventole in faccia.

Sì, le prendiamo tutte. Quella sberlona lì di nome Giovannona e anche quell’altra figona di nome Susannina.

In verità, io e le donne non leghiamo molto. No, altro che liane da amori selvaggi nella giungla. Le donne mi fanno girare solamente i coglioni e le mando sovente a farsi fottere. Stanno sempre a cucire le maglie di lana d’estate e d’inverno hanno caldo, sessualmente parlando.

Sono cioè delle ipocrite.

Sì, le donne sono falsissime. Noi uomini invece siamo più alla bona.

Vi racconto questa.

Una scrittrice-poetessa-attrice teatrale scespiriana con cinque lauree in Letteratura Arcaica, specializzata nell’arabo, soprattutto in quello odiato da Salvini ma da lei (a)dorato, in sanscrito, esperanto, francese della Papuasia e celtico di Bombay, ha esibito la sua magnifica minigonna su Facebook:

– Complimenti, sei una donna molto bella.

– Grazie. Guarda però che oltre alle gambe c’è di più. Non mi fanno piacere certi complimenti. Io voglio essere apprezzata, venerata per il mio intelletto.
Insomma, questa qui era mezza smutandata. Se voleva essere ammirata per il suo cervello, dico io, perché mai s’è mostrata a ogni u… lo spensierato con tale posa sbracata e forse svaccata?

Insomma, non ci crede nessuno.

Sì, le donne sono come Michelle Pfeiffer di Scarface. Consapevoli di essere molto belle, capiscono altresì che Robert Loggia è oramai un rincoglionito sputtanatosi e allora sposano Al Pacino. Un tipo losco e alla Fabrizio Corona con cui hanno ancora molto tempo per divertirsi e spassarsela.

Le donne non sanno che farsene di Dante Alighieri, vogliono il macho volgare che le riempia, soprattutto di soldi, che le porti a ballare e a cui non devono dimostrare di essere Rita Levi Montalcini o di avere la mente di Margherita Hack.

Che se ne fanno queste super patonze dell’astrofisica e della neurologia quando invero desiderano solo un nuovo, brillantissimo orologio e uno yacht ove esporre nudamente la propria merce e tutta la pregiata bigiotteria stronza?

Oggi, nessuna donna vuole diventare astrofisica. Vanno tutte in palestra per divenire fighe galattiche.

E di quell’altro povero cristo di Bob De Niro di Casinò ne vogliamo parlare?

Un genio dall’intuito infallibile la cui unica, vera colpa è stata quella di essersi affiliato alla mafia.

Per il resto, è intoccabile quasi quanto Kevin Costner di The Untouchables.

Ah, che testa il Sam Rothstein/De Niro ma finisce peggio di Al Capone. Uh uh.

S’innamora pure perdutamente della troia per antonomasia del locale, Ginger/Sharon Stone, ed è emotivamente legato a quel matto scriteriato di Nicky Santoro/Joe Pesci.

Ginger lo tradisce platealmente col figlio di bagascia Lester Diamond/James Woods ma ogni volta Sam chiude un occhio anche se, su queste scopatelle-scappatelle, non ci dorme la notte.

Alla fine, Ginger va pure con quel nano del suo amico del cazzo. Roba che, in confronto a Pesci, il grande, deceduto Verne Troyer di Io, me & Irene è elevatissimo, non solo di statura. Sì, Verne fu decisamente più alto di André René Roussimoff, ex lottatore artisticamente, si fa per dire, conosciuto col soprannome The Giant.

Gli uomini, comunque, sono peggio. Ci sono gli operai disperati che non sanno che Joe Pesci, no, pesce pigliare e allora vendono lo squalo al mercato. Ci sono dunque gli intellettuali della minchia che, avendo molto tempo per cazzeggiare, parlano di film che manco hanno capito.

Mentre io sto sempre più diventando Mel Brooks, John Belushi e pure Bill Murray. Io so benissimo chi sono. Io non sono. Voi invece, oltre che pazzi, siete idioti. Pensate di essere vivi ma siete già nell’anima da una vita morti.

Ma davvero vogliono fare lo scambio fra Ancelotti e Conte? E quella veramente è una scambista?

È una cubista? Nel senso che ama Picasso? O s’è ritoccata il culo con Picasa?

Che tragedia mostruosa.

Terrificante, agghiacciante.

Non importava quanto uno fosse grosso, Nicky partiva alla carica. Se lo attacchi con i pugni, Nicky torna con una mazza. Se lo attacchi con un coltello, lui torna con una pistola. E se lo attacchi con una pistola, ti conviene ucciderlo, perché continuerà a tornare e tornare fino a quando uno di voi due non è morto.

(Robert De Niro con la voce di Gigi Proietti)

di Stefano Falotico

bill murray lost in translation dead man johnny depp de niro cape fear

 

 

Joe Pesci di Casinò è il mio idolo


04 Jun

pesci casino

Joe Pesci nella parte del manigoldo, folle, scriteriato gangster Nicky Santoro di Casinò, l’ultimo, vero capolavoro assoluto di Scorsese, è qualcosa di veramente impressionante sotto ogni punto di vista.

Il film è già magnifico di suo, con un De Niro al top, egregiamente doppiato da Gigi Proietti, una Sharon Stone mai così brava, infatti candidata all’Oscar, e un James Woods da prendere a schiaffi per quanto è schifoso e lercio.

Ma, onestamente, se non ci fosse stato Pesci, Casinò avrebbe perso qualche punto. Qualche? Io direi tantissimi.

E ora capisco, dopo averlo visto per la milionesima volta l’altra sera, perché Scorsese non abbia demorso quando Pesci, rifiutando più e più volte di tornare a recitare per The Irishman, dopo il suo ritiro ufficioso e dunque, nonostante tutto, mai ufficializzato, non voleva esservi e alla fine Marty sia riuscito ad avere il suo sì per la parte assegnatagli di Russell Bufalino.

Perché un film di mafia di Scorsese senza Pesci accoppiato con De Niro, cazzo, è come un piatto di maccheroni senza il Grana Padano.

Pesci e De Niro assieme fanno faville. Le loro scene in Toro scatenato… oh, ne vogliamo parlare?

Puri fratelli coltelli, come si suol dire, Caino e Abele.

Ed è stato proprio Pesci, di cammeo indimenticabile, a condividere con De Niro la celeberrima scena dell’assicurazione…, ecco, ci siamo capiti, in C’era una volta in America del Sergio Leone.

È Pesci lo spettacolo vivente di Quei bravi ragazzi. L’unico attore forse della storia del Cinema così tanto gigione ed esuberante sul set quanto timidissimo nella vita reale. Talmente timido che, alla notte degli Oscar nella quale fu premiato come migliore attore non protagonista, appunto, per Goodfellas, gli tremarono le gambe sul palco e seppe bisbigliare solamente un appena impercettibile thanks. Visibilmente emozionato e sopraffatto da un battito cardiaco vicino all’infarto in diretta.

Nicky Santoro, da non confondere, peraltro, con Rick Santoro/Nicolas Cage di Snake Eyes, Omicidio in diretta. Appunto.

Né con Michele Santoro, tele-giornalista famosissimo che ama le tribune elettorali ma non so, sinceramente, se ami Richie Sambora dei/l Bon Jovi.

Sì, è devastante in Casinò, Pesci…

Uno psicopatico mai visto a cui piacciono da morire le ballerine, amante della fellatio sopra ogni cos(ci)a.

E poi che genio è quando prima tradisce il suo amico, trombandosi sua moglie Ginger/Sharon Stone, assicurandole che ucciderà, appunto, suo marito Sam/De Niro in cambio di favori, diciamo, sessuali e poi, uh uh, quando lei, arrabbiatissima e assalita appunto da voglie omicide nei confronti del suo consorte mai davvero amato, gli chiede di ucciderlo, oh oh, ecco che Pesci la piglia a sberle, l’afferra per i capelli, la butta giù dalle scale e le urla in faccia pure platealmente… troia.

E fa il botto!

Prima di ricevere tante botte.

 

 

di Stefano Falotico

Il Cinema e la Musica italiana ci deludono sempre, platealmente, anche la Settima Arte americana sta andando assai male, per fortuna esiste Scorsese


01 Jun

rambo 5 poster

Italoamericano doc con la sua compianta madre che gigioneggiava sempre di cammei strepitosi, preparando le polpette come il piombo che fanno bum bum in Quei bravi ragazzi e arrabbiandosi dinanzi alle bestemmie di suo marito in Casinò. Donna che sapeva far di conto non solo alla cassa bensì nella sua famiglia. Non quella dei Corleone, però, istruendo Martin alla giustezza. Poiché Martin, come Harvey Keitel di Mean Streets, era combattuto se associarsi alla piccola manovalanza del crimine di Little Italy oppure se farsi fariseo prete. Seguendo la tradizione ipocrita di molti figli d’emigrati che, non trovando una buona sistemazione, finirono col pontificare da quale pulpito…

Donna che educò zio Marty a sacri, inscindibili valori veri e veraci. Martin comprese, come in The Departed, che non possedeva, nel bene e nel male, il fisico e la cattiveria per superare i test attitudinali d’una polizia fascista, ma non aveva neppure i requisiti genealogici e caratteriali per diventare un gangster cinico e cattivissimo. Traviato e debosciato, soltanto in riga irreggimentato.

Un uomo, il Martino, sempre dubbioso. Anche se bere un Martini o un’Oransoda. Un uomo sodo che forse voleva assurgere a moderno Gesù precipitato nell’inferno di Hell’s Kitchen come il suo paramedico di Al di là della vita. Ma comunque amava troppo le donne per santificarsi e si concesse il lusso dell’Ultima tentazione di Cristo con Rossellini Isabella. Una che all’epoca era bellissima. Più figa di Barbara Hershey.

E divenne appunto un cineasta di risma, non un teppistello da squallide risse né un predicatore dei poveri…

È per questo che adoro, venero, idolatro più di una comare palermitana nei confronti del sacro rosario, il suo Cinema violento, cazzuto, religiosamente arrabbiato e viscerale, corporeo e al contempo intriso di pura metafisica incendiaria come Toro scatenato, il suo romanticismo sfrenato come quello di Sam Ace Rothstein per la sua Ginger/Sharon Stone. Un uomo talmente innamorato, il Sam, da regalare la chiave non solo del suo cuore, bensì quella patrimoniale, alla protagonista di Basic Instinct. Una a cui io darei solo quello… e basta. Capace che poi, come in Casinò, lega nostra figlia a letto mentre lei se la spassa col tuo amico d’infanzia, un povero cazzone, e con un pappone di bieca ordinanza, un James Woods di nome Lester Diamond. Un uomo poco adamantino, un puttaniere incallito, un viscido truffaldino.

Che capolavoro Casinò. Un film peraltro doppiato da Dio, con un Manlio De Angelis al suo massimo storico, un Gigi Proietti migliore di tutti gli Stefano De Sando e i Ferruccio Amendola possibili, e quella figa pazzesca…

Ah, Sharon, già il nome m’accende e volo/a alto. Profuma di stronza di classe, di provocatrice d’alto bordo. Mica come queste popolane attricette che stanno in Italia. Paese che, come giustamente asserì Pier Paolo Pasolini, finge di essere progressista e culturalmente avanzato, invece rimane puntualmente, ciclicamente, ciecamente fermo ai suoi bassi rituali, al suo raccapricciante, scandaloso classismo sociale, alle sue varicose vene e alle sue vane, effimere lotte operaie dinanzi a gente come Berlusconi e suo figlio. No, non Pier Paolo, Pier Silvio. Uno che sa come accontentare il popolino, riempiendo le tasche di quell’ipocrita di J-Ax. Il quale a sua volta, con gli anelloni al dito e i miliardi che gli escono pure dalle orecchie, continua ad ammorbarci coi suoi tormentoni, adesso con Tormento.

Canzone furbissima ascoltata da una generazione disperata di ragazzi, ahinoi sprovveduti e troppo ingenui, che non sanno come scaricare le loro benedette ire se non scaricando la musica di uno che, dietro la facciata dell’underground da centri sociali, invero solamente /vili prende per il culo. Assolutamente.

Così come fa il Cinema italiano. Nanni Moretti lo definiva e definisce tuttora Cinema ricattatorio e ruffiano.

Cioè quel Cinema che pare ammantarsi di un’aura impegnata e pedagogicamente inappuntabile, in realtà compiace soltanto i malumori della gente frustrata, consolandola con quello che la gente vuole sentirsi dire. Suonandosela e cantandosela, appunto.

Uguale alle canzoni di Vasco Rossi. Uno che ancora riempie gli stadi perché l’uomo medio, rappresentante della maggioranza, s’identifica in questo asino che raglia e che parla, declama la libertà con più soldi di Bono Vox degli U2. E fu lanciato perfino dagli Stadio…

Sono stanco perfino di Marco Bellocchio e Gianni Amelio. Un tempo erano forti, Così ridevano, schierati davvero contro un sistema corrotto. M’hanno anche loro rotto.

Col loro Cinema a metà strada tra una fiction con Giorgio Tirabassi di Pietro Valsecchi e un programma elettorale, un Cinema falsamente politico che va perennemente, noiosamente a parare sui capi dei capi, su Cosa Nostra, sulla malavita organizzata, su Tangentopoli e gli intrallazzi perfino dell’ex papa Ratzinger, dei paparazzi e gli strafalcioni lessicali di Antonio Razzi.

Anche The Irishman sarà un film di mafia, come si suol dire.

Ma qui viaggeremo su alti livelli, a grandi velocità come in Ford v Ferrari del grande James Mangold.

Ecco, siamo stanchi di questo vecchiume italico, di questi bellocci e di questi sterili, deprimenti balletti.

Di questi vecchietti a vent’anni e di questi tromboni in verità solo emeriti coglioni.

È arrivato Rambo.

Anche se il trailer del quinto è una bella porcata…

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woods stone casinodi Stefano Faloticode niro stone casino

A proposito di The Italian Stallion, ovvero Sly: un tempo non mi risparmiavo e sognavo di essere Rocky Balboa…


27 May

saga rocky blu rayAdesso devo centellinare ogni spesa, anche quella del dentifricio della Coop, per risparmiare e potermi permettere, oserei dire, il lusso di comprarmi il Blu-ray di Rocky – La Saga Completa a prezzo scontatissimo di 13 Euro e 38, salvo… spese postali eventualmente gratis se mi abbono ad Amazon Prime.

Ho detto tutto. La mia vita è stata un franchise di sfighe a ripetizione, di spinoff e reboot ricalcati sulla solita trama con poche variazioni tematiche. Ovvero, ogni qualvolta credetti che si fosse accesa in me la spina, ogni volta che pensai d’aver imboccato la via della svolta, ecco che la gente noiosa e spenta, volendomi imboccare con le sue buoniste rose, adattandomi alla sua visione falsa, melensa e retorica, mi ha urlato che sono eternamente un brocco che nessuna ne imbrocca e imbroccherà, mi ha tolto pure le brocche d’acqua naturale, gridandomi che non sono e non sarò mai dotato di sufficienti, robuste spine dorsali (sì, non ce n’è solo una) per poter resistere in un mondo di bestie e dementi.

Sì, non ho mai preso ripetizioni da nessun insegnante. Però io posso dar lezioni a tutti.

Mi do, malgrado quest’inutile eppur lodevole virtù, solamente un altro paio di anni. Al cui scadere, no, non sarò miracolato come Re Artù, estraendo la spada nella e dalla roccia, bensì sarò in modo truculente infilzato dalla caudina forca di questa società medioevalistica e fetente. A partire dalla mezzanotte scoccata di quest’ultimatum datomi, altro che Cenerentola, avrò solo due scelte esistenziali e lavorative a cui abiurare come Andrew Garfield di Silence:

o andrò a elemosinare ai semafori oppure, essendo oramai fuori tempo massimo per insegnare, fuori dalla mia porta sgarrupata di casa, metterò su l’insegna con la scritta epocale e stoica come il celeberrimo underdog di Philadelphia interpretato da Sylvester:

stallone italiano sfiancato per colpa della crisi incombente, più che morto di figa, sta morendo di fame.

Per ovviare a un probabile suicidio immediato, diciamo coming soon, invisibile non soltanto sul grande schermo bensì pure alla tv locale, visto (da nessuno…) che se morirò non mi dedicheranno certamente un servizio tele-giornalistico ma mi daranno e regaleranno la patente di loser mai nato, sì, potrò salvarmi, reinventandomi come Rocco Siffredi delle periferie del sottobosco bolognese.

Uomo totalmente a pecora riceve gentili signori abbienti per luculliane carnalità abbondanti dalle 9 e mezza del mattino sino alle 20.00 di sera, da cui i film di Paul Schrader, American Gigolo, The Walker, eccetera, eccetera, previo almeno mezz’ora di pausa pranzo ove deve nutrirsi. Non di arrosto alla griglia bensì d’insalata rancida.

Sì, do merito a Sylvester, come ho più volte scritto, di aver tirato fuori dal cilindro questi due personaggi meravigliosi del Balboa e del Rambo.

Ma, a settantatré primavere, la dovrebbe finire di camminare sulla montée des Marches del Festival di Cannes, tirando in dentro lo stomaco certamente muscoloso e prominente, altresì grassottello, con tanto di toupet e quella finta topa di sua moglie, Jennifer Flavin.

Il machismo, caro Silvestro, è finito non all’ultimo giorno dell’anno scorso ma da quando il rambismo è passato di moda anche per Carlo Verdone di Troppo forte.

Aggiornati, suvvia.

Va sempre così per tutti. I giovani si ribellano alla generazione dei loro padri, alcuni si credono fichissimi, altri Tom Cruise di Fuori i vecchi… i figli ballano.

Quelli che si sono trovati meglio nella vita son stati quegli analfabeti che sono andati a lavorare a 14 anni e ora, a 35, sono dei puttanieri incalliti che se la godono da matti. E pigliano anche Kenneth Branagh per coglione.

Come scrisse il grande Allen Ginsberg:

(EN)

«I saw the best minds of my generation destroyed by madness, starving hysterical naked, dragging themselves through the negro streets at dawn looking for an angry fix, Angel-headed hipsters burning for the ancient heavenly connection to the starry dynamo in the machinery of night […].»

 

(IT)

«Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte […].»

 

Stasera, comunque trasmetteranno ancora per l’ennesima volta Momenti di gloria.

Musiche di Vangelis.

La mia vita non varrà forse una sega, no, saga. La vostra è veramente invece una mostruosità oscena.

Sì, la vostra esistenza è un Porno proibito.61110106_10213737070203861_5222764241496309760_n

di Stefano Falotico

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Ho sempre amato ogni Sharon, preferisco Ludivine Sagnier a Emmanuelle Seigner, sono più bello di DiCaprio e Alain Delon in quanto più in gamba, eppur si campa


25 May

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Sì, la dovrebbe finire quel farabutto a prendervi per fessi e fesse. Racconta un sacco di balle sul mio conto perché sta morendo d’invidia. E voi poveretti abboccate alle sue maldicenze, alle sue calunnie e credete davvero che io sia un eunuco come Totò il turco napoletano.

Fumo solo più dei turchi.

Questo cacasotto che insulta solo da dietro un PC, è un piccino, un simpatico bimbino.

Ma stavolta ha incontrato uno più stronzo di lui. Può succedere, fenomeno.

Dietro i nostri esibizionismi su YouTube, io vi vedo solo slancio vitale, non vi vedo insicurezze, bisogno di conferme, depressioni, disagi, malessere, ansietà e patologie, abbasso i sociologi-psicologi

Circola voce che gli youtubers seguiti da milioni di fan o soltanto giudicati fanatici, forse come Falotico, seguito invece da una ristretta nicchia e forse, perché no, anche da qualche racchia, abbiano cercato pateticamente la via traversa dei 15 minuti di celebrità warholiana che qualche bacchettone sostiene esser addirittura deviante, un mo(n)do auto-ingannevole per trovare la luce del giorno svanita nei loro cuori pietrificatisi nella solitudine più triste.

Ma che falsità immonda, che bieca distorsione dello sguardo ipocrita di questa massa fintamente allegra e ridanciana. Festivaliera e amante dei baccan(al)i.

Io invece vedo nella finta contentezza di questa massa ruffiana e sempre apparentemente smagliante nei suoi sorrisi di plastica da manichini, da robot mercantili dell’edonismo collettivo che, ahinoi, ha preso il sopravvento e ha sopraffatto le menti più deboli, una felicità mortifera da morti viventi e, come dissi pochi giorni fa, da morti dementi.

Persone che si attorniano perennemente di compagnie coi drink in mano, fra risa sguaiate, volgarità smodate, balletti e vinelli, abbracci e osceni bacetti. Fra sorrisetti da mezze calzette e qualche cazzone al loro fianco che fa la guest star con l’occhiolino malandrino.

Donne eterosessuali ecco allora che posano non soltanto con l’uomo che hanno sposato, esibendo le loro composte pose da brave signore a modo, alternando queste images politicamente corrette a immagini raccapriccianti ove, per sentirsi trasgressive, emulano Charlotte Gainsbourg in accoppiamenti di dubbio gusto con femminone oramai scabrose solo a tua sorella, sì, donne superate come Jane Birkin e neppure in bikini, però con questi sguardi lasciavi, maliardi e un po’ da maiale assai birichine.

Delle bricconcelle, forse solo delle riccone che, parimenti ai cosiddetti ricchioni, categoria comunque rispettabilissima poiché io non sono omofobo ma stimo molto soprattutto quelli alla Greg Kinnear di Qualcosa è cambiato, al mattino recitano la parte delle brave secchione e di notte, avendo codeste una vita da frustrate, cioè ricevendo tante botte soprattutto in testa, se la montano… di amori saffici a cui non crederebbe neppure il barbone più rimbambito di Via Saffi.

Alcune di cognome fanno Laffi, altre Biffi come l’ex cardinale omonimo, ex grande uomo mai baffuto. A me sempre piaciuto. E, dopo queste pose orgiastiche in (s)mascherate da Eyes Wide Shut, dopo aver dapprima pontificato sul mondo, scrivendo didascalie santificatrici dei loro peccati ven(i)ali, scritte farisee ficcate sotto ogni loro foto in costumi discinti da grottesche ebree bruciate soltanto nel cervello, diventano come Joe Pesci se, al posto di Bruce Willis, avesse interpretato Trappola di cristallo.

Cioè sono credibili e attendibili come avvocatesse e donne di classe quanto Joe Pesci, sempre lui, sì, però di Mio cugino vincenzo.

Sì, Pesci in questo film è stato fenomenale. Grazie alla sua ruspante schiettezza, alla sua ingenua e imbranata scaltrezza, alla fine ha vinto pure la causa. Salvando quei due scornacchiati dalla forca di una società ingiusta. Formata perlopiù da fighette e da foche monache.

Queste invece sono solamente delle ignorantone cafonissime molto meno sexy di Marisa Tomei.

Vinceranno mai l’Oscar? No, il premio come belle statuine sul comò e come soprammobili da (im)mobilissime, leggasi oggetti sessuali per una vita comoda, forse sì.

Alcuni, guardando i miei video, hanno voluto intravedere in essi la necessità, da parte mia, di sfuggire alla solitudine, la voglia a dir loro addirittura pericolosa di estraniarmi dal mondo reale di ogni dì per buffoneggiare in un altrove delirante e visionario fra il mistico, il mitico in senso negativo, forse solo all’interno di un’apatia creativa da vero, velleitario indubbio fallito senza più vel(l)i. Senza pelle. Soprattutto senza palle.

Ah, ma che moralismo. Suvvia, non è da come si recita un sonetto di Shakespeare che si giudica un uomo con le vostre recensioni affrettate da chi non può comprendere le rabbie all’Al Pacino de Il mercante di Venezia.

Non è da una mia smorfia alla Massimo Troisi che potrete vincere al Lotto.

Sì, voi sognate da sempre. Vi fate i film sulla gente perché a voi basta dare alle persone una cattiva occhiata per nascondere i vostri scheletri nell’armadio e parlate retoricamente soltanto di corretta, noiosa ars amandi, coi vostri populismi, i vostri buonismi, i vostri classismi, i vostri fancazzisti che inneggiano al vogliamoci bene. Ma che state dicendo? Che farneticate? Ma che fornicate?!

Sì, perché qui quelli che non fanno nulla dal primo canto del gallo all’ultimo urletto della vostra gallina, siete voi.

Io, come tutti gli youtubers più giustamente gigioni, appunto paciniani e alla Pesci, so benissimo che il mondo è di per sé una schifezza.

E le sparo grossissime con un carisma da lasciare esterrefatta pure la fotocamera digitale che vorrebbe spegnersi e invece s’illumina radiosa, multicolorata, briosa e calorosa.

Sì, non mi sono mai fidato delle persone con troppe certezze, delle persone che puntano il dito, che vorrebbero evangelizzarti, frenarti e rabbonirti, immobilizzarti nella loro esistenza prevedibile, ripetitiva, scolastica, demagogica e banalmente appunto ipocrita.

Sono i primi che fingono di essere san(t)issimi e invece poi, attraverso account fake, vigliaccamente da dietro una tastiera offendono gratuitamente nella maniera più folle e insincera.

Perché sono invidiosi, perché tromberanno pure come delle scimmie ma rimarranno anche più stupidi della scimpanzé di Tarzan.

Lo so benissimo e sto benissimo, in tutta la mia vita non sono mai stato meglio.

Perché sono ora privo di ragazzini educati appunto alla falsità, sono lontano da ogni schema, da ogni precetto e ricetta, da ogni lutulente ricotta, da ogni vostra volgare flatulenza, da ogni vostro mal di pancia, da ogni stronzetta e da ogni pugnetta.

Io celebro la bellezza nella sua forma e nelle sue forme più armoniose, più ipnotiche, più suadenti, più poetiche.

Perché, a differenza di molti di voi, so che un giorno morirò. Questo potrebbe accadere anche da un secondo all’altro. Mi potrebbe prendere un infarto così come mi può pigliare subito pure un’infatuazione per una fata. E, con mani fatate, scrivo e parlo.

Anche stando muto come un pesce. Oppure infoiandomi troppo come Pesci. Infognandomi come quello di Casinò.

Questo è tutto per ora. Domani, sarà un’altra figona o figata, forse una faticata, forse sarò sfigato o ancora sfaticato… Certamente io vivo di faloticate.

Un mio amico mi dice:

– Ah, sei misantropo. Datti di più. Non da fare, datti per farti una come Sharon Stone.

– Sì, farò la fine di Pesci e De Niro.

– E se invece incontrassi quella di Basic Instinct?

– Ah, di male in peggio…

 

Eh già, voi ora di non me non state capendo più un Tubo, vero?

Allora, siete ridotti peggio di un uomo turbato spesso titubante, intubatevi.

Si prega di non disturbare. Mai più.

Grazie, miei uomini e donne turbate.

Io spingo di brutto o forse bellissimo, di turbo e indosso perfino i più svariati turbanti.

Io sono conturbante. Esitante ma comunque (in)esistente.

Un uomo a sé stante.

 

Ricordate: più mi prendete per il culo con batoste toste e ficcanti, più ve le do ben assestate e brillanti. Lo do alla mia lei da brillantone.

In quanto oggi son grande, domani ti spezzo il glande.

E posso permettermi di mettere in copertina una più bella di Ludivine Sagnier.

Come no?

Vendimi una penna. Avanti…candoresvelato

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Che io mi ricordi ho sempre voluto essere Joe Pesci e non Good Will Hunting


22 May

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Pezzo obiettivo come la fotografia di Michael Ballhaus di Goodfellas e di Robert Richardson di Casinò su andatura verace da rapper alla Joe Pesci

Sì, su Netflix hanno ficcato di nuovo uno dei film più brutti e sconsideratamente retorici di Gus Van Sant. Un cineasta a cui dovrebbero elevare un monumento in Piazza San Marco a Venezia per Elephant ma che, con l’insopportabile Scoprendo Forrester, invero un remake sui generis di Scent of a Woman che cita Salinger e inserisce pure Salieri/F. Murray Abraham per un confronto semi-teologico-ideologico sul growing up e sulla scolastica istruzione con tanto di Guglielmo da Baskerville/Sean Connery mezzo rincoglionito, roba melensa, aria fritta buona solo per i biechi ministri della cultura dei nostri stivali, e con questo film ampolloso, falsissimo a iosa, nell’anno di Titanic, creò l’anti-DiCaprio, ovvero Matt Damon.

Una pellicola iper-sopravvalutata che vinse la statuetta imbalsamata per la migliore sceneggiatura originale, scritta proprio da Damon assieme al Batman peggiore della storia, ovvero Ben Affleck, consentendo al povero Robin Williams di agguantare l’Oscar come migliore attore non protagonista dopo che lo prese in culo varie volte.

Sì, per far sì che Robin, in seguito alle forti delusioni precedenti, non impazzisse come ne La leggenda del re pescatore e non si suicidasse, tanto si ammazzò lo stesso, scipparono il tanto agognato Oscar ad Anthony Hopkins di Amistad, a Greg Kinnear di Qualcosa è cambiato, a Burt Reynolds di Boogie Nights e a Robert Forster di Jackie Brown. I quali, senz’ombra di dubbio, sebbene anch’essi non avessero fornito interpretazioni eccelse e al top, avrebbero comunque meritato di vincere, dunque impugnare cadauno, dico ciascuno, la bella statuina.

Donata, stra-regalata appunto a Williams nella sua prova più mosciamente, appunto, retorica. Roba che ne L’Attimo fuggente sembra invece il compianto Marco Pannella di Radio Radicale.

Sì, vogliono chiudere l’emittente radiofonica più sincera della nostra povera Italia. Rabbonita dai discorsi populistici di Di Maio. Un’Italietta di balletti e canti stolti che si consola dalla totale disfatta e dall’irreparabile frittata socio-economica con le pezze al culo degl’infimi, controproducenti redditi di cittadinanza. Parafrasando in maniera falotica Ethan Hawke e Williams di Dead Poets Society…, sì, tiri il lenzuolo da una parte e si scoprono le gambe, lo tiri ma invece lei non svela le gambe e preferisce coprirsi le vergogne con la sottana.

Ah, non va bene. Stavi già pregustando di soddisfarla, immaginando rovente una notte di sesso bollente come il più infoiato Antonio Banderas di Mai con uno sconosciuto e invece ecco che lei, ancor prima dei preliminari, ti castra peggio di un farmaco neurolettico pesantissimo.

Neppure godi di coitus interruptus, praticamente devi fare come Robert De Niro di Toro scatenato con Cathy Moriarty. Cioè gelarti le palle per frenare la voglia irrefrenabile di montarla invece da lei freddissimamente smontata.

Sì, Will Hunting – Genio ribelle è un film fake. Un film ove lo psicologo-psichiatra della mutua Robin Williams prima dice a Will/Damon che suo padre era muratore e poi è come se gli dicesse che è meglio un film di Michael Bay al Cinema di Ken Loach.

Cioè lo incita a cambiare la sua indole rabbiosa da ragazzo pasoliniano per prostituirla a mo’ di coriaceo, indistruttibile Transformer uomo molto The Rock. Ah, adesso capisco perché andate tutti in palestra. Siete tutti uguali e fatti con lo stampino.

Quindi, ecco che il Williams vuole rendere Matt Damon, uno che appena vede Minnie Driver non ha sinceramente pensieri da libri di Moccia, bensì vorrebbe solo scoparla e spremerla come il Vileda, sì, il mocio che usa da servo delle pulizie, un uomo rispettabile come Nicolas Cage nel rifacimento osceno di Brett Ratner de La vita è meravigliosa. Ma come?

Qui, lì nel capolavoro di Frank Capra, James Stewart aveva avuto una sfiga pazzesca. In The Family Man, Nic Cage si scopava solo delle fighe pazzesche, delle vallette. Sì, Amber Valletta.

Onestamente, siamo uomini di mondo. Vecchi lupi, suvvia. Avete mai visto un Silvio Berlusconi che si sarebbe sposato con Téa Leoni quando invece poteva fare il premier con tanto di villone coi suoi troioni?

Che leone! E gli servivano pure il caldo tè.

Io la verità la so, figlioli e cocchi di mamma. Basta, avete finito di rompere i coglioni…

E se uno preferisce Shakespeare e il pensiero kantiano a una fidanzata da Diabolik, cioè Eva Kant, ladri e doppiogiochisti quale siete, me, oh no, non m’incantate.

Rimarrò solo come un cane?

Perché non mi trovo una bella ragazza?

Ah, a tutti rispondo come Joe Pesci di Quei bravi ragazzi a sua madre, in verità la madre di Scorsese:

– Ma tu perché non ti trovi una brava ragazza?

– Io ne trovo di bravissime tutte le sere, mamma.

– Io dicevo una ragazza che ti ci puoi sistemare.

– Io mi sistemo benissimo tutte le notti e la mattina dopo sono libero. Ti voglio bene, mamma.

Sì, solo quando il sottoscritto è sé stesso è forse un genio, un poeta, un artista, probabilmente anche un futuro, enorme regista. Quando si piega alle pressioni dell’omologazione di massa, diventa un povero ritardato come voi. E questo è tutto.

Sì, per tanti anni, a causa dei buonismi consolatori di gente chiesastica invero più criminosa della mafia, venni snaturato nella mia essenza. E manco venni in quel seno, no, senso. Persi pure il senno. Sono riemerso come lava vulcanica. Perché io sono che guida meglio di Steve McQueen, che ama il tramonto della sera e soprattutto adora cavalcarla di sella nel rosso di sera bel tempo con me non si spera.

Tanto poi la lascio. Ah ah. Sono un grande compagno. Se andate dal mio amico Asso/De Niro e gli dite oscenità, attenti, divento come Nicky Santoro. E vi dico: la senti la femminuccia del cazzo? Che fine ha fatto il maschione del cazzo che ha detto al mio amico di ficcarsi la penna su per il culo?

Il mio amico è uno scrittore. E quella è la sua vita!

Ecco, quello che molti non capiscono di me è quanto segue: be’, ora hai realizzato il tuo sogno Dicono tutti i critici e i lettori più fini che tu sia un grande scrittore. Allora perché ora non esci, ti ubriachi e scopi come una scimmia?

Perché poi farei la fine di Elvis Presley. E vi garantisco che non è bello crepare strafatti. Meglio una strada da 8 Mile rispetto alla vi(t)a delle puttane, fidatevi.

Ogni tipo di pseudo-terapia della minchia con me non funziona. No, manco per il cazzo, poveri cazzoni.

Ricordatevi: a Las Vegas lo prendono quasi tutti in quel posto.

La vita reale, se non avete botte di culo e se non avete casini, è uno spaventoso deserto. Ci sono un fottio di buche.

Che vanno riempite.

 

Pezzo realistico, anzi da cinéma vérité della vostra situazione sbandata da sbadati e spostati che si credono Brad Pitt

Guardate, non voglio più darvi retta. Avete stufato. Soltanto perché oramai reputate Tarantino un maestro, a causa del vostro timore reverenziale verso questo conclamato baggiano spara-puttanate, scrivete che C’era una volta a Hollywood è un capolavoro.

Non vedo niente di tutto questo così come molti di voi, pensandosi dotti, maggiormente istruiti di me e sapientoni, hanno sempre presunto di vedere nella mia cosiddetta invisibilità un’immaturità erettiva da uomo che non camminava a testa alta, ah, ma si capisce, siete gente esperta e navigata in questa vita che voi chiamate viaggio, richiamandovi alle peggiori canzoni di Nick Cave, come se voi, personcine a modo, foste nati in una highway sterminata del Texas e invece siete stati partoriti in un polveroso ospedale con le pareti ammuffite di qualche scalcagnato quartiere popolare con vostro padre che, appunto alla vostra nascita, urlò di gioia, mentre Marco Tardelli in contemporanea ficcò il suo fendente contro la Germania nella finale di Coppa del Mondo di Calcio dell’82.

Ma voi vi siete meritati Sandro Pertini e Mattarella, uno che è imbalsamato più di Tutankhamon.

Sì, l’Italia è veramente un Paese che, come disse Pasolini, non cambierà mai per colpa delle sue cicliche, ripetitive, oramai anacronistiche abitudini.

Un Paese lentissimo. Con le sue inflessioni dialettali, le strascicate in romanesco stretto, il pigliarla come viene ed evviva du’ spaghi. Che vuoi di più dalla vita? Oh, abbiamo ancora Ferilli Sabrina. Che desideri? Un piatto di fusilli?

Per anni fui tormentato da piccolo borghesi fissati con John Lennon e la loro smodata retorica da Imagine.

Sì, credo che John Lennon sia stato un bell’uomo intellettuale sposato a una indubbiamente più racchia di Katsuni, famosa pornoattrice oramai appartenente a un mio Yesterday ove, come Noodles/Bob De Niro, sognai di farmela anche violentemente così come fece, da uomo merdoso, appunto il nostro lucky bastard Robert nel capolavoro di Sergio Leone con Deborah. Una che comunque peggiorò di brutto.

Capisco l’infatuazione di Noodles per Jennifer Connelly, cazzo, ci stava. Già da bambina, Jennifer era protesa, diciamo, a sgambettare sensuale, stimolando tutte le fantasie pre-adolescenziali da Tutto può accadere con Frank Whaley. Uno che in Pulp Fiction capì subito che fu un colpo di culo averla di cavalluccio perché battersela contro un nero come Samuel L. Jackson, un vero mandingo, no, non sarebbe andata affatto liscia.

Eh sì, torniamo dunque a Quei bravi ragazzi e al Pesci. Quando Joe entra da farabutto nella casupola di L. Jackson e gli dice che è uomo schifoso che correda la sua biblioteca piena di cimici con riviste porno e allieta le sue notti con delle baldracche.

Dunque, gli spara appunto a bruciapelo.

Tornando alla Connelly, sì, era bona una volta. Adesso è più magra di una mini-sigaretta elettronica. Insomma, anche se volesse incenerirmi, bruciandomi e aspirandomi tutto, non me la fumerei. Preferendo un caffè macchiato caldo al suo visino imbruttito in maniera peggiore di quello di Elizabeth McGovern.

Sì, Elizabeth secondo me non valeva il pene, la pena di fare quel casino della madonna. Ma sì, con questa che avresti fatto, Noodles? Sarebbe stata la tua dolce metà? Ti avrebbe pungolato come dice proprio Robin Williams? Meglio che fosse andata a pasturare con qualche capo mandria che l’avrebbe messa a pecorina.

Sì, meglio mangiarsi da soli un pecorino piuttosto che incartapecorirsi con questa donnetta. Una che ti avrebbe rotto le palle quando eri giovane poiché troppo ambiziosa. E non avrebbe mai accettato che tu avessi fatto il muratore nonostante gliela spatolassi con tanto di calcestruzzo.

No, questa avrebbe voluto mettere su mattoni alla sua carriera da signora di classe, ti avrebbe reso matto, costringendoti a portarla alle feste e a diventare governatore. E avrebbe pure voluto una villa costruita da muratori per murarsi viva ad ascoltare musica classica.

No, meglio non essere il bastone della sua vecchiaia.

Sì, a me fanno ribrezzo i giovinastri già rimbambiti a vent’anni. Dopo adolescenze castrate da genitori che li vollero indirizzare alla borghesia più avvocatesca e burocratica, adesso passano il tempo ad amare Once Upon a Time in America ancora prima di essersi innamorati per la prima volta.

Una generazione d’idioti, di esaltatati, di Giovani Marmotte che, oltre a guardare film super malinconici, oltre a celebrare Non si sevizia un paperino e quel povero cazzone appunto del Tarantino, ah ah, ancora non sanno cosa sia un’ottima passerina.

E poi fanno gli uccelli migratori dal PC, collegandosi a un sito per adulti di milf da simpatici bambinoni.

Dunque, moralisti e catto-borghesi qual sono, essendo nati nella patria delle prediche papali, pontificano sulla Settima Arte quando invece non hanno neppure trovato una prima ragazza con la seconda.

No, sinceramente non credo che camperò molto a lungo.

Sono disgustato da tutto.

Vivo ancora per guardare The Irishman.

Perché, non giriamoci attorno, io non saprò mai cosa voglio davvero nella vita.

Anche perché la vita cosiddetta reale la trovo estremamente banale, prevedibile, volgare. Piena di pettegolezzi, corna, invidie, tradimenti fratricidi, assassini e morti bianche.

Di persone che reputi amiche e invece ti baciano come Giuda. Di donne come la Vergine che poi scopri essere Maddalena.

Fa bene allora Matt Damon a fottersene dei consigli. E a continuare a fare quel cazzo che gli pare da mattina a sera.

Lasciamo ai moralizzatori, agli educatori di questo paio de’ coglioni, la loro retorica, il loro spaventarti e inibirti coi sensi di colpa.

Come quel pistolotto assurdo di Williams su sua moglie.

Ah, mi dispiace.

Preferisco leggere Shakespeare. Tanto non avrò di questi problemi. Sarà qualcun altro ad assisterla prima di morire.

Questo significa ESSERE. Il resto è solo furbo Cinema hollywoodiano, belle parole ma vita poco vera.

 

di Stefano Falotico

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