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Il nuovo spettatore, o pseudo tale, cinematografico… è aberrante, terrificante, mortificante, accendiamo un altro falò!


04 Jan

mh17

Over the course of three consecutive evenings, the Academy of Motion Picture Arts and Sciences will trace the history and evolution of motion picture formats from the silent era through the current digital age in ÒBehind the Motion Picture Canvas: Film Formats through the 21st Century,Ó beginning on Wednesday, September 9, at 8 p.m. at the Samuel Goldwyn Theater in Beverly Hills.  The presentation will continue with screenings of ÒManhattanÓ (1979) on Thursday, September 10 and ÒThe Black StallionÓ (1979) on Friday, September 11.  Both screenings will begin at 8 p.m.  Academy Science and Technology Council member Rob Hummel will host each evening. Pictured: Diane Keaton and Woody Allen in a scene from MANHATTAN, 1979.

Over the course of three consecutive evenings, the Academy of Motion Picture Arts and Sciences will trace the history and evolution of motion picture formats from the silent era through the current digital age in ÒBehind the Motion Picture Canvas: Film Formats through the 21st Century,Ó beginning on Wednesday, September 9, at 8 p.m. at the Samuel Goldwyn Theater in Beverly Hills. The presentation will continue with screenings of ÒManhattanÓ (1979) on Thursday, September 10 and ÒThe Black StallionÓ (1979) on Friday, September 11. Both screenings will begin at 8 p.m. Academy Science and Technology Council member Rob Hummel will host each evening.
Pictured: Diane Keaton and Woody Allen in a scene from MANHATTAN, 1979.

Sì, con lo spopolare della democrazia data a chi non ne conosce neppure il significato, spadroneggiano i tuttologi. Gente che perde ore a inanellare disamine campate per aria su questo e quell’altro argomento, sfoggiando una sfacciataggine abominevole, degna, dunque indegna della nuova evoluzione involutiva dell’uomo moderno troglodita, uomo sempre a cazzo duro coi neuroni di pastafrolla, e della donna contemporanea inauditamente fottuta, allineata allo sgambettante mostrarsi brillante con tre chili di rimmel soprattutto nelle mutande del suo cervello più annacquato di una pornostar cretina ed esuberante.

In questo putiferio di massa ove ognuno espone la sua contrabbandata merce, io dico avariata già dalla nascita, in questo movimento “stellare” di populisti ignorantissimi, di banalità assortite vendute al mercato planetario dell’omologazione plebiscitaria ove, per essere notato, basta che spari la stronzata migliore e più “figa”, ogni becero beota sta diventando un dio, assecondato da un gregge di pecore altrettanto stordite e perse se non più cafone di lui.

Al grido, acclamato, inneggiato, in trionfo issato, dell’idiot savant elevato a guru.

Allora, abbiamo lo studentello del DAMS, laureatosi dopo aver imparato la pappardella scritta su un libro redatto da uno più stupido di lui, acculturatosi, si fa per dire, alla stessa maniera sbrigativa e ruba-voti di J-Ax, che non ha mai visto un film di Kubrick ma scrive che è un genio perché è giusto e corretto dire che lo sia stato. Che lo sia stato, credo di sì, ma dirlo senza aver visto nulla di suo mi pare quantomeno screanzato!

Appena ricevuta la laurea del cazzo in mano, dopo l’alloro in testa, vive appunto sugli allori, iniziando prosopopeico ogni frase sua declamatoria con Allora… parliamo di questo film.

Ma che vuole parlare? Ma che vuole dire? Dice che il film voleva dire e non l’ha neanche sentito. Perché non ha l’anima per leggerlo.

Ché poi… ecco, sì, abbiamo quelli che non leggono un quotidiano neanche in Internet, da dieci anni non hanno aperto neanche il libro con la favola bignami di Biancaneve, rubacchiano le frasi dai critici valenti o fantomatici tale, e fanno un potpourri di loro personalissime recensioni a culo, infarcite di luoghi comuni, estratti dei loro emisferi cerebrali totalmente bruciati nel calore d’una siccità ideologica lor impersonalissima capace di essere più ardente e cocente del sole all’equatore allo zenit del suo mezzogiorno focosamente deficiente.

Sì, come potete pretendere di saper leggere e interpretare un film se non vi degnate, da tempo immemorabile, di sfogliare, almeno quello, tre pagine di un libro? Guardate che non costano molto. La Newton Compton vende tutto Dostoevkskij a meno di dieci Euro.

Come farete a comprendere la complessità e l’intelaiatura fine e variegata di una sceneggiatura ottimamente congegnata, se sapete solo urlare: Lynch, un genio, delirio immaginifico, sognante, Cinema altro. Mi fa sborrare!

Ma che state a di’? Dove le avete pescate queste superficiali esaminazioni di un’opera d’arte? Al massimo vi siete fidati e affidati alla sciocchezza scolastica più disarmante. Io, onestamente, vi darei in affidamento.

Sì, con un cagnolino fido a controllare che non latriate, dalla vostra latrina, altre ignobili manfrine. Fidatevi, vi serve un cane e forse anche una donna cagna. No, non una di queste lamentose tremende che aprono bocca su tutto. E sul significato, anche significante di “tutto”, in senso lato, su e già, avanti e indietro, avrei io da dirvene. Eh sì.

E a proposito di sesso e di tutto… ciò che non avete mai osato chiedere.

Ecco l’altro. Woody Allen non si tocca. Sempre oltre. Sì, infatti ha più di ottant’anni e presto, e comunque me ne dispiaccio, sarà sottoterra. I suoi film non si toccano, qualcuno sì, però. Woody sarebbe da stimare soltanto perché da sempre fautore della tesi che poi argomenterò, ovvero la masturbazione, mentale e non. Idolatra dell’onanismo totale.

Un intoccabile amante delle toccatine.

Eh sì. Vedete le donne come l’hanno combinato? L’hanno accusato di molestie e non esce più… A Rainy Day in New York. Che tristezza, che giornate uggiose. Che malinconia, ragazzi.

Tripudio d’imbecillità si susseguono in un’agguerrita deflagrazione di patetiche vanità sbandierate, fra zotiche che si credono attrici solo perché hanno un bel culo, sì, quello non glielo togliamo, sì, si togliessero le mutande e ce lo mostrassero più espressivo di Meryl Streep, e scemi del villaggio talmente scemi da credersi più intelligenti poiché al di là della scemenza generale.

Loro hanno capito tutti. Quelli in gamba sono dementi perché invece loro, non credendo oramai a niente, hanno capito che la vita è un inganno e poveri i fessi!

Loro sanno come inchiappettarsi la gnocca più prelibata grazie a due attestati di rinomato incularla nel prenderla per il culo dietro la maschera della referenza più sodomizzante, e sanno che sanno senza sapere che non hanno mai saputo.

In mezzo a tanta sapienza, sventolo bandiera bianca. E ricordate: il fazzoletto è bianco, lo sarà ancor di più dopo un’altra mia masturbazione pallida.

Ah, io non me la tiro affatto! Ah ah.

La mia vita è sempre migliore delle vostre. Spinge di più, diciamo.

È più saporita, più autentica, più candidamente meno spocchiosa, più sofficemente granulosa, morbida e cremosa, leggiadramente son ancora puro come la tua rosa.

È così come dici tu? Non è così.

È come dico io? No, perché non sono presuntuoso e non faccio il maestrino.

Carpenter è un maestro? Molte volte lo è stato, The Ward fa cagare. Fidatevi. L’ho pure scritto nel mio libro. Roba per cui bisogna aver le palle, roba che un fanatico di Carpenter ti sbatterebbe in manicomio col dottorino più matto di lui. Sì, credo d’averlo scritto apposta. Mi sbatteranno nel nosocomio e lì mi sbatterò Amber Heard. Butta via… sì, questa è una falsa pazza, questa ti strapazza.

Sì, lo contesto quasi tutto anche se io non faccio testo, io qui lo attesto e ti prendo pure a testate, giornalistiche e non.

Questo mio scritto è follia? È genialità?

No, non è nulla.

Insomma, la gente ti dice… non preoccuparti, non è niente, mica tanto.

Quel film, caro, l’hai visto? Com’è? Mah, non un granché.

Quella lì, seduta vicino al camino, ci sta? Dovrebbe spostarsi dal camino e, incamminandosi, scottarsi nel tuo fuochino fatuo. Per una grigliata di carne abbrustolita, ben rosolata. Sì sì.

Si è presa una cotta?

Non lo so. Potrò saperlo se ci proverò? Non lo saprò neanche se me la darà. Sì, quella è una donna che sa unire al fuoco della passione bagnata e sgocciolante la detonazione orgasmica scrosciante. Sì, è umida come una vogliosa terragna. Prima l’acqua, poi fuochino, fuocherello, fuochissimo e, zac, tutto ritto e liscio, nella sua ventosa sventola e, finito il pompaggio, si dà ancora delle arie. Ah ah. Sventolona!

Sì, questo è un casino perché ogni uomo e ogni donna non sanno un beneamato cazzo anche quando sembra tutto bello, goduto, soddisfacente. Tranquillo e asciutto.

Su questo ne sono sicuro. Sul resto, anche sul Cinema, io vaglio, giammai raglio eppur non ci do un taglio.

Oggi mi piace, fra un anno no, oggi sì, domani forse. È la vita. Va così.

Una stronzata. Come un film ritenuto capolavoro.

Dunque, evviva un falò e fanculo a chi non vuole bruciarsi con me.

Tuffiamoci nei sogni, sprofondiamo al centro gravitazionale di ogni ficcarcene fottutamente.

Sì, Tarkovskij fu regista spaziale ma mi son rotto le palle delle metafisiche depressive, meglio le super fighe passive.

Ma voi, toglietemi una curiosità, credete davvero a tutte le minchiate che vi rifilo?

Sì, lei signora mi crede? Ottimo, allora mi rifili la sua puttanata. Sì, condividiamo puttanate alla penombra.

Sì sì.

 

di Stefano Falotico

Video cult: Francesco Alò e Federico Frusciante a confronto


31 Dec

frusciantealo

Federico Frusciante, che io sa che stimo molto e seguo sempre appassionatamente nelle sue cinefile scorribande ribalde, non lo definirei un “fenomeno”. Ché pare quasi spregiativo delinearlo e imbrigliarlo sbrigativamente in questo superficiale, limitante appellativo, come fosse un personaggio da tendone del circo. Questa definizione lo sminuisce perché, per quanto simpaticamente affibbiatagli, lo depriva della sua importante personalità. Fede è un uomo malato di coerenza, nel senso tanto ampio del termine da sconfinare nel radicalismo esasperato, anti-istituzionale e anti-democratico, al contempo umanissimo nella sua folle, quasi donchisciottesca virtù pregevole di perseverare a rotta di collo nei suoi ideali forse utopistici, irrealizzabili, perfino anacronistici. Perciò Alò lo accusa di passatismo e retriva adesione a una visione del Cinema forse troppo legata alla nostalgica magnificazione di quel che è stupendamente stato e purtroppo, travolto dal mercantilismo di massa, sta scomparendo, si sta tristemente estinguendo. Quindi Fede incarna tutto e il contrario di tutto nella sua accezione più positiva, perfino principesca, da autarchico che, ogni giorno, da quando si è lanciato senza sprezzo del pericolo in questa sua sorta di missione istruttiva, naturalissima e viscerale, si deve giocoforza scontrare con chi, semmai laureato al DAMS o cattedratico, sussiegoso e boriosamente certificato che sia un critico, persino lo deride e lo provoca. Ed è per questo che la gente, da me il primo, oramai quasi si fida più di lui che di un critico “attestato” tale. Con tanto di attestati e curriculum vitae noiosi e inutili. Perché, un po’ come faccio io nel mio canale e nelle mie recensioni online su vari siti, non è legato a logiche editoriali, non deve compiacere nessuno e non vien pagato per dire che un film è bello anche se non lo pensa. Nella sua ruvida, talvolta anche indisponente, ruspante schiettezza esplosiva senza filtri, arriva direttamente al cuore di ogni spettatore, dal più colto e competente a quello alle prime armi che, incantato dalla sua vistosa mimica esuberante e quasi strafottente, rimane piacevolmente ipnotizzato dalla sua toscanità verace e tonante, addirittura volgare nel suo significato (mi raccomando, non fraintendetemi) più calorosamente popolaresco, un uomo animato da una sconfinata, onestissima passione pulsante, ai limiti dell’imbarazzante per quanto è grandiosamente sentita e, appunto, non veicolata da interessi e logiche di mercato, da affaristici compromessi, da leccate di culo. Il suo percorso, per così dire formativo, no, non è stato canonico, cinematograficamente scolarizzato, universitario e dunque spesso solamente improntato al bisogno di fare il critico per essere critico col titolo. Non è un percorso che cerca la gloria o a scopo di lucro. Lui ha zigzagato da autodidatta onnivoro, ha letto mille libri e ha visto più film di Tarantino, a livello formale non può dimostrarlo, non ha niente che lo acclari, diciamo così, e quindi come un temerario continua nella sua avventura ammirabilissima, guidato dal fervore vero e anche romanticamente arrabbiato di un selvaggio cuore straordinariamente puro. Un intrepido.

Non è impeccabile, ci mancherebbe, per quanto, se leggerà questo mio pensiero, potrà adirarsi, certo, anche lui prende delle cantonate pazzesche e sbaglia clamorosamente su molti film, ha delle fisse incurabili e forse è troppo manicheo nel suddividere semplicisticamente il mondo fra comunisti contro fascisti.

Ma è comunque lodabile, anzi, forse ancora di più, proprio perché fermamente convinto che il Cinema, l’Arte e la Cultura non passino obbligatoriamente dalla via “principale” di un giornale “importante”, ma siano alla portata di chiunque voglia giustamente cimentarsi, senza presunzioni e superflui nozionismi sterili con la sua magia, e che ogni persona abbia il diritto, per quanto discutibile e opinabile, di dire la sua, di spararle anche grosse senza il bisogno squallido di mercificarsi o, appunto, istituzionalizzarsi per farsi, per crescere in lui.

Il Cinema è di tutti. E, pur con le sue inevitabili ingenuità, sorretto da un cuore magmatico e bruciante, Federico Frusciante insiste coraggiosamente, al pari di un personaggio di un’altra epoca e allo stesso tempo di un personaggio imprescindibile della nostra contemporaneità. Che, come lui, è piena di contraddizioni amabilissime.

 

Quando sostiene che lui non si emoziona perché, se si emozionasse alla prima visione di un film, il film lo avrebbe fregato furbescamente, in maniera ricattatoria, mente spudoratamente. E allo stesso modo dice il vero. Se non si emozionasse, non starebbe a guardare film da mattina a sera e a parlare di Cinema. Forse, avrebbe partecipato al Grande Fratello o si sarebbe candidato come futuro Presidente del Consiglio.

Il Cinema, invero, lo emoziona parecchio. Vive per quello. Però io ho capito benissimo cosa voleva dire. Anche voi. Cioè, Fede non è un tipo manipolabile che si lascia fottere. Più coerenti di così, si muore.

 

 

di Stefano Falotico

In Italia non è vero che non esistono serie scuole di Cinema, non esistono i coraggiosi e i prince of darkness


01 Jun

corpi17

Rimango basito quando si parla di Cinema italiano, come se ancora esistesse, e come se, appena escono un paio di film dignitosi, gridando tutti al miracolo, sperassero in cuor loro che questa rinascita sia finalmente avvenuta. Si tratta spesso di casi isolati, di film miracolistici, appunto, semmai giusti nel periodo in cui sono usciti, e allora tutti in giubilo credono che il Cinema italiano possa ritornare ai fasti di un tempo. Fellini, l’ho detto più volte, anche con una certa personale, motivata acredine, penso sia sopravvalutato, ma gli va riconosciuto, a prescindere dai più o meno opinabili gusti, il merito di aver varcato i confini nazionali. Anche se poi, a ben vedere, i suoi film maggiormente apprezzati all’estero, soprattutto negli USA, quelli oscarizzati, mitizzati, son stati quelli in cui esportava, a mo’ di cartolina un po’ piccolo-borghese, la nostra italianità. Bellezza da esportazione come la Fontana di Trevi de La dolce vita, ed esaltazioni anche grottesche, che agli americani piacciono tanto (vedi Sorrentino e The Great Beauty), di Roma e della sua sporca, triviale o storica monumentalità quasi turistica.

Sì, gli americani in fondo di Fellini amavano solo questo. Non possedevano il background culturale, il retroterra perfino mitteleuropeo, mediterraneo e peninsulare per poterli amare nella loro pienezza.

Tant’è vero che noi agli Oscar abbiamo poi vinto proprio col mediocrissimo Mediterraneo e con Nuovo Cinema Paradiso, film, non me ne vogliate, assai patetico e paesano…

Allora ci son rimasti due nomi forti su cui puntare per il nostro futuro. Sorrentino, del quale non ho visto Loro e certamente non lo vedrò presto, perché una “biografia”, sebbene delirante e sovrabbondante, su Berlusconi, è quanto ritengo di più lontano possibile dal Cinema che io bramo, amo, abbraccio. E la sua operazione, interessante o meno che sia, geniale quanto si vuole, non m’interessa.

E Matteo Garrone!

Sì, perché posso lodare Dogman ma è un Cinema che non mi appartiene quello di Garrone. La vita è già spesso triste di suo perché ce ne ammorbiamo con le sue variazioni à la Gomorra in salsa disperatamente suburbana, ché ho già la “tragedia” di portar avanti la mia carcassa per potermi dolere delle disgrazie altrui.

Posso emozionarmene perfino ma nella mia anima non scatta la scintilla inconsciamente fiammeggiante che mi possa far urlare al capolavoro.

Sogno un regista italiano che abbia il coraggio di scendere, sì, tra le periferie nostre abbandonate, ma semmai di raccontarci un horror metafisico come Il signore del male. Che abbia le palle di scarnificarsi con temi immensi come l’ambiguità della spiritualità, senza pesanti ore di religione alla Bellocchio, che sappia infondermi paura e brividi acuti, imponderabili, che sappia stupirmi in una chiesa diroccata e sconsacrata ai confini della follia, nelle notti turpi dell’agghiacciante condizione umana, con zombi mendicanti in stato catatonico, con ombre sul selciato, con suspense che scampanella nelle nostre vene come una guglia gotica di un’abbazia medioevale piena di mistero che squilla dai sepolcri delle nostre umanità recondite.

Che sappia, insomma, non uscire dal teorico, astratto DAMS e non si metta a girare film con la Angiolini

Voglio un film di angeli e demoni, ma che non sia quella baracconata del film di Ron Howard con Tom Hanks, ottimo attore, per carità di Dio, ma ve lo vedete Tom in un film cazzuto di John Carpenter?

Tom Hanks è il classico tipo da DAMS, corretto, pulitino, bravo bambino, un bel simpatico soldatino.

Ma ci vogliono jene per fare Cinema che varchi i limiti della prevedibilità e delle scolastiche ottusità da libretti e manualetti.

di Stefano Falotico

Gli esteti sono peggiori delle estetiste


19 Mar

02031423Fidatevi, se c’è una categoria di persone da cui dovete diffidare sono le estetiste. L’estetista è specializzato/ nella cosmesi, nella cura soprattutto del viso, tralasciando le loro “cure” massaggianti su cui avrebbero da obiettare molte cinesine… sì, lanterne rosse…

Sì, prendono una donna e la conciano per le feste. Se prima quella donna aveva il naso troppo lungo e pronunciato, ecco che gliel’accorciano in maniera impresentabile, praticamente glielo schiacciano e non di distingue più la cartilagine dal resto del lifting, sì, perché nel frattempo le guance son state sgonfiate, quelle belle guanciotte alla Sabrina Ferilli, donna cresciuta nella Roma più ciociara e al pomodoro, che t’invoglia a trombarla alla puttanesca, son state stirate, hanno “rattoppato” le rughe attaccandoci pelle di culo, e la faccia della signora ha assunto un’espressione di cazzo. Sì, diciamocela, molte donne si rifanno perché hanno capito che, così come son fatte, non se le fa più nessuno. Allora, così fan tutte… e abbiamo il chirurgo plastico di Brazil. L’unico che le caga perché vien ben pagato. Sì, egli disfa i visi putrescenti rendendoli ancor più putridi, macellando ogni imperfezione bellissima nell’appiattimento epidermico più osceno.

Ma, nonostante queste donne facciano schifo, la moda “facciale” non passa mai. E sempre più donne, entrate in menopausa, vanno dall’estetista. Lavoro che, secondo me, andrebbe perseguito penalmente, è un crimine contro il detto il mondo è bello perché vario.

Sì, queste donne, illudendosi di ringiovanire, vengono del tutto avariate.

Ma, fidatevi, alcuni critici di Arte e di Cinema sono peggiori delle estetiste. Soffrendo d’incurabili disturbi di personalità, essendo malati di solipsismo radicato e reiterato ai confini della legalità, amano solo i film che piacciono a loro, disdegnandosi tutto il resto, snobbandolo e sbuffando.

Al che, ecco i fanatici di Nolan, persone che s’incantano per le geometrie “aero-spaziali” visive del nostro illusionista, e dei contenuti non gliene può fregar di meno. Amano questi giocattoli stroboscopici, caleidoscopici e si lustran gli occhi dinanzi a tanta plastica “meraviglia”.

Come quelli, per fortuna pochi, che adorano Zack Snyder. Perché ha inquadrato il culo di Gal Gadot da una prospettiva simmetrica all’antipatia che questa donna trasmette, diluendo il tutto nel volto da burino di un Ben Affleck sovrappeso. “Vero” Cinema artefatto. Ma come? Non avevi scritto che la Gadot è figa? Certo. Ma sempre troia rimane.

Sì, ci sono i critici alla Sgarbi, uno che per leccare il culo ai siciliani, essendo in quella regione assessore, cita i passi del Gattopardo. Ma, secondo me, oramai non sa più distinguere un capolavoro da un dipinto di frutta e verdura con la banana della sua zucca vuota. Sì, Vittorio, dopo morto, sarà ricordato in modo cimiteriale con una “foto segnaletica” sulla lapide, eseguita dai grillini, e il suo corpo verrà sbandierato al Campidoglio con tutti i 5 Stelle osannanti la sua capra così ben “recensita”.

Abbiamo poi i fanatici di Sylvester Stallone. Sì, l’emblema dell’uomo che, nonostante lo prenda sempre in quel posto, alla fine vince. E che vince vorrei sapere? Di aver fatto il fascistone che ha preso a pugni dei fascisti peggiori del suo proletario sindacalista che campa di muscoli, e che martella, martoria e falcia chiunque gli capiti a tiro? Sveglia, Stallone ha sempre amato i soldi, è più borghese lui di De Laurentiis.

Ha vinto, Adriana, ha vinto! Auguri e figli maschi!

Poi ci sono quelli che sono “elevati” ma adorano le pornoattrici. Sì, perché sono sacerdotesse del piacere, sono poetesse del godimento. E ben venga(no). Sognano di scoparsele di brutto ma, secondo me, anche se dovessero davvero scoparsele, capirebbero che quelle prendono trenta uccelloni a notte e vomiterebbero dal disgusto per sé stessi. Ma, comunque, si sarebbero tolti il voglino. Ah, sai che bellezza!

 

 

di Stefano Falotico

Essere antipatici è sempre meglio che essere dei patetici simpaticoni


05 Dec

01711139

Ho constatato nella mia vita da peccatore, essendo un orgoglioso peccatore che tanto peccò e in futuro, vivaddio, peccherà ancora, poiché uomo che non si attiene ai bigotti precetti della società piccolo-borghese, e dunque inevitabilmente “sbanda”, sbava di eccessi, o di quelli che agli occhi della gente mediocre vengono erroneamente considerati “difetti”, ecco, ho appurato che, maggiormente m’elevai e continuo a elevarmi dal porcile di massa, parimenti vengo sempre più emarginato.

Perché indubbiamente la gente mi preferiva prima, quando ero ingenuamente “innocuo” e simpatico e non m’addentravo in discorsi che inesorabilmente vanno, giustamente, a boicottare, criticare, smuovere le certezze consolidate. Più sono polemico, e il mio polemizzare nasce dall’esperire il vero e saper(mi) più discernere, più le persone non mi sopportano e, in preda al folle ingiuriarmi dissennato, anelano a voler rovinare i miei attimi di felicità che, mi spiace per costoro, sono contemplativamente gustosi, poiché di ogni istante vitale, perciò fatale, fondo la mia anima e gioiosamente ne sprofondo. Maggiore è il mio grado cognitivo e maggiore è il mio distinguermi, maggiore è la malvagità altrui che insiste voracemente a volermi “mangiare”. Io, lo ribadisco con fervida autorevolezza del mio disprezzarli con “decoro” fuori dal coro ma sempre aderente splendidamente al mio core, mai mi atterrò ad atterrirmi e ad atterrare nella “normalità” di tutti i giorni. Normalità per me fa rima con prevedibilità, con meccanicità, con l’abominio della piccola borghesia sempre lagnosa, indaffarata, ciarliera, pettegola e che miseramente “tira”… a campare. Così, li vedi anchilosarsi in lavori che ripudiano ma che mantengono pur di “sopravvivere”, per andare avanti. Avanti… avanti di che? Se poi rimangono persone povere moralmente, che non sanno amare la bellezza e per di più la denigrano, e diventano orridamente degli “esteti” rivoltanti di un senso del bello distorto e volgarmente mercantile?

Ho letto da qualche parte che solo la classe media continua ad andare al cinema. La classe alta oramai i film li scarica o li guarda su Netflix. È aberrante tutto ciò? No, affatto, è la verità, nel bene e nel male. Personalmente, sono stufo di condividermi, ah ah, nelle multisale affollate piene zeppe di cafoni che, coi loro commenti inopportuni, col loro vociare indigesto fan a lotta a chi deglutisce più popcorn.

Quindi, sì, il mio “alienarmi” nel fruire dell’Arte in santa pace, nel calore “triste” della mia intimità domestica, mi dona estrema lietezza e letizia.

Oh, infervoratevi pure. Io la penso così e nelle socialità “tradizionali” non voglio penarmi.

Ma invero io vi dico che mentii, essendo uomo che, in quanto esperto, participio passato del mio esperire e davvero poco sperare, devo essere obiettivo e i luoghi comuni… speronare. Al cinema vanno i giovani, vorrei vedere che non ci andassero ma vi vanno molto meno rispetto a prima, perché i soldi scarseggiano e bisogna fare economia, ringraziando lo streaming. Con buona pace degli esercenti e di chi non appartiene a questo danaroso esercito. I 50-sessantenni vanno spesso ai ristoranti, ove “volano” 70-ottanta Euro per un pasto a base di asparagi marci e frutta secca, mentre i giovani son a secco anche di digestivo. Nelle “macerie” dei loro mal di pancia.

Insomma, i giovani sono sempre stati antipatici perché, volenti o nolenti, controcorrente vanno non tanto per il piacere di fare gli iconoclasti quanto perché anticonformisti lo diventano per (im)pure esigenze di “pirateria”. Date loro una prateria! E in questo fruire io fruscio nel dolce fluire, in quanto fui e non so se sarò ancor “fuori”. Sì, se stai sempre in casa, poi non ci stai “dentro”, se stai troppo fuori, ti mettono dentro. Ah ah. Comunque sia, non se ne esce. Lasciate che i liberi uccelli (cr)escano… ah ah.

Su questa mia frase “simpatica” ma ermetica, ribadisco che l’antipatia è alla base della creatività, ché sia disperata, fantomatica, anche falotica. Adesso vado a mangiare un’arancia, spero non meccanica…

Nota conclusiva in seguito a una notte che scop(pi)ò via, lasciando solo/a la mia “briciola”: una donna venne a me e si denudò totalmente, e mi disse perentoriamente che voleva scopare. Le diedi una scopa e lasciai che pulisse, dicendole che non doveva rompere i coglioni.

 

di Stefano Falotico

Della libera visione del Cinema e della vita


10 Nov

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Allibito, noto che qualcuno spia il mio profilo Facebook e si è risentito che abbia scritto che ognuno, anche da “profano”, in un mondo libero e democratico, deve poter parlare di Cinema anche se non ha il pezzo di carta che “attesti” la sua “conoscenza” in materia. Come se il Cinema lo volessimo poi ridurre a tristi manualetti “pedagogici” e “istruttivi” su un’Arte maestosa che è la pura espressione della poetica di mille e più sguardi, un’Arte suprema che non conosce regole e non può essere ascritta a questi squallidi “indici” di “cultura”. Ove la parola cultura puzza di retrogrado accademismo, di sapientona, cattedratica scuola d’infanti così affamati di celluloide tanto da poi voler giocare alle bieche classificazioni, alle etichettature più didattiche. Come se il sapere consistesse davvero nell’elenco pedissequo di nozioncine teoriche inutili che con la bellezza, il sacrificio della pratica hanno poco a che vedere. E, peraltro, mi fa specie questo idealismo volgarmente sognatore che poco si cimenta con la realtà, ove realtà fa rima col sudore e il sangue dell’errare, dello sbattere la testa, del vivo e diretto confronto. Davvero certa gente, ah, povera illusa, crede che una laureetta al Dams possa dar loro l’accesso alla grandezza del Cinema, alle sue più pure, viscerali, eterogenee emozioni? Non è che, invece, come purtroppo accade in molti casi, coincide soltanto con una “gamma” informativa atta soltanto a istituzionalizzare il patrimonio sconfinato della cultura? Cultura non è una parola da vocabolario. Il vocabolario c’insegna straccamente che significa semplicemente “patrimonio” intellettuale, erudizione, che sa di vetusto e poco d’avanguardia, anche se poi annovera la “voce” esperienze spirituali. Ecco, è nell’anima della cultura che la cultura stessa si esprime, nella varietà della creazione, nel pindarico specchio immaginativo della fantasia più poetica, qualità superiori che non certo si apprendono da libretti noiosi e soporiferi. Ma io parlo al vento. Il Cinema l’ho amato nelle mie solitudini, quando diventava flusso cangevole e immensamente variegato delle emozioni fatte metafisica, quando i deliri in me regnavano sovrani e apprezzavo, così come ancor oggi eleggo in gloria, gente come Lynch che scardina(va) appunto le false regole di quest’Arte sinergica, lisergica e giammai scolasticamente letargica, per infondere cuore selvaggio alla natura affascinante del mio io imbizzarrito. Le strade perdute dell’infinitezza impalpabile, dello splendidamente seducente e ammaliante, trascendente e coloratamente onirico che si faceva cupezza, poi alata malinconia, quindi euforica vetustà. E il mio sguardo s’incendiava in questo lago di sogni però aderenti all’intima realtà che deflorava, “violentava”, esplorava. Oggi, invece, siamo ammorbati da gente che parla di Cinema come se fosse una fredda scienza, che gioca di voti e pagelle, che appiattisce il gusto nell’omologazione “culturale” che tanto mi spaventa.

La stessa gente che fraintende il senso della vita e dà alla vita un senso distorto, fatto di gerarchie, ove le persone sono numerini, in cui enumera il suo “sapere” attraverso sciocche, false credenziali.

Poi, tutti “sognano” e si divertono. Non si capisce cosa intendano per divertimento. Che per molti deficienti significa adeguarsi a un gruppo di stolti come loro, a un “credo” spesso ingenuamente giovanilistico, nell’accezione più patetica del termine, fatto di prese per il culo, sberleffi, provocazioni “imbevute” di chiacchiere da donnette e uscitelle nel pub a sfogar la noia di vite che, semmai, vanno al cinema e non capiscono un cazzo di quello che vedono, perché non sono senzienti del loro sincero inconscio, e si fuorviano e condizionano a vicenda in questo “termosifone” sempre mosciamente moderato, politicamente corretto, orrendamente “sano”.

La solita domanda che tutti mi fanno. Ma lei esattamente, con precisione, cosa vuole dalla vita? Se lo sapessi con “esattezza”, non continuerei a vivere.

di Stefano Falotico

L’invidia, creatrice di malessere, anche (a)sociale


26 Jun

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La classica citazione condivisa…

L’invidia è la religione dei mediocri. Li consola, risponde alle inquietudini che li divorano e, in ultima istanza, imputridisce le loro anime e consente di giustificare la loro grettezza e la loro avidità fino a credere che siano virtù. 


Attraversano la vita senza lasciare altra traccia se non i loro sleali tentativi di sminuire gli altri e di escludere, e se possibile distruggere, chi, per il semplice fatto di esistere e di essere ciò che è, mette in risalto la loro povertà di spirito, di mente e di fegato
.

( – Scrittore spagnolo – Da “Il gioco dell’angelo”)

 

In verità, pur condividendo appieno le frasi di Carlos, non ho bisogno di Zafon per comprovare tali verità anche perché, avendo superato certe “banalità”, mi do a letture più “nervose” e forse veritiere come Corruzione di Don Winslow.

Diciamo che, in virtù di molte mie superiorità, che mi crediate o meno, non conosco la parola invidia. In passato, gente miserabile, per sporchi giochi meschini, mi affibbiò patenti di malato di mente e, costringendomi poi a reazioni per tale lor assurdo, crudele atteggiamento, volle giustificare l’assunto, quasi arrivando a “certificare” che in effetti ne fossi “patito”.

Etichette alquanto disturbanti che, col tempo, sempre più progredendo, si stanno ritorcendo contro chi le aveva “studiate” e architettate, a ragion veduta della sua pochezza d’animo e del suo “cuore” assai pusillanime, ingeneroso, questo sì da prendere poco seriamente ed essere eccome se adducibile di disturbi psichici. Persone di rara bassezza, sulle quali è meglio non stare a sindacare, usano ogni “arma” e parola detta per altre accuse e capi di “imputazione”.

Nella vita, amici della congrega, se non starete a regole “basiche” di un viver appunto mediocre e ipocritamente “tranquillo”, se direte la vostra con estrema ingenuità e dunque purezza, sarete bistrattati, emarginati e coperti dei peggiori appellativi. Perché stili di vita “autoctoni”, indipendenti dalla macchina (a)sociale castratrice e capziosa, non vengono ben sopportati e sono oggetto di feroci critiche, in questo angosciante gioco al massacro ove tutti vogliono “trionfare” alla ricerca di un’effimera, mentitrice felicità a base di successi, sesso facile, disprezzo del prossimo, piccinerie arriviste per far carriera e, come dico io, cerniera.

Mi conservo la mia “piccola” cernita di persone che mi apprezzano e rispettano il mio Falotico senza chiedergli nulla in cambio, se non sinceri sorrisi e affetto disinteressato. In questo mio esser attaccabile, ricattabile, vilipendibile, ricevetti anche quest’offesa: essendo io lo scrittore di molti cavalieri, qualcuno “proferì” tal stronzata, cioè che anziché scrivere quello di San Pietroburgo dovrei allestire Il cavaliere di Roma Nord, offesa in cui è “implicitamente”, palesemente esplicitata l’allusione al fatto che sarei un “poveretto”, un accattone e ancor peggio un puttanone. Parole assai mendaci, figlie del fallimento mentale di certa gente, che continua, non si sa come, a strisciare nell’invidia.

D’invidia ne soffre, cioè ne è “sofferto”, anche il mitico Frusciante. Molta gente lo attacca, adesso che Federico espone con rara lucidità la sua passione per il Cinema. Gente che gli dice che, se è così bravo a capirne…, dovrebbe avere il coraggio di farlo, il Cinema, non solo di disquisirne. Ma Frusciante, come me, lascia che tali insulti via fruscino.

Insomma, tutto sommato, cari somari, quelle son squallide vitarelle.

 

di Stefano Falotico01374809

 

La “cultura” moderna: l’accanimento nello scrivere “news” di Cinema “accattivanti” con titoli ad effetto


01 Apr

 

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Una nuova, “bieca” tendenza sta spopolando, ahinoi, nel web. Nuovi gruppi “facinorosi”, perché “violenti” nella fretta…, di “scrittori” son pronti a “elargirvi” notizie “a sbafo” da internettologi dell’ultima ora, creando spesso titoloni “spettacolari” come specchietto delle allodole. E ciò quantomeno mi turba, mi mette ansia, mi angoscia. E, “funestato” da questo “guazzabuglio” umano di “notizionisti” d’arte d’arrangiarsi, voglio fare delle considerazioni. Mi capita, sovente, di capitare in rubriche online di Cinema ove vi è la consueta sezione delle notizie, categoria per la quale oggi tutti pare si sentano “ferrati”. Più che altro sono “efferati” nella lor smania modaiola quasi di volersi sostituire al regista o all’attore del progetto “in questione”, per come si fanno belli di paroloni su film che ancora devono realizzarsi e sui quali riversano, sembra, le lor frustrazioni da falliti, sperando che i film diventino i capolavori “annunciati” di cui (stra)parlano, spesso senza cognizione di causa. Imbarazzante. Per star sul pezzo, in mezz’ora scrivono pezzi appunto improvvisati, colmi zeppi di banalità e sostituiscono l’informazione con la didattica, perfino demagogica, più allucinatamente conformista alla retorica. Ecco che “discutono” di serie televisive da “pane quotidiano” di una mediocrità aberrante, senza prese di posizione ideologiche, tanto per parere appunto aggiornati e “colti”. Anch’io scrivo, non solo qui su FilmTv.it, per riviste internet, ma cerco sempre di essere coerente con la mia etica innanzitutto di scrittore unico, indivisibile, incorruttibile e soprattutto fantasioso, tentando di essere almeno originale, mai ripetitivo, mai prevedibile, mai “carta stampata”. Forse questo non pagherà, ma vale davvero la pena “sbizzarrirsi” in news tanto per prendere quattro euro ad articolo, compromettendo la propria onestà intellettuale “a favore” del più ripugnante, odioso “merchandising” dell’anima?

 

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di Stefano Falotico

Fino a prova contraria di Clint Eastwood? Anche di Falotico


05 Jul

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Nel carcere di San Quentin (California), il giovane nero Frank (Washington) deve essere giustiziato un minuto dopo la mezzanotte per l’omicidio di una commessa bianca. Vecchio cronista di “nera” in chiusura di carriera all’“Oakland Tribune”, sobrio come un ex alcolizzato, fumatore, marito infedele, padre assente, puttaniere, Steve Everett (Eastwood) ha dodici ore di tempo per trovare la prova della sua innocenza. Da una calibratissima sceneggiatura di Larry Gross, Paul Brickman e Stephen Schiff, adattamento del romanzo The crime di Andrew Klavan, Eastwood al suo 21° film di regista-produttore (Malpaso) ha cavato un thriller a orologeria che soltanto critici e spettatori che guardano il dito invece che la luna hanno giudicato meccanico, effettistico, sentimentalmente demagogico. Oltre a divertirsi con il suo antieroico giornalista, politicamente scorretto a 360 gradi, e con i dialoghi scoppiettanti di irriverenza, gli altri apprezzano l’irridente lucidità con cui, senza mai salire sul pulpito, smonta la logica del sistema giudiziario USA, la macchina disumana della pena di morte, il latente razzismo della maggioranza silenziosa, il sistema formalistico della democrazia fittizia, il giornalismo che bada al “lato umano”, il clericalismo ipocrita e untuoso, il perbenismo familiare e persino Babbo Natale. Fedele al suo classicismo di scrittura e al suo ottimo direttore della fotografia Jack N. Green, Eastwood ha fatto un altro film minore perfetto. Gli dà voce il solito, bravo Michele Kalamera.

Tratto dal dizionario dei film Morandini…

 

Pensieri alla rinfusa, ecco, sono molto stanco in questo periodo per me eterna-mente acerbo e fischietto nella natura mia creaturale come un “cieco”, no, un cervo. Quanti coacervi di presunzione e di “dotte” inquisizioni che debbo patire “a ragion (il)logica” d’una mia indole protesa all’illanguidimento lascivo, all’apatia stagna, all’apoteosi d’una danza ormonale quasi spenta, perché oggi ho tentato di masturbarmi, con esiti incerti, su una famosa pornoattrice americana, e quel che “n’è venuto” è stata spermatica, maggiore ansietà d’un uccello che (non) va. Quindi, lessi il giornale, cercando notizie più tristi di me, dunque di contraltare m’affannai a farmi riprendere al salir dell’umore e di un ormone appiattitosi, affievolito, “cereo” e sbiadito. Poco ne “venne” e pensai che molte donne “dabbene” son invero puttane e quindi Eastwood, nel film suddetto, (le) faceva bene a darsi da “fare” con alcune di “malaffare”. Tanto, ne prendi una “buona” ed è solo una racchia intellettuale che t’ammorberà con le sue mestizie pigre e genuflesse a una (r)esistenza ove per lei il lavoro “duro” è tutto e giudica gli uomini in base alla “cravatta”. Anche all’ovatta di vite “sterili”. Ha però il desiderio di farne tanti… di figli. Di mio, credo che passi le giornate nella tristizia, una tristizia tanto “matta” da “degenerare” nell’allegria sconsiderata, nell’euforia van(itos)a, nel girarmi i pollici per non far rotear di noia le pal(l)e… del vent(ilat)o(re), delle notti in cui insonne non piglio il mio “sommo”, giorni abulici (s)fatti di sigarette stiracchiate, sdrucite come una donna che non ha più da “dare” eppur, appunto, vuole solo ruffiani danari, di cappuccini cremosi in bomboloni alla crema e la mia panza che, (de)crescendo, borbotta nella fanfaronaggine che sa il “fallo” suo.

In verità vi dico che, per il mio stile di vita “pensionabile”, molti m’addebitano (in)giuste diagnosi di malattia mentale, ma il ver(b)o è che son lucido come un Clint d’ottima stagionatura e splendido come un bel film d’annata.

Di “ano” in anno, rimango così, nel dubbio che gli altri di me non abbian capito un cazzo. E me ne convinco da “pazzo”. Pubblicando un altro lib(e)ro…

di Stefano Falotico

Facebook ha rovinato il Cinema


29 Apr

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No, non è una provocazione. In qualche “mo(n)do”, lo penso davvero. Questa proliferazione dipost(er) assomiglia ai gridi munchiani di “Io esisto e voglio condividere il mio (non) gusto con te!”.

Quindi, ti mostro i miei “preferiti”. Sempre, ripetuti, reiterati, insistenti, “deficienti”.

Ora, è un discorso complesso che ha origini laddove le connessioni internettiane, che in Italia fra l’altro “celebrano” il trentennale proprio oggi, si “svolgevano” col modem 54k e bisognava prima staccare la presa telefonica per “collegarsi” alla rete, prima insomma dell’ADSL, del Wi-Fi, di amenità “sconce” del genere degenerate, insomma, di questa (de)generazione.

Assisto impotente a un trionfalismo di eroi dell’infanzia che spuntano sovementemente, anzi, che dico, prepotentemente perenni nell’idolatrare proprio il “mito” che si scelse a “modello” di quell’età mai evolutasi.

Sì, un tizio condivide ogni giorno, a ogni ora, tranne pause momentanee lavorative, (s)fortunata-mente, i post di Sylvester Stallone che si allena in Rocky tutta la saga. Brindando al suo idolo, appunto, che gli scaccia i pensieri di una vita, ahimé (non) duole dirlo, che credo sia fustigante e priva di vera autonomia felice. Sì, certa gente cerca nel calcio la panacea ai propri mali esistenziali, altri trovano nell’iconcina la pace estemporanea delle loro frustrazioni quotidiane. E allora Sly Stallone diventa il proletario “tosto” e dal sorriso “rassicurante” che li mette tranquilli, della serie “anche il proletariato ha il suo sindacalista muscoloso”.

Quindi, ecco spu(n)tare Al Pacino nel Padrino, perché uno si crede un “boss” e fa del suo malessere un’apparenza da “malavitoso” e “macho”. Capirai che paura.

Alcuni in chat ti rispondono come DiCaprio di Django Unchained, “Avevate la mia curiosità, ma ora avete la mia attenzione”, quando volevi chiedere loro soltano un “Come stai?”.

Insomma, “liofilizzano” frasi e video di film storici e/o memorabili per “robotizzarsi” nella banalità freddissima d’un veder(ci) “telematici”, facebookiani appunto, triste e decadente.

Vuoi vedere che La foresta dei sogni non è poi così brutto come “questi” dicono?

Diamo(ci) una speranza, andiamo al cinema.

 

di Stefano Falotico

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