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RAMBO: LAST BLOOD, un trailer pessimo – Gli stili educativi della vita, la mia libertà da semi-eremita e Re Mida contro i moralismi guerrafondai delle teste di m… a


21 Aug

michael filipowich mindhunter 2

Capitolo 1: ha ragione Todd Solondz

Sì, inondato da una furia celestiale, sto patendo gli strazi di me addolcito, non so se rinsavito, che un tempo giacque in una torta a mille strati. Ero inasprito, guardavo come Travis Bickle il bicchiere mezzo vuoto con tanto di aspirina.

All’epoca, il mio mentale stato si era talmente illiquidito nell’essersi sciolto a mio babà, sì, un pasticcione vivente pasticcino che potevi sciogliere in bocca soltanto accarezzandolo con un bacino, che stavo in fondo sbriciolato mentre, sopra di me, tutti festeggiavano con tanto di champagne e ragazze che, fra un cocktail con ghiaccio e gelide limonate arrapanti, scaldavano… sbrinandole di leccate spompanti.

Sì, gelide limonate. Perché questi ragazzi non sapevano dare un bacio caldo come l’ardente vodka servitavi da una di Mosca.

Trattavano le ragazze come delle matriosche. Dando loro solo un’oca al semifreddo.

Fidatevi, rispetto a questi bastardi, preferirò sempre Jeff Goldblum de La mosca. Almeno, è stronzo al massimo della più sexy sua forma.

Sì, erano tutti sparpagliati in qualche festa, brindando alla faccia del mio cioccolatino.

Sì, mi spalmavano d’offese.

Ora, vi racconto una barzelletta non proprio pulitissima che Angelo, ex mio diabolico compagno delle elementari, purtroppo tragicamente deceduto in seguito a un fatale incidente stradale, raccontò alla nostra scolaresca:

un uomo ha un figlio, cioè è padre di un bambino da educare.

Per farlo crescere sano e forte, per insegnargli dapprincipio che la melassa di molti sdolcinati film hollywoodiani e disneyani non corrisponde alla realtà, spesso cinica e desolante, deprimente e piena di quotidiane delusioni sfiancanti, lo indottrina e imbocca immediatamente alla stronzaggine del mondo.

Sì, suo figlio tornò da scuola. Suo padre quel giorno non andò a lavorare e dunque, al rientro del ragazzo a casa, doviziosamente gli preparò il pranzo luculliano e appetitosamente rosolato.

Prima assieme mangiarono degli ottimi spaghetti fumanti, mischiandoli al bis di delicate eppur piccanti penne all’arrabbiata, quindi si strafogarono di bistecche al sangue. Dandoci giù pesante.

Mangiato che ebbero come dei ludri, bevendo e scolandosi due bottiglie di vino, ficcarono nelle loro bocche pure tutta la frutta. Ingozzandosi di pesche, banane, lamponi e cocomeri.

Be’, essendo ancora un periodo scolastico, forse la frutta fresca non deglutirono, più che altro il padre, ruttando e scoreggiando tra un baffo leccato e un tovagliolo macchiato, disse al figlio…

– Cogli donna Rosa quando è matura. Io ho sposato una donna di nome Violetta quando era ancora vergine e m’ha fatto viola, m’ha pelato il culo come un melone.

– Capisco, papà. Sì, ma mamma dove sta?

– A leccare la noce di cocco di un uomo più peloso di una scimmia che non ama però mangiare gli arachidi. Ragazzo mio, gli arachidi, soprattutto se salati, sono buonissimi. Sono come le patate, piacciono a tutti gli uomini. Tranne a quelli che amano prenderlo nel culo. E tu non devi mai fartelo mettere. È chiaro?

Insomma, tua madre sta con King Kong.

– Capisco, papà.

– Comunque, ora dobbiamo digerire. La vita è dura ma ancora tuo padre è forte e non finirà a vivere nella foresta. Quindi, ci pappiamo il dolce.

– Va bene.

– Eccolo qua. Gustatelo tutto, è un dolcissimo profiterole. Ti do due palline. Sì, crescerai e avrai poi due pallone.

– Grazie.

 

Il pargolo afferrò il cucchiaio, non vedendo l’ora di divorare in un sol boccone tutti quei due bignè così farciti di cacao, ripieni di panna montata cremosa.

Sì, il giovane era ancora affamato come un lupo, nonostante avesse già fatto piazza pulita di mezza cucina.

A voglia dopo a lavare i piatti, sarebbero stati cazzi.

– Oddio! Che schifo! – urlò il ragazzo. Vomitando disgustato.

– Bravo. Non è un profiterole, è merda. E tu l’hai già mangiata. Quindi, sai cosa ti aspetterà in questa vita.

– Papà, perché mi hai fatto questo?

– Te l’ho detto. Devi subito comprendere lo schifo, essere pronto perché incontrerai lungo la via della vita, eh già, merde al cui confronto la merda che hai appena rimesso, eh sì, ti sembrerà Nutella di qualità.

 

Nessuno di noi bambini rise alla barzelletta di Angelo.

La maestra, invece, contattò subito suo padre poiché secondo lei il padre era uno stronzo.

– Pronto, è lei il padre di Angelo?

– Sì, perché?

– Domani, l’aspetto.

– Io domani lavoro.

– Me ne sbatto il cazzo, signore. Suo figlio ha recitato davanti a tutta la classe una porcata.

Ora, signore, il ragazzo non può parlare in maniera così sboccata alla sua età. È colpa sua se non ha saputo imboccarlo coi giusti precetti pedagogici. Porti suo figlio a vedere Cenerentola, non gl’insegni certe stronzate senza Fantasia.

– Signora maestra, le posso dire una cosa?

– Mi dica, signore.

– Lei è una merda.

 

Ah ah.

 

Capitolo 2ieri mattina al bar è partita una rissa, per sedare il macello è intervenuto Salvini

Ieri, successe un putiferio.

Parcheggiai la macchina. Al che, attraversai la strada. Sto sempre molto attento prima di attraversare.

Eppure, uno (poi scoprirete che invece era una su una vecchia Uno) svoltò l’angolo senza guardare e stette per investirmi:

– Dio d’un Cristo della madonna puttana di Gesù! Che cazzo fai? Le pare il modo? Per fortuna son dotato di riflessi migliori di Flash Gordon, altrimenti avrei fatto la tua fine. Sì, tu sei un uomo finito. Quanti anni hai? Una trentina? Sì, sei un tipo da Cinema di Avengers. Cioè sei già fottuto.

E quella zoccoletta al tuo fianco chi è?

– Guarda che guidava lei, non io. Non te ne sei accorto? Tu, fantoccio, oltre a dover cambiare gli occhiali, devi andare pure da uno bravo…

– Ah, allora non sai una minchia del mondo. Chi dice donna dice danno. Devi guidare tu la macchina. Non farti scarrozzare da questa succhiacazzi.

Donna al volante, pericolo costante!

– Ma tu sei pure maschilista.

– Sì, tu sei frocio.

– Tu sei malato!

– Anche tu lo sarai dopo che te l’avrò suonate. Ti cureranno al traumatologico.

– Ora, faccia di porco, stai esagerando.

– Tu non sai che cos’è l’esagerazione. La tua ragazza lo sa. Ieri me la sono inculata e ha capito che tu oltre un certo limone, no, limite, non riesci a spingere.

– Adesso sei andato troppo oltre. Troppo, troppo, troppo! Tenetemi fermo!

– Ma che dici, pappagallo? Tieni zitta la bocca, piuttosto. Ricorda la stronzata che mi diceva sempre mio padre. Sei come L’orlando furioso ma non hai la classe di Ariosto, più che altro, nascesti pollo e morirai arrosto! E, dopo che le avrai prese, la tua ragazza mi farà un bocchino in questa fine di caldo agosto!

– Dio mio! Ti spacco, io ti spacco!

 

Volarono calci e pugni, tutti gli avventori del bar s’ammutolirono. Qualche avventore perfino s’avventò. Il barista intervenne per separarci. C’eravamo attaccati come delle ventose. Botte da orbi, piroette da Bruce Lee, pedate nel culo da Bud Spencer, io che tirai i capelli a questo mezzo pelato e lui che cercò di arrabattarsi, forse solo sempre più arrabbiarsi, tra mille schiaffi.

Perfino la sua ragazza, quella che guidò la macchina del cazzo, mi colpì la testa a colpi di borsetta con tanto di sbavato rossetto e i profilattici mal conservati che, dalla sua custodia, schizzarono dappertutto!

La folla andò in visibilio. Una vecchia mezza sorda, con in mano un’Oransoda, non sentì il casino pazzesco ma si divertì da matta/i.

Incitando all’urlo senile di:

– Forza, figli di troia! Datevele sode! Intanto, io ordino pure una Lemonsoda e una Pelmosoda. Spremetevi, avanti, cazzoni!

 

Uno chiamò il numero verde, uno l’ambulanza, un altro la polizia.

Nel frattempo, finii di bere il mio cappuccino e, nel frastuono generale, non pagai lo scontrino.

Sgattaiolando via con il sole del primo mattino già inoltrato nel mio calore da uomo con l’uccello a mezzogiorno che non deve mai dar conto a nessuno.

Soltanto alla ragazza del tipo da me smontato, ragazza cattiva da educare dopo il tramonto. Sì, quella della borsetta.

Infatti, prima di uscire dal locale, raccolsi uno dei profilattici della succitata minzione, no, sopra menzionativi, quindi mi girai verso il ragazzo suonato:

– Ehi, bello, questo stasera lo userò con la tua bella.

 

Nonostante fosse mezzo morto dissanguato, urlò come De Niro/Al Capone alla fine de Gli intoccabili:

– Tu non sei niente! Sei solo chiacchiere e distintivo!

Salvini lo chiuse in manicomio.

 

Capitolo 3i miei genitori mi hanno insegnato che non si conquista il rispetto e la dignità dietro la maschera delle lauree e dei titoli da mettere a brodo

Sì, la mia adolescenza fu funestata da fighetti liceali assai indignitosi. Facendo contenti i genitori, adempiendo ai loro dettami, ogni mattina si presentavano a scuola tutti compunti. E i compiti?

Anche se, a tutt’oggi, nonostante siano laureati, ancora pretendono di voler mettere a posto i miei puntini sulle i.

Ma la finissero. È una marmaglia di porcelli ipocriti. Si fanno commiserare, mentendo a loro stessi, andando in giro a dire che sono poveri e in mutande solo perché quel giorno la scema delle loro frivole socialità animalesche, eh sì, non gliel’ha data. Dunque s’inchinano al pietismo e alla retorica più falsamente sinistroide.

Sì, in seguito alle inculate pazzesche che ricevono, in quei momenti d’abbattimento devastante, leggono tutti i passi migliori di Stalin, quindi accendono Instagram e scrivono a tutte le più grandi fighe, ammonendole neanche se fossero Savonarola:

Ma non vi vergognate? Svergognate! Alla vostra età dovreste studiare, invece che star discinte a posare. Dovete sposarvi. Che cosa lascerete ai posteri?

 

E loro rispondono tutte in cor(p)o: lasceremo fiumi di sborra più del fiume Nilo. Tu invece che lascerai? Questo tuo messaggio altamente denunciabile e perseguibile legalmente?

Sì, davvero, non se ne può più di tutti questi falsi.

Meglio io ché non rinnego di avere cento film pornografici di Jules Jordan.

Se non vi piaccio, mi compro un altro filmetto e poi terrò sempre in gloria questo “pazzo”, Michael Filipowich di Mindhunter 2, il quale sostiene di conoscere sette lingue, in verità non sa parlare nemmeno la sua madrelingua correttamente, cioè praticamente assomiglia a molti di voi.

Millantate di essere artisti, grandi attori, critici d’arte e di Cinema imbattibili ma soprattutto, solo dopo aver letto due post del sito lascimmiapensa.com, pensate di aver capito tutto della vita.

Sì, devo dirvi la verità.

Mi piace romanzare le mie sfortune.

Ma indubbiamente io e John Rambo siamo forse la stessa persona.

Tutti pensano di farci il culo e ridono come matti alle nostre (s)palle.

Con molto ritardo, realizzano che i topolini sono loro.

Credono di averci sepolti vivi con una bombardata d’offese.

Sì, credo di essere sempre stato un puro. Mi commuovo e soffro dinanzi alle sciagure e alle sofferenze altrui.

Così come Rambo che, tornato dalla guerra, apprende che il suo amico è morto di Cancro.

Continua per la sua strada ma qualche arrogante continua a non sopportarlo.

Come sapete, Rocky e Rambo sono i due personaggi più iconici di Sylvester Stallone.

Rocky Balboa e Rambo sono in verità la stessa persona ma non perché a interpretare i rispettivi personaggi sia stato ed è, appunto, Stallone.

Rocky, nonostante i pugni presi, non si arrende mai.

Rambo si è già arreso. È la versione Breaking Bad di quelle tamarrate che a me piacciono.

Sì, perché io sono tamarro. M’è sempre piaciuto andare in giro e fotografare i culi delle ragazze. Però, per molti anni subii i lavaggi mentali e i condizionamenti demagogici di gente salottiera.

Che volete farci?

Volete chiamare il prete?

Be’, diverrà mio amico come quello del cazzo di Vampires.

Sì, la libertà crea joie de vivre, le ideologie, le imposizioni, le ottuse posizioni creano le psicosi.

Non c’eravate ancora arrivati?

di Stefano Falotico

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L’immarcescibile Sylvester Stallone sarà ancora Rambo


07 May

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Ebbene sì, da non crederci? Invece è tutto vero. Sylvester Stallone rivestirà ancora una volta, nonostante l’età avanzata, uno dei suoi più iconici e mitici personaggi in Rambo V.

Non è uno scherzo né il solito, patetico rumor messo in giro da qualche buontempone. La notizia è ufficiale ed è stata diramata da Screen International in esclusiva, e poi è rimbalzata sui maggiori siti di news cinematografiche, attestata peraltro da Deadline.

L’attore riprenderà il suo leggendario e celeberrimo ruolo nel quinto “episodio” del franchise Rambo.

E la trama sarà su per giù questa: l’attempato John Rambo, ritiratosi a vita privata in un ranch, sarà costretto a tornare in azione quando la figlia di un suo caro amico viene rapita dopo che si era recata in Messico per partecipare a una festa. E John s’imbatterà in un pericoloso giro di prostituzione gestito da un re del crimine.

Rambo dovrà sgominare il criminale e salvare la ragazza, e si avvarrà perfino dell’aiuto di un giornalista la cui figlia a sua volta è stata presa in ostaggio.

A quanto pare, le riprese dovrebbero cominciare abbastanza presto, già a Settembre fra location mozzafiato e suggestive che andranno da Londra alla Bulgaria fin alle Isole Canarie.

Il film sarà prodotto da Avi Lerner, grande amico di Stallone, produttore peraltro de I mercenari, e il film sarà presentato al Festival di Cannes, che inizierà fra pochissimi giorni, affinché possa essere acquistato da possibili finanziatori.

Ricordiamo, per chi non lo sapesse, che Sylvester Stallone il prossimo 6 Luglio, che è oramai alle porte, compirà la bellezza di settantadue anni.

Sarà credibile nei panni di Rambo o vi pare troppo vecchio per un ruolo del genere?

 

di Stefano Falotico

La legge(nda) di Lincoln Hawk, detto anche Falco, anche falò delle vanità


05 Dec

Over the Top

 

Indagine sulla mia morte, il r(itr)atto di un artista di strada, dalla vita distratto, umanamente “ineccepibile”, probabilmente un vivente metafisico in mezzo ai mor(t)i, bevo, non da benevole, le b(i)on(d)e nel giovial San Francesco che parla al suo “uccello” e gli dà da ma(ngia)re… spaccandoti il braccio della morte… do lor(d)o botte!

Essi vivono!

La mia “fame” per la vita è “terribile”, da malaria, d’appestato, calpestatissimo, (im)modestamente (an)dato, d’offese inondatissimo, insultato in mo(n)do inusitato, abusato, picchiato, massacrato, sbertucciato, scheggiato, evitato e finanche da me stes(s)o “evirato”, amputato, slabbrato, odiato, “uccellato”, saccheggiato, bevuto, vivo mangiato, mannaggia, non mangio e tutti se “le” magnano mentre, dopo aver conquistato ogni re(gn)o di tal società infamona di ragni, non mi resta altro che (non) essere un av(ar)o, son in trappola, al tapp(et)o, Ave Maria e Padre nostro datemi il buon riposo, non son uno che sta in posa, vivo soltanto di fini prose e vera poesia, non mi sposerò con nessuna e a te, maschio, darò spin(tarell)e e non ros(s)e, la vita mi spossa, mi spacca, mi rompe, in poche parole e nessuna prole, sì, m’ha devastato il cazzo.

E ora ti sarò devastante!

Un senso insensato di me troppo assennato mi sta facendo andar fuori da tutti i sen(s)i logici. Sì, schivo le donne che mi voglion (ar)render schiavo, son delle “ciucciatrici” e non voglio “allacciarlo” a lor “allattanti”, alcune m’allettano ma non è, in fin dei “coiti”, un gran letto, non hanno dei didietro “affabili”, codeste, non destissime ma tardone, sono delle galline da coccodè, meglio me, il gallone mai tard(iv)o, affabulatore di fav(ol)a per il cazzo suo sveglissimo, da “Pifferaio magico” che fa schiantar tutte le top(p)e, (di)struggendole nel burro(ne), io, uccellin’ mi(g)ratore sempre desto e vado diritto, fantasioso-fanatico-fantoccio-non faccio nulla, vi(b)rante a v(i)olar sulle urlatrici e “urinatrici” pervertite, da invertito giusto, ridatemi il Paradiso di (in)g(i)usto, e dove sta BeatriceNietzsche che diceBo, ma quale Bologna, città di Asinelli e di donnette poco danti, meglio Zucchero e Dante sulla Garisenda rispetto a tal pendenti dalle labbra…, che Asinelli, somma-mente, in modo som(m)ar(i)o, son da prender a pedate, ma quali testate… giornalistiche, sbatti… il mostro nella sua “mo(st)ra” a pet(t)i in “f(i)ori”, meglio Mario e il mio “pennuto”, nido del cu(cu)lo in cui risiedo eppur mi voglion sedare, non sto seduto né sedato, vado rasserenato, e debbo, fortissimamente “volano”, volli… suonarvi la mia serenata nel seder mio da severo. Da tal umanità porcellesca, io son avulso, scevro da tutti i servi. E mi dovete servire! Io, “servendovelo”, non amo tal ma(ia)li da “assorbenti”. Te lo (a)stringono, (re)spingono, (st)tirano ma io son nato con la camicia ed estraggo la coniglietta dal cilindro, tutto dentro… striscia da serpente, “viscido” va di “liscio”, sul vel(lut)o son uomo fatto per ogni lupa (s)porca. Quindi, da volpe, bevo la “sborra”, “aromatizzandola” con del luppolo, imbiondandomi di… a tutte birre. Ma che sbavate? Sbevacchiate mentre io, fra tante (co)r(n)acchie, da becchino metto il “bocchino”, e tu, o(r)mone, non (o)metter’ il becco. Altrimenti, picc(hi)o! Vai azzittita, zietta, tu, zitella, beccati questa zoccoletta e basta coi buo(n)i(smi) da zollette! Vai ad arare e lavoratelo/a.

Amor, non esi(s)ti, f(o)u, fotti(ti), zoccola. “Inzollatela” e poi recati, ma quale uomo di Recanati, leopardate, non meritate Leopardi, a far dei “girini” a zonzo, lasciando il marchio da Zorro. Zotica, che cazzo vuoi? Beccatelo e sta zitta! Un altro segno, vado… se(g)nato.

Ecco la “sberla” del mio bel ribelle, io di pelo, io di “palle” nel concimarmi fra le comari. Guarda Omar quant’è bello, ispira tanto “sentimento!”. Nessuna inseminazione, evviva il mio Totò a “darvele” nel popò.

Evviva Pomarico, paese di uomini contadini molto amari, tutti a mostrar le chiappe chiare a Metaponto, località balneare di putrida maretta e di cassa-integrati disintegrati (a)socialmente, che “Sole”, che sola, che soli, tutti a cantar, di vasche da viali, le canzoni di quel viados di Rossi Vasco, ma quale chiara come l’alba! Si chiama siccità di star all’“asciutto”, non arriva mai l’acqua e, alla gol(os)a, puntan gli “appuntati” nel “venerarle” il culetto solido da “stella” di “latte”. Tutti “sceriffi”, ma che brutti ceff(on)i. Le donne ingrassan come delle vacche, quelli al bar svaccano, e allor evviva io, uomo che bivacca e se “la” beve a tracolla.

Questo si chiama tracollo, non saltatemi al “colon”. Il mio fe(ga)to è già un “fottio” di troppe prese per il culo, basta (s)fottere. Non bucherellatemi, (b)ricconi, son ubriaco di “viltà”, che (s)figa, ma vai a darlo via da “cazzo” di vita di mer(da).

Poi, mi scende… “quello” alle ginocchia, vuole succhiarmelo ma è meglio che prenda la sua “lingua” e impari altre lingue. È un analfabeta del mio “tirato” a “lucido”, poliglotta, andiam a vivere in una g(r)ot)ta ridente-annerente, di Grottole. Lì, scimmiotti, da scimmie non s(c)eme, potremo grattarcelo senza tope.

Che s(c)eme(nza) della follia, mia folle!

Grat(icol)a del mio (for)maggio, meglio Novembre e Natale, uomo che odia Pasqua(le)!

Ora, giro il Cappell(ai)o, matti che non siete altr(u)i, ed evviva i camionisti!

Almeno, non sono ipocriti. E, oltre a m(en)are, sì, evviva i miei fan, proprio male quando s’incazzano, fanno in mo(n)do oceanico e titanico! Nettuno è sopra il mio esser Nessuno!

Dammi Atlant(id)e e ti dirò in quale (lo)culo abiti. Nessuna abi(li)tazione, vai sommerso. Andrai poi (ri)scoperto in Pandora di vas(ett)i scoperchiati, mio visetto. Ecco il mio vis(t)o. Stai in vis(i)ta.

Fatemi il “piacere”.

Over ogni top(o) di fog(n)a, vaffanculo a tutti!

E ora leccatemelo!

Game over!

 

 

 

di Stefano Falotico

 

The Expendables 3, Final Trailer


02 Aug

Explosive!

 

Meglio Stallone Cobra di Erich Fromm


01 Jun

 di Stefano Falotico

Erich Fromm, da me, riceverà solo botte in quel posteriore!

Sezione manicomio cimiteriale del mio nichilismo frenante solo dinanzi a una zoccola pensante

Sì, son misogino, dichiaratamente sfacciato, credo anche misantropo su cazzone d’ordinanza e, modestamente, mi permetto il luss(urios)o di sfog(gi)are una carrozzeria d’erezione pronta all’uso per ficcartelo nel culo. No, non vado per il sottile, non ho stile, vesto “impeccabilmente” i miei peccati e guai a scassarmelo. Prenditi i trattati sulla tenerezza di Erich Fromm e pulisciteli con carta Tenderly, io mi spazzo(lo) col dentifricio ché, piuttosto di effeminarmi con ‘sta roba per checche, checché ne di(re)te, m’annuso il dito e preferisco un po’ di sana merda a queste leccate per vecchiette da ospizio. Sì, da questo punto di vista, son “frocio”. Ma meglio un ano sbattendotelo che anni passati a prenderlo. Anni fa, infatti, ‘sti falliti m’impiegarono come obiettore di coscienza per far il ginecologo apprendista d’una vacca zietta tutta cagona che, fra l’altro, pisciava fuori dal vaso, urlandomi a viso aperto, e sue cosce divaricate, che non le sapevo asciugare la vagina con dell’emolliente ad ammorbidir le sue incontinenze. E mi diede anche dell’impotente perché, secondo lei, l’infermiere sapeva invece come (s)fotterla, ripulendola a dovere dopo avergliela te(r)sa di brodaglia in men(sa) che non si dica. Al che, sfogliai appunto questo semi-gaio di nome Fromm, che nella vita faceva un cazzo e sapeva sol filosofeggiare da pensatore della minchia, anzi diciamocelo, cazzeggiava e vinse anche premi molto ambiti in a(m)bito letterario che a me par solo, dietro la scrivania, par(l)ato e talare. Solo parlare, bla, bla, bla e il mio sputo alla sua vita da confettino a vederla a pois. Ti sputo! Gran puttanazzone! Puah!

Sarà, a me son sempre piaciuti i duri, non questi morbidoni per frustrate depresse che, stese a letto, ma non infornate dentro come si deve, leggono ‘ste consolazioni patetiche da chiesastiche solo perché nessuno le scopa come Dio comanda. Ogni giorno, guardan l’oroscopo speranzose di ricevere la classica botta. Ma state tranquille, io non vi scoperò, E adesso, bagascia, a terra scop(pi)a.

Dammi del povero Cristo sfigato e vedrai il Diavolo a infinocchiarti!

Sono questo, mi dispiace se (non) ti piacerò, non sono tenero e m’innamoro solo quando mi sparo le seghe. Da sequoia che, da secoli, fa una vita arida, b(r)ulla, secolarmente circolare a girarci attorno e spezzarti in due, alzandomi poi il bavero, care papere.

Mi (s)piego? Non mi spezzo? Sì, ma tu ti spezzi e me ne frego del tuo disprezzo.

Ecco la “tenerezza” di questo fascio… di “rose” finte. Leggiamo la merdaccia, fatevi del male!

 

Per sua natura la tenerezza è qualcosa di fondamentalmente diverso dalla sessualità, dalla fame o dalla sete. Da un punto di vista psicologico, pulsioni come la sessualità, la fame e la sete sono caratterizzate da una dinamica autopropulsiva: crescono d’intensità fino a quando non raggiungono un punto culminante in cui vengono soddisfatte e, per il momento, non si desidera nient’altro. La tenerezza appartiene ad un altro tipo di pulsione. Non è autopropulsiva, non ha scopo, non ha un punto culminante e non termina bruscamente. Trova il suo soddisfacimento nell’atto in sé, nella gioia d essere cordiali e affettuosi, di prestare attenzione, rispettare un’altra persona e renderla felice. Considero la tenerezza una delle esperienze più gioiose e positive. La maggior parte degli uomini sono anche capaci di tenerezza e non la associano all’altruismo o al sacrificio di sé. Solo per chi è incapace di tenerezza questa costituisce un sacrificio. Ho l’impressione che nella nostra cultura ci sia poco spazio per la tenerezza. Ma quante volte in un film troviamo manifestazioni di vera tenerezza tra i sessi o tra adulti e bambini o tra umani? Infatti non si intende affermare che siamo incapaci di tenerezza, ma solo che la nostra cultura scoraggia la tenerezza, e ciò dipende in parte anche dal fatto che è orientata a uno scopo: tutto ha un suo scopo, tutto ha una sua precisa meta che deve essere raggiunta. Il nostro primo impulso è sempre quello di raggiungere qualcosa. Siamo poco interessati al processo vitale in sé che si esaurisce nel vivere, nel mangiare o nel bere o nel dormire o pensare o provare un sentimento o vedere qualcosa. Se la vita non persegue alcun fine, allora ci sentiamo insicuri, ci chiediamo a che cosa serva. Anche la tenerezza non ha alcun fine. Non ha il fine fisiologico di dare sollievo o una soddisfazione repentina come avviene nella sessualità. La tenerezza non ha altro fine se non di godere di un sentimento di calore, piacere, sollecitudine nei confronti di un’altra persona. È questo il motivo per cui temiamo la tenerezza. Gli esseri umani – specialmente gli uomini – provano disagio quando manifestano apertamente tenerezza. E, inoltre, il tentativo di negare le differenze tra i sessi e di omologare uomini e donne ha impedito alle donne di mostrare tutta la tenerezza di cui sono capaci e che costituisce un tratto specificamente femminile.

 

Sapete che gli dico? Ma vai a dar via il culo!

Appunto!

Sly vs Schwarzy


22 Oct

Esistono varie personalità in ognuno di noi, quella cattiva e quella fintamente buona che fa buon viso per poi spaccartelo

La versione cattiva

Di… come in un “bel” dì mi divertirò da “matti” a scagliar pietre lincianti contro il panzone che, nel mezzo “sgambato” del suo senil pasciuto, soffrirà come le bestie scannate nel canile di lui “accanito”
Di tortura in tortura vien fuori sempre la verità ed è un attimo “soltanto” d’illusoria vendetta o cranico spaccarti le ossa con occipitale fratturar ogni carne tua “vitale?”.
Il panzone sentenziò, “spacciatore” dell’alcolista anonimi a raccontar “schizofreniche” diagnosi (ri)versate a “danno”, durato anni, verso chi antipatico gli (resi)stette. Forse ché della sua cara mogliettina, emaciata e mai da “lui” baciata neppur su una minuscola tettina, non mai “arrossò” l’osédel muscolo lì “adiacente”. Alla “diaccio” mai le fu diavolino ché il suo “pisellone” combaciava gelido col cazzetto di chi fa “sesso” coi calzini. Insomma, “lei” una strega e lui una mezza calzetta. Balanzone della Bologna goliardica, “dottore” auto-laureatosi di “bocchino” a imboccar i figli cocchini per poi riempirli di “botte”. Oh, un barbogio borbottante che tante balle sul suo conto “narrava”. Pur essendo commesso portalettere dell’ANSA, a tutti gli amici si presentava come “giornalista” d’altro “precoce” darsele “a gambe”. Sì, le prostitute “felliniane”, tanto da lui amate fra un tortellino e un “infradito” cornificante alla p(o)veretta moglie, tradita ripetitivamente quanto gli obblighi che impartiva al “sangue del suo sangue” nei riguardi, fra l’altro irriguardosi, dei due partoriti e poi educati al porcile “odioso”, che sanissimamente trombava da trombone. Sì, un’ipocrita come pochi, un porco “gaio” con tendenza bisessuale all’incesto anale propagato ad eterozigoti suoi “gemelli” su aborto della moglie partita da un pezzo dopo un mai avvenuto cesareo, e mai venne essendo frigida ma vessata, della davvero “inseminata”.
Ai figli insegnò a seminar il panico, buttandoli nel pantano “pedagogico” ove quel che importa, oltre all’importo della vita truffaldina, son le sbattute fighine del seral Sabatino.
Racimolante onori e pregi su “vestigio” di puttane con la vestaglia e mess(alin)e “nere” a suo “salir” in cattedra. Sì, per an(n)i, se lo “tirò” perfin da professor, “dando” da sé la patente d’intellettuale.
Da me, invece, fu scoperto e scopato in culo.
Ché sgobbasse e si ribellasse “recalcitrante” ché altri calci riceverà nelle palle e l’imbucherò, mio “bucaniere”, nel canal di scolo della tua bile.
Adesso te la caghi nelle mutande?

Uso la mazza da biliardo. Tu volesti ammazzarmi ma debbo confessarti che il “prete” delle tue domenicali “confessioni” son io. C’è il segreto “istruttorio”, poi ti darò in pasto ai cani del sagrestano. Latrerai come una bestia nella latrina, spolpata di netto, ché io son gatto (d)istruttivo.

Due vite mie assassinasti, car “uomo”, ma non prevedesti gli altri cinque miei manigoldi a stanarti e ficcarti nella tomba. Dopo aver “pen” ficcato i tuoi figli alla gogna.
Si chiama Profumo di donna o adesso te la svigni, impaurito da pazzi?

Salutami appunto il tuo cazzo, abbine “conserva” nel custodirlo a temperatura ambiente sinché demenza non ti sarà refrigerante. Non abbaiare.
Mi sto appena scaldando, poi arriveranno i (termo)sifoni.

Dicasi infermità? No, fossi in te, chiamerei gli infermieri.

Ieri fosti idiota, domani già non c’è…
In quanto eri già mai eroe ma maiale, e io son qui a renderti il mal’.

Ti auguro buona sorte. Salutam’ sorrrata!

La versione buonista

Sono un uomo (s)puntato dal nulla, subumano con “robotica” bioetica immorale, opinione breve ma di pisello lungo
Non sono mai stato umano. Il mio allenatore sospettò che fossi un androide. Capiva che ce l’avevo normale quando mi spogliavo stanco e lo vedeva flaccido.

Fu per questo che mi schierò centravanti. Perché “tiravo”, mirando il coglione del portiere.
Mancavo lui e per questo seg(n)avo.

Se non l’avete capita, non valete appunto un cazzo.
Insomma, morale: se sei giù di corda, fai una corsetta e nessun corsetto.
Ciao, preferisco il mio grassetto ai corsivi.

Vi è sembrata divertente? Quanto le battute di Leslie Nielsen. Che a me non ha mai fatto ridere.

La buttava sui doppi sen(s)i ed era patetico.

Firmato il Genius
(Stefano Falotico)

  1. Una pallottola spuntata (1988)
  2. Rambo (1982)
  3. Escape Plan – Fuga dall’inferno (2013)

 

Escape Plan – Fuga dall’inferno Trailer Ufficiale


02 Oct

Rocky Balboa, la leggenda


07 Sep

La leggenda…

Son tempi oscuri, v’alleviate nell’allevar ipocondrie stagne, che io fervidamente vinco nel combattimento nervoso d’un sollevamento pesi ingigantito a mio Cuore barbaro. L’appendo in pelle futile d’un anacronismo meticoloso, antico, figlio di boreali albe oggi eclissate dal vostro tedioso, avvelenante e “gioioso” sterile sesso mendace.
Abbindolati da lorde sconcezze esasperate, poltrite miei porci della “nuova” generazione, dimentica di sé e del fu leggendario. Dell’ascetico scisma originario alla Bellezza or qui da voi avvilita. Quando i titani arroventavan il vento e se ne “guaivano” sanguinanti teutonica rinomanza sull’issare dardi scolpiti a montagne immacolate. Ove la neve si scioglieva nei solfeggianti, acquosi occhi speranzosi, intrecciato io di granelli alla religiosa (in)fedeltà più assurta e assoluta per approdare ai piedi sdrucciolevoli di sorgenti mistiche dell’immenso detonarsi dentro. “Illusi” o vividi d’ansia leggiadra, lucentezza dorata in aurore gravide di preghiere al Dio lor più amato ché, fors’invenzione delle fantasie animistiche, li rinforzava in “addolciti” valori proprio trepidanti sangue!
Sì, che bello, si strangolavan in balli ludici, inneggiavan a Satana il bastardo, incapricciati dal vizio “furbo” di coloro che, d’impudenza carnale, troppo in fretta desiderarono marciar verso l’ingannevole “piacere”, o a un bugiardo Cristo immolati mordevano le notti acute dei lupi coraggiosi, nel poi brutto tradirli a raggirar se stessi nel “raggiante” sorriso mortifero di tal pauroso oggi essersi arresi d’adorazioni ancor più demoniache. Oggi, invece? Si “catturano” in sbavarsi “cortesie”, si prostrano a meschina “istantaneità” del “godersela” di “scaltrezza”, deruban le gote del prossimo e lo puniscono con “fervore” davvero di lor “onorificenze”.
Avere? Non han nulla.

E io, davanti a questo lor “divertimento”, sputo e picchio con più accidioso “cinismo”.
Perché sono romantico e rammento a tutti chi di essenza esigerò. Vicino a una panchina screziata che intreccio della mia sigaretta dal “grigior” plasmatico, vagabondo d’altra insonnia allegra. In Passione mia che vi svergina dalle orride vostre cene, di cera mascherata e colata di putridità orgiastica, son lo stronzo che infilza sghiacciante il tuo immondo star (s)contento. Odiami, d’insulti coprimi le “vergogne”, voglio agognar per la gogna e quindi sculacciami dopo avermi sfilato la “gonna”. Protrai offensivi attacchi e adira il tuo cazzo “robusto” nel conficcarmelo a tuo “adulto” gioco.
Poi, dopo che ti sarai cibato di sevizie, voglio pur viziarti con un leccalecca. Spoglio di me e a te “ateo”, mio “religioso” tanto “savio”. Sì, ti sanerò d’ogni mia fica ché mi piace giocar da “donna”, così come tu te n’avvinazzi e su un’altra da spupazzare “giocondo” quindi spruzzi d’anaconda. Salvifica è la mia vita, arrostiscimi e ingoierai l’odore del tuo vomitante sadismo. Ardo, aridi miei! E tu? Tu sei colui che “buono” giudica, impietoso castighi. Dunque, ai tuoi “umili” servigi, mi denudo in prostrazione. Prostituiscimi di tua salvezza. Di sal(i)va cura la mia indole selvatica, t’ordino d’assalirmi e salirai con me in Paradiso… lì, beccherai la Croce maestosa a te genuflessa.
Fesso!
Zampillo col mio cappellaccio, questa periferia odora ancor di fradicio bello, quel sapore oceanico che vien dai mari del Nord, ove l’America s’increspava lunare a mio battibeccar da “bullo”.
Invero, abito in un’altra città, non è Philadelphia ma l’incarnazione terrificante dello sterco di sanguisughe incrociate a spolparti su “decumane” mentalità immolanti motti nazisti. Dei più fraudolenti, diabolici nella “diplomazia” violenta, tagliata con le lor accette “sofisticate”, con la lametta dell’oratoria più affinata nell’ipocrisia di tal lor crasse caste. Mai son casti, amano “incastrare” per “incastonarti” nei loro perfidi giochetti da mosaico delle carni in scatola.
E il lor accanimento non ha mai tregua. T’etichettano e così “devi” vivere non azzardandoti neppur d’abbaiare.
Perché, se no, son guai. Rincaran carnali un maggior bruciarti caudini nella forca su indebolirti per loro “rafforzate” giostre dinanzi a tuo “incagnito spegnimento”. Se poi ululi, in crepitio tuo urlantissimo, ecco che adottan la tattica “stratega” della “ragnatela”. Prima attentano alla tua innocua incolumità con dosi sedative, non solo verbali, quindi “agguantano” la preda quando incattivita non si frena. Ragni, insomma, per telai… e trappole anche alle ambite “tope”. Ma io tanto lacero i miei muscoli, bicipiti d’olio lucido, quanto strappo! Questa è carrozzeria. Le mie donne vibran a corazze di carrozze principesche. E ne sono il Re! Amen, falliti da reami sciocchi.
Voi, loro non si dichiareranno mai colpevoli di reato né tantomeno arretreranno d’altre offese “velate”, dalla leguleia “ragione” coperte dietro abiti intonsi da bellimbusti, semmai “giornalisti” seduti nelle appollaiate, sgozzanti mucche di braciole e braccialetti per segrete segretarie “scrivanianti” col mezzo busto e totale bustarella. Le chiamano annunciatrici. Ah ah. La dicon tutta appena apron la boccuccia. E son anche analfabete delle novelle.
Evviva la carovana! Cavalchiamo!

Si reggon a vicenda, tra una ruffianeria, una leccata di culo “invisibile”, qualche “cortese” baciamano per ingraziarsi le grazie della pupa dal fondoschiena più spalmabile… di plagio e pipe, nei piallarti sui lineamenti disossati d’una maschera che decretan debba piangere e lagrimarsi dentro in “superfluo” lor godere ingordo che tu sia “guastato e lordo”, sciupato, corroso e nell’intimo dissolto. Ma i dissoluti son loro. Che lord… che lor signori(e).
Li conosco tuttavia, ebbi come tanti la sfortuna d’incontrar questi (rac)conti capziosi lungo il cammino mio mai da ozioso.
Gente “dabbene”, abituata a recider in fretta, di “fin(ale)” filetto, una coscienza se non allineata al borghese “istituzionalizzarsi” da ludri divoratori dell’affarismo più “vincente”. Sono proprio “lucenti”, s’affiancano di donn(acc)e statuarie, che han “conquistato” con il più “sano allungamento” dell’intelletto “perspicace”. Meglio la mia linea. Borderline vs tal bordello. Ho pochi dollari, miei cari(ni). Ma il canino è il tuo cannolo più canna fumaria a te che vendi fumo e anche arrosto. Troppa carne al fuoco. Quindi, vai essiccato. Son ricco dentro, tu arricchisci lei di ricotta.
Sì, lo spiccato portafogli nello “struscio” feudale, poco fedele, analmente al “miel’” di gioiellini da veri “damerini”. Che roman(tic)i…  identici a me, non c’è che dire. Tutte le cosciotte di polle addentano. Da bagnar con “tocchi prelibati”. Ardendole al dentino. Cotte… ammaliate…, servite a puntino del piccantone.
Ognun di questi “grandi uomini” ne ha “una” di cui vantarsi, un fregio di cotanto “arrivare”. Vengano, vengano… il circo è servito di “tavola calda”.
Sì, poi leggi proprio sui giornali che le han sfregiate e una lei chiede il risarcimento delle borse, non solo sotto gli occhi. Borsa di (lacrime da) coccodrillo. Volevi il riccone? E ora non arricciarti la pelle stirata del lifting…
I “cazzi” di oggi son maneschi, si ciban di “sesso” sobrio come i piedi sadomaso del caprin Mefistofele.
Hanno visi bianchi m’arrossiscono davanti a chi dice lor la verità. Eppur è sempre rosso il “peperone” per quella da “sbiancare”… ne son “maestri”. Tutte le indiane van ad accaparrarsi, vacanzina esotica per erotismo venezuelano, quindi mulatta di latticino italiano che poi razzista è sempre fermo al nazismo. Si sposa con la bianca, la tradisce a patto lateranense quando apre le gambe con la messicana. Famosa pizza di salsiccia al calzone.
S’augurano il tuo capitombolo e voglion spedirti nella tomb(ol)a, gridando “Vittoria, Bingo! Abbiam beccato un altro Bongo e sfruttato un’altra bona, alla faccia del bonaccione, enorme coglionazzo e scimmietta d’olezzi!’!”.
Non si fan ribrezzo? Meglio la mia zazzera ché al muoversi delle brezze si sbraccia. Corre a perdifiato, s’allena di metallo.
Ecco, talvolta capita appunto che qualcuno, nonostante la lor diffamazione, la lordante “fame” appetitosissima, nonostante il loro orco di urlo “A me tutto, a te il lupo spelacchiato”, qualcheduno non lo “calmi” facilmente.

Perde alla prima, alla seconda tremenda anche, poi aspetta il gancio sinistro.

Che vale il prezzo.

Rifilato “volgarmente” ai pezzoni di stronzi “eleganti”. Sì, glorifico l’elegia del mio cazzo, eletto. Pensavano di (dis)farsene in quattro e quattrocchi… ah ah, questi da “ottovolante” e “oculate” catene… non avevan previsto il montante. Sì, qualcuno spezza la di montaggio catena.
Ecco lo scatenato.

Sì, da sempre e fin dalla nascita ho vissuto nel pedissequo fottermene. Integralmente e integro, coi “valori” del mio fregar tutti in libertà quasi “scandalosa”. La mia libreria pesa di Cultura pura e valgo molte li(bb)re.
I miei genitori mi han sempre permesso che mi crogiolassi nel vuoto da giocosamente “ammorbidirmelo”, stuzzicar il mio pelo pubico riccio e vispo. Senza mimose, facili innamoramenti e morbidezze da tenerezza. Sono un duro. Remoto dalle ammorbanti risa lontane anni Luce del birbante tristarello e delle puttane a briglia sciolta. Orsacchiotto!
Fate pure… a rissa per il purè di “patate” e datemi del poveretto. Attento che non recida i tuoi (l)etti. Vai sempre a tette, ecco lo smottamento tettonico.
Così, in campestre virtù ghiotta di mio saccheggiar anche un sacco da prender a schiaffi, sfacciato passeggio e mai a bada sbaraglio. Ché i bavagli cuciranno la bocca di tua sorella, “laureata” al cucinotto con un segugio che l’annusa in sudori dei profumini come il manzo a suo maialino. Che femmin(e)a culinaria. Lei lo chiama marito, io la chiamo una che guarnisce la “panna” d’altrui maritozzi. Eh sì, più il suo nuovo amante è tozzo e più beve la “tazzina”. Che zuccherino!
Da serva che terga, da sfruttatore a cui l’erge. “Donna che tutti… li legge. Soprattutto li sorregge.
A cul di “acculturata”. Con tanto di “confetture” e buona marmellata. Lettura smielata, melina “smaltata”.
Devo svuotarmi le palle e liberarmi da queste “apparecchiate” e antiquate. Vanno “liquidate”. Di mio smaltimento e cioè di “mattarello” ammattite. La mia “matita” mata e Mal farà, mia Mafalda. Mi darai del malfattore, meglio dei peni dell’animal fattoria. Preferisco il fango, ove gl’idioti di spranghe gemon dopo che li buttai nella pozzanghera. Non son del mio O-rango Tango. Anche perché ho sempre odiato le ballerine.

Mi chiamano il buttafuori, meglio di te, (cer)bottana! Da me, avrete solo che “botte”.

Sì, credo che la società si sia involgarita e tentenna confusa. Ma, di mio, professo il libero arbitr(i)o, innalzando il “ramoscello” delle mie palle dure “fischiettanti”, a differenza di queste torri cittadine, oscillanti fra omosessualità latenti dello sbaciucchiarsi limitrofe, zoofile e finto-filantropiche per tropicali figate squallide, uno svettar di restauri “screpolanti” come le labbra d’una meretrice  da vettovaglie e cianfrusaglie depressive su alcolizzata che sogna erculee aste perpendicolari nel suo ano sempre annualmente, di chirurgia “plastica”, gonfiato con “curia”. Lei crede nelle “Chiesa”, ne chiede di “grazie” e ficca la manina nell’acqua benedetta, salvo scosciar in scrosciante quando dita altrui l’innaffiano di maledetto imbastardirla su e sotto lei bestemmiante gli orgasmi più cattolicamente immorali. Al Diavolo tutti e tutte quante!
Sì, viviamo in un Mondo pseudo cattolico, fra cristiani ortodossi spo(s)sati che se la fan addosso “in mezzo” alle timorate anche quando codeste galline da coccodè “riveriscono” i cocchi d’inchini non tanto castigati, ostie non tanto austere e le solite sceme diplomate alle magistrali, a cui rifilerei la “dotta” saggezza dello scibile più a lor “educativo” di sibilo, cioè il serpente alato quando vorrebbero insegnarmi dove infilzarle, fra uno stretto di Gibilterra, un circumnavigarle in sdraiato inaridirle del mio deserto affettivo e la lavagna di lor gastrite da lavand(ai)e.
Sì, le disprezzo, in quanto misogino a pieno fare sì che penino, scevro da regimi, regine, bacetti e coperto di ruggine ché son adombrato d’un “brioso” oscurarlo nervoso. Come lo Yeti, me lo dormo sulla montagna e, se ricevo visite sgradite dagli sciatori noiosi, li travolgo col mio colorito “pallido” all’aglio, dolcissimo di profumo “vaniglia” d’una valanga e il mio vergarli di pene mostruoso come il vampiro transilvanico.
Quando tiro fuori la lingua, contemporaneamente la Donna graffia di unghie. E io lo allungo. Che lupo.

Credo negli scenari apocalittici e attendo con ansia il primo bombardamento per la tanto “sospirata”, dai che deve avvenire come da Nostradamus…, Terza Guerra Mondiale. Già me lo vedo il Presidente nero assediato dai siriani con la salma di Fidel Castro che si scopa, semi-infartuante, una cubana brasileggiante.

Sono Rocky. E attento a non disturbarmi. Ai lavoratori di questa pigra società “produttiva”, offro un simpatico “Fottetevi” e un sano pugno quando si sganasciano. Ecco il mio “pimpante”. Ai poppanti un bel calcio (ar)rotante.

Per il resto, mi collego a un sito lietamente porno e lievita il mio “tiramisù” sui seni su(p)ini dalle ciliegine rosee e pellerossa con le mulatte nell’intercontinentale e “agguerrito” denudarmi come Dio comanda.
Non sono un moralista. Prediligo un culo “virtuale” ai delinquenti “re(g)ali”.
E non cambierò mai. Neppure la “mano”. Di solito uso la destra per “incendiarlo”. Il “sinistro” lo tengo per dartele. Si chiama colpo “gobbo”, mancino.

Sì, me ne sbatto della religione. Adoro il catechismo di lei quando si china, ubbidisce e i miei moniti s’erigono appunto d’erezione come un monolito “inespressivo” eppur di marmo. Vi servirà di lezione? Voi conoscete un cazzo che abbia più di una smorfia? Sì, è vero, dimenticavo…
Pare che tutte le madri ne posseggano uno nell’armadio. Ha delle “emoticon” con appiccicati dei cuoricini  sulla “faccina” da usare con cautela e “prevenzione” durante i momenti di pausa del marito. Cioè sempre, visto l’andazzo. Lui va a zoccole, poi scopre che il casino coniugale è gestito dalla consorte coi clienti marsupiali, una matrona davvero Mater, da cui il film La milf si fa il figlio tosto di pietra a Matera poi sassi testicolanti con le pere di Bari, “capodopera” a base d’incesti, di “tiri” da tre nel “canestro” venuto… col buco, di zuccheroni filati nel carnascialesco carnevale che la lancia così come va, in vacca per tal corteo funebre di carri mascherati. A quello di Napoli, preferisco il “veneziano”, gondoliere “anonimo” su remar d’ambiguità tremante come in Eyes Wide Shut. Potrebbe essere stato l’amico migliore, il dottore, il marinaio o semplicemente una lesbica nella fantasia non del tutto confessata. Oppur la comare coi suoi lutti. La comare cova, conosce le alcolve. Anche Hulk Hogan del terzo Rocky.

Di mio, voglio leccare le gambe di Naomi Watts, più principessa di Lady Diana, e issarle il mio “Empire State Building”, in maniera inland della Mulholland Drive più delirante al King Kong versione Lynch. Film che David mi regalò in totale “riservatezza”. Una copia ce l’ha lui, l’altra l’ho data da “mangiare” al mio cagnolino. Vive con me nel camioncino. Siamo entrambi dei campioncini.
Un boxer che macina la celluloide sul suo uccellone, uno schiacciasassi che scaraventa al “tappeto” Naomi e vien rotto nella mascella. Eppur nell’angolo la sgolante Naomi fu “sgolatissima”. Una gattona pericolosa.

Sì, sono un macigno in compagnia del mio mastino. Mastico senza mastici delle dottrine sociali, qualche volta mi do, come detto e (non) dat(tter)o all’onanismo, spesso son “schizzato”.
Divengo e, venendo, le sventolo.

E m’incazzerò oggi e domani. Dopo l’altra, un altro…
Io penso al futuro, tu non ce l’hai… te l’ho tagliato io.

Ciao panzone. Vai dal prete e fatti dare l’estrema unzion’. Ti servirà per scendere meglio all’Inferno.
Avrai l’attenuante da “garante”. Vedi? Tu non vedevi oltre le apparenze per via della tua bacata mentalità, e presto sarai in panc(h)i(n)a bucato. Anche un po’ più “in basso”. Ecco il “dotato”.

Sfinisco te, finendoti così, si definisce… del Taglione.
Piaciuta la cazzata? Datti a cose serie. Devi aggiustare il tuo cazzetto. Ma non ti dirò dove lo misi.

Firmato il Genius
(Stefano Falotico)

Cobra Sylvester Stallone e versione falò della vita. Sono cazzi! Muore Margherita Hack, il Mondo universalmente va in vacca!


29 Jun

Come Cobra Stallone, sviscero i criminali dell’etere e i falsi imbonitori che si “prodigano” per il “sociale”, quindi scaravento i gossipari con botte da orbi(tarne), in quanto arbitro delle (dis)pute!

Sì, è morta Margherita Hack, famosa “freak” a cui Riccardo Cocciante dedicò tale strofa:

Io non posso stare fermo
con le mani nelle mani,
tante cose devo fare
prima che venga domani…
E se lei già sta dormendo
io non posso riposare,
farò in modo che al risveglio
non mi possa più scordare.

Perché questa lunga notte
non sia nera più del nero,
fatti grande, dolce Luna,
e riempi il cielo intero…
E perché quel suo sorriso
possa ritornare ancora,
splendi Sole domattina
come non hai fatto ancora

Perché io da quella “sega” non ho fatto più l’amore senza la pizza capricciosa della tua costellazione poco da stalloni!

Sì, Margherita è deceduta dopo una vita sacrificata al vivere fra le nuvole. Poco goduta, ma comunque da osservatorio astronomico.

A parte gli scherzi e l’ironia terra terra… qui Apollo, siamo su Marte, arrivederci umanità di marziani, vogliamo alienarci, voi allunatevi con le “solarità” della fantascienza frivola di James Cameron, co-pilota dammi un’elica e volerò drogato di sogni artificiali nel planare sull’erba… d’una civiltà più rigogliosa.

Sì, sono un extraterrestre, ma Margherita non ebbe una vita da quadrifoglio. Molti fogli protocolli sulle teorie derivate dalla relatività di Einstein ma non tanto “massa per accelerazione di gravità” a ingollarla “tettonica” come il missile “innalzato”.

«La conoscenza scientifica rende liberi, ci sottrae dall’angoscia, ci svincola da dogmi e pregiudizi religiosi. Dal terrore che i nostri antenati provavano davanti a fenomeni naturali inusuali, quali l’apparizione di una cometa, un’eclissi di Luna o peggio ancora di Sole» (Margherita Hack)

Mah, troppo sperare nella chimera, rende la donna una cometa passeggera e poco passerona.
Questa è la mia teoria.

Sono immorale? Sì. Margherita era una Donna vera. Non come le troie odierne. Tutte laureate di raccomandazioni e piazzate di razzo del cazzone (b)ricconcello.

Io vado umorale così. Meglio di questi furfanti che vi rifilano patacche e si fan soldi alle vostre (s)palle.

Il primo della lista nera è the most famous critic in the world, Diprè Andrea, professore-avvocato a cui manca solo l’appellativo di Nobel per la Pace e abbiamo completato l’incessante suo incensarsi di “onorificenze” fals(ari)e come la creduloneria della superstizione. Ah, popolino, oppio e Andrea ha sol che occhi per voi. Come no!

Fortunatamente, in quest’umanità che abbocca a tutto, io son “sboccato” e mi posso permettere di bocciare da grande Lebowski. Io prendo i tuoi birilli, con finte ti ubriaco, e da brillo crolli.
Talvolta, anch’io barcollai, ma beverò sempre a collo. Se non ti aggrada, non sbavare ché il tuo bavero è mio paperino.

Da “Rolling Stone”, piglio i suoi testicoli al balzo e gli strappo la cravatta da fighettino!

Signori, ecco Diprè, l’uomo che ci mancava

Finalmente la politica ha trovato l’uomo giusto, l’utopia che diventa realtà. Tradotto: Aiutoooo! Arrivano i mostri…

Di Luka Pakarov

I casi umani ci interessano. I casi umani ben riusciti dovrebbero interessare tutti quanti. Quello di cui vi parleremo oggi non è troppo conosciuto anche se, come si dice, sta spopolando su YouTube. A me è stato segnalato su Facebook da una lettrice di RS e all’inizio ho preso il soggetto un po’ sottogamba, non avendone subito riconosciuto le potenzialità. È un critico d’arte con il vizietto della politica che ha trovato il modo per guadagnarsi da vivere. Nel suo ultimo comunicato ci dice che vuole risanare il Paese, non ci spiega come, ma non importa, lo compriamo a scatola chiusa. Ah no cari miei, troppo facile, non è il sublime Vittorio Sgarbi che a confronto sembra un agnellino, ma di un suo clone incensato di puro manierismo. La cellula impazzita di un voluttuoso organismo posseduto dal delirio di onnipotenza e da narcisistica malvagità. Si chiama Andrea Diprè. E vi prego di tenere a mente questo nome; negli anni a venire sentirete parlare di lui, nel bene (niente) o nel male (ipotizzabile molto). Questo pezzo e la nostra attenzione nei suoi confronti scoprirete che sono meritati, sul campo. Qualcuno criticherà che portarlo alle cronache significa fare il suo gioco, ma si può fare a meno di un bocconcino così delizioso? D’altronde, nel mondo, non sta succedendo niente di eccezionale.

La cosa migliore, prima di continuare, è di guardare almeno un video di quelli caricati qui sotto per capire che non si tratta di un fake, ma di una forza della natura, del figlio di puttana numero uno, dell’uomo qualunque con cui vorreste litigare ad un semaforo – armati – ma di cui mai, e ripeto mai, vorreste incrociare lo sguardo in un’aula di tribunale. Il suo affilato eloquio vi distruggerebbe. Certo, per un’aurea più mitologica, avremmo preferito che fosse un ologramma inviato dai Visitors, eppure in un periodo della sua vita si è limitato a dichiararsi figlio dello Sgarbi nazionale (come se fosse un buon lignaggio).

Di professione critico d’arte, o almeno così dice, finito anche a Mi manda Rai Tre per aver ripulito il portafogli di diversi artisti della porta accanto, dopo mille promesse ed essersi fatto consegnare assegni postdatati con la garanzia di non riscuoterli (ma che cazzo!), ha esposto davanti le telecamere di Sky la peggiore immondizia non quotata, opere di patetici creduloni che, pagando di loro tasca cifre esorbitanti per lo spazio concessogli, vengono ricoperti di elogi come se in ogni caso, finalmente, Diprè avesse scoperto il nuovo Francis Bacon de noatri. Allo stesso anchorman spesso sfugge un sorriso, a fianco gli artisti, ometti fissi, bianchi, spaesati, praticamente decapitati, che forse hanno capito troppo tardi in quale guaio si sono cacciati.
Paniccia, l’artista Osvaldo Paniccia (Dio ti abbia in gloria buon uomo), con molta probabilità si è allontanato dal tubo dell’ossigeno un secondo prima che la banda Diprè suonasse il campanello. Un particolare: quando il Paniccia dice che l’arte è piena d’imbroglioni, Diprè scoppia a ridere.
Oppure il Neanderthal Virgilio Cera che ha scoperto il volto di donna su un tronco mentre tagliava la legna: valore del pezzo da lui stimato, un milione di euro. Diprè si limita a ridimensionarlo paragonandolo a L’urlo di Munch. Vi consiglio vivamente anche il massimo pervertito, il pittore Giacomo De Michelis. Sullo sfondo le carte da parati, i ninnoli, la credenza, il divano, l’abatjour, le tende spiegazzate, gli oggetti di una qualsiasi misera quotidianità sovraesposta dalla luce di un faretto, che riescono (e a questo a Diprè dobbiamo essere grati), dopo lo sbellicarsi iniziale, a scavare un precipizio dentro di noi, in cui buttarci. Esiste una tristezza nascosta in tutte le riprese che è peggio di una malattia venerea, che te la ritrovi dopo, esattamente un secondo dopo che cominci a rifletterci. Perché gli uomini innocenti, quelli più stupidi e bigotti, ma pur sempre nobilmente aggrappati a un sogno (ah sognare l’Arte! In quanti siamo cascati nel suo ipocrita riscatto!), quando vengono scherniti ed ingannati, irraggiano un’immagine dannatamente dolorosa. Provare pietà non è assolutamente piacevole. Su Youtube troverete un’infinità di mostri osannati e derisi dal “the most famous art critic in the world” (così recita il suo sito).

Le pittrici, invece, di solito sono svestite, dicono frasi senza senso, onnubilate dall’ispirazione, sono provocanti e volgari, certe volte sembra la diretta da un night di provincia, la maggiorata Paola Poliseno (!!) discetta con gli extraterrestri e ci promette che presto verranno a tagliarci le palle (sic), poi ci racconta di quando ha fatto sesso con gli alieni, un’altra, la massima avanguardia artistica, Angela Demony, desidererebbe castrare tutti i suoi schiavi che Diprè, in un’eccellente prova di ermeneutica, interpreta come la dimensione esclusiva dell’arte. Potete giurarci, più di una persona, dopo l’ennesimo deprimente percorso ufficio-metro-casa sotto la pioggia, in quelle sere ipnotiche e solitarie, corrose da televisione e birra, vi si sarà masturbato (immaginatevi eiaculare con l’immagine di Diprè negli occhi quali dinamiche sessuali intrinseche può produrre). Sul campo di battaglia, fuori del pubblico che se la ride o si masturba o lo maledice, rimangono le vittime non troppo coscienti di un ecosistema predone che si accapiglia per insinuare la rassicurante ipotesi che tutti ce la possono fare. Ciò che veramente preoccupa è che, dopo averlo incontrato, qualcuno avrà orientato le proprie ossessioni verso altri lidi, probabilmente inscritti nel codice penale.
Uufff, scusate, uno prova ad essere serio ma dopo aver visionato tanti video ti si spaccano gli addominali, altro che palestra, ammetto che ho addirittura organizzato una serata con amici per gustarceli. Credo che quello più sfatto abbia anche provato a telefonargli.

A Diprè piace la fica, a Diprè interessa il soldo. Andrea Diprè non se la passa male, è un ottimo rappresentante del nostro secolo tanto che, ci crediate o meno, ha diversi estimatori. Egli (un po’ sulla falsariga del nostro ex Presidente del Consiglio) riesce ad esaltare l’immoralità, la mancanza di scrupoli e di stile fino a farla diventare una convincente rappresentazione, una forma di ribellione facilmente usufruibile, alla portata di tutti, in quanto senza veli e spocchiosa, la stessa a cui, magari segretamente, aspirano i suoi spettatori che per questo, seguendo le gesta del critico, si sentono anch’essi ribelli. Cioè quando ti senti dire: “è un grande, Diprè c’ha capito tutto”. Tale adesione ai non valori dei maestri del vuoto, in una società massificata, è il metodo borderline per identificarsi senza operare nessuno sforzo di comprendonio, proprio come richiesto dalla società di massa. In altre parole sono fenomeni necessari che non escono dalla desolante bolla d’indifferenza in cui il consumismo ci fa galleggiare.

Vabbè, pardon, bando alle ciance. La domanda che ci martella però è sempre la stessa: esistono degli acquirenti dei quadri?
I veri critici d’arte non prendono sul serio i burloni della domenica pomeriggio certi che l’Arte abbia un destino comunque ben definito e, malgrado tutto, riconoscibile. Loro sono i custodi dei piaceri meno diretti, quelli più squisiti ed elaborati. Eppure la maggiore forza della televisione viene proprio nel saper sfocare i contorni, rendere ogni esperienza letteralmente possibile e potenzialmente accessibile, con dei passaggi obbligati come la distruzione di memoria e tecnica. Un esempio è quando sullo schermo trovate il grande romanzo della vostra vita, quello che avete letto e riletto, imparato a memoria, studiato e immagazzinato come uno scrigno, trasposto nella scriteriata versione fiction. I surrogati permettono di collegare i due estremi, l’alto e il basso, tracciando un solco trasversale in cui si mescolano la linfa dell’esperienza vissuta e sentita e l’altra, quella del surrogato, superficiale e appena percepita. Insomma, dal veleno prodotto, cosa può germogliare?

Su un altro versante però esiste la gratificazione di potersi prendere gioco di qualcosa molto spesso poco accessibile come l’Arte. In quest’ultimo caso Diprè è un medium, non perché egli conosca l’arte o meno ancora la favorisca, ma perché il bailamme che gli gira attorno è talmente squallido e riprovevole da suscitare emozioni e generare riflessioni. Emozioni, risate e tensioni di bassa lega, sia chiaro, ma non indifferenti.
Il nostro amico molto tempo fa pare che sia stato un divulgatore meschino del verbo degenerato di Dio, con alle spalle l’adesione a un cristianesimo ultraradicale, con tanto di invettive contro mussulmani e omosessualità, ma ha anche flirt minimali con la politica, prima Margherita ed Ulivo, poi la Lega Nord (gli uomini di cultura, i verdi e non solo, li sanno riconoscere subito). Chissà i grimaldelli e il suo sogno nel cassetto che l’hanno spinto ora nel nuovo progetto: un partito. Nel web, postato anche da La Repubblica, gira un video in cui dichiara che tra poco vedremo sorgere il suo partito politico. Si sarà detto Diprè, arrivati a questo punto, perché no? Io al posto suo avrei fatto lo stesso. Già nei panni istituzionali non parla di programma ma di “realizzare l’utopia”. La sua, che temo coincida con il proprio conto corrente. Dice che sarà super partes (funziona sempre) e che aiuterà i poveri (già funziona un po’ meno). Un corto circuito di vanesie frasi fatte in un linguaggio aulico-prosaico da prima elementare, supercazzole, genialità e seduzione, immaginazione, scrittura immediata, e la nemmeno troppo ambigua disonestà da fare impallidire anche il più depravato dei nostri parlamentari. Alla peggio, con questo curriculum, un posticino come corrispondente di Studio Aperto dagli zoo non glielo toglie nessuno.

La sua compatta ed edificante abnegazione al trash (e al quattrino) merita un encomio perché, un tale forviante senso estetico, il suo disegno d’innalzare gli ultimi, gli storpi, i disadattati, può rovesciare qualsiasi giudizio sul Diprè uomo di spettacolo, farcelo sembrare addirittura originale, creativo, tanto che nemmeno il pessimo tabacco danese che ora sto fumando riesce a convertire in condanna. Affascinato da cotanta esuberante meschinità dell’affabulatore da fiera medievale, mi dico che, pure se non mi presento a un seggio elettorale da più di dieci anni, se vedrò la sua candidatura, giuro che lo voterò. Voglio toccare il fondo perché comunque all’orizzonte non vedo nessun futuro e ho un’attrazione innata e perversa per le situazioni estreme, oltre che un vivace nichilismo annoiato. Il Diavolo solo sa dove potrebbe condurci il suo cinico esercizio civico.
Anche io ora mi sento un ribelle.


Bene, a parte Diprè che s’arricchisce con scherzacci da prete e poi va a puttane, fottendo tutti, io sono il Cobra. Ho già portato un’intera famiglia in tribunale, hanno cambiato casa per la vergogna.
E presto pagheranno un bel risarcimento. “Leggerissimo”. Da connotati “pittorici”

Fine del paragrafo.

Fine della storia.

Sono finiti.

Se tutto andrà male, sono al “minimo” rovinati.


Diprè e company possono denunciarmi? Non credo.

 

“Escape Plan”, Stallone & Schwarzy


08 Jun

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