Posts Tagged ‘Umberto Eco’

JOKER: l’estasi dopo il buio ermetico e anche eremitico – Arthur Fleck, detto anche il Falò, vi racconta e vi mostra tutte le ragazze di cui era innamorato ai tempi delle scuole medie, post epico!


24 Jan

83173423_10215532587450670_88263124121026560_o

Sì, presto mi giungerà a casa il Blu-ray 4K in Steelbook edition di Joker.

Io non ho lo schermo 4K.

Ma lo comprerò. Mi porto avanti anche se rimasi sospeso, per molto tempo, nel limbo. E fui scambiato per un bimbo, anzi, per Bambi.

Per un cerbiatto, quasi ungulato, per un animale selvaggio che corse a perdifiato nelle tenebre torbide del suo melanconico, eterno lamento, pervaso come fui da perenni tormenti.

Salvatevi subito questo pezzo da me appena scritto, ragazzi liceali, perché vale il prezzo del biglietto o forse della promozione.

Sì, la vostra insegnante d’Italiano vi chiederà di scrivere una poesia alle Leopardi. Cioè intrisa di pessimismo cosmico misto a un morbido, carezzevole, aromatico romanticismo commovente.

La vostra insegnante è bella e sexy. Voi la fantasticate in maniera masturbatoria nel primo pomeriggio, sognando che lei si genufletta per succhiare tutto il “midollo spinale” di un memorabile attimo fuggente. Prima che vi chinerete, oberati da pressanti compiti a casa avvilenti ogni florida vostra spensieratezza, seduti davanti a una scrivania, imp(r)egnandovi diligenti amanuensi. Ah ah.

Sì, come dei monaci ottemperate con studiosa adempienza ai vostri obblighi scolastici, studiando filosofia e scienza. Soprattutto anatomia. Un giorno forse vi laureerete in Scienze delle comunicazioni, facoltà indetta da Umberto Eco, colui che scrisse Il nome della rosa…

La vostra insegnante è colei che vi sta conducendo negli abissi descritti da Eco nel suo succitato libro quando, in un pezzo eccitante, poetizza il primo, illuminante sverginamento avvenuto, non so quanto sia venuto o soltanto se sia svenuto, fra Adso da Melk e una selvatica (eh sì, la selva oscura di Dante Alighieri, ah ah) donna incontrata durante una notte molto profonda e ogni emozione slabbrante…

La vostra alta insegnante indossa sempre tailleur arrapanti su tacchi a spillo vertiginosi, molto stimolanti gli ormoni adolescenziali vostri (s)piccanti.

Dunque, servitele questo mio pezzo e lei, oltre a darvi dieci, ve la darà quando suo marito in casa non vi sarà.

Sì, so che siete come Joaquin Phoenix di Da morire e la vostra insegnante è una bionda come Nicole Kidman.

Sì, l’adolescenza è un periodo in cui si vive continuamente di turbamenti anche da River Phoenix di Belli e dannati. Si è sessualmente confusi. Infatti, assistetti a molti ragazzi innamorati dell’ascetico Keanu Reeves di Matrix. Ho detto tutto…

Ah, Innocenza infranta che non sa se del tutto sganciare la propria visione lontano dall’infanzia o già imborghesirsi in una vita adulta spesso moralmente adulterata e oramai nel porcile affondata.

Poiché, crescendo, sì, cresce qualcosa in mezzo alle gambe ma si sviluppa soventemente anche la corruzione.

I maschi, pur di tirare a campare e a qualcuna riuscire a tirarlo, si svendono, prostituendo ogni residua purezza a mercificazione di sé stessi. O meglio di sé (s)tesi.

Come molti di voi sapranno, la mia adolescenza non esistette. Ma resistetti e ancora, debbo ammetterlo, anche se poco lo metto pur essendo già un bell’ometto, mi piacciono un bel paio di tette.

Vado da molte donne e offro la mia banana, porgendola loro con umorismo alla Woody Allen ma loro mi fanno a fette in quanto son affettate e, pure affrettate, non comprendono I dolori del giovane Werther.

Sì, io le bramo ma loro amano gli uomini tedeschi più nazisti e ignoranti. Quelli che, pur abitando in Italia, tifano per il Werder Bremen.

Come giustamente sostenne Pier Paolo Pasolini, ciò non significa crescere, bensì diventare dei prodotti per il consumo di massa.

Ah, quante cose ma soprattutto quante cosce non sapete di me.

Durante i tempi delle scuole medie, ero innamorato di tutte. Sì, senz’eccezione alcuna.

Potevano, diciamocela, farmi papa poiché non ero razzista. Mi garbavano le bionde, le more, le nere, pure le magrebine, quelle magrissime e anche le grassocce. Insomma, erano tempi in cui di onanismi e fantasticherie rosolavo bene la mia salsiccia…

Oggi non sono ancora né carne né pesce. Sono un eterosessuale che stima gli omosessuali, adoro sempre Keanu Reeves, uomo bisex, cazzuto e incazzato in John Wick, non giudico le prostitute e so che il miglior film di Gianni Amelio non è questa schifezza di Hammamet, bensì Il ladro di bambini.

In particolare, andavo matto per due ragazze. Con Facebook, le rincontrai. E mi sentii come Christopher Walken de La zona morta dopo i Risvegli alla Bob De Niro.

Sì, a causa di De Niro, uomo verso cui mi trasfusi, precipitai nell’esistenziale blackout.

Volete vedere queste due ragazze? Oggi, sono entrambe sposate. Si chiamano rispettivamente Tiziana, della quale mille volte vi parlai e maggiormente innamorai, e Deborah.

Tiziana, peraltro, è sposata col mio amico delle scuole elementari. Che si chiama Pierre, non fa il PR e forse non è un poeta come Pasolini Pier…

Sono entrambe belle.

Grazie al cazzo, io scelgo sempre quelle belle. Anche a loro, a quei tempi, piacevo molto.

Che devo farci?

Mi sa che farò la fine di Mickey Rourke.

Insomma, fu una tragedia.

Ma, nonostante tutto, sono ancora Johnny il bello.

So che riderete e forse mi compatirete.

Purtroppo è la verità.

Non si può discutere in merito al mio carisma.

In merito agli altri mariti, invece, discutiamone eccome.innocenza infranta phoenix tyler83006526_10215532589490721_402458136650186752_o

1936219_122865744671_4608204_nAh ah.

Ancora mi parte la bussola ma perdonatemi. Ve lo dissi un paio di giorni fa. Quando sono innamorato, penso che i nichilisti de Il grande Lebowski vogliano tagliarmi l’uccello. Quindi, divento agitato.

joaquin phoenix da morire68972906_10219989419030020_3420872422549618688_n

I migliori film sull’istituzione scolastica – I soliti (ig)noti


22 Jun

prima notte di quiete delon

Il film Arrivederci professore di Wayne Roberts con Johnny Depp non è un grande film ma non è neppure così disdicevole e da buttar via.

Trattasi di operetta sorretta dal carisma di Johnny Depp.

E sul Depp vorrei finalmente chiarire un punto importantissimo che spesso ai più sfugge.

Stiamo parlando di un attore vero che non ha frequentato però nessun Actor’s Studio. È un talento istintivo immediatamente scoperto per fortuite circostanze e per la sua naturale, incontaminata intraprendenza assai coraggiosa. Sottolineata inoltre dalla sua iniziale carriera all’insegna di ruoli sdruciti come i jeans di un novello James Dean (Dean forse in vita sua mai lesse una novella), ruoli smaccatamente iscritti alla sua genetica fisiognomica da eterno adolescente, un po’ efebico e molto dionisiaco, simbolizzazione della rabbia tormentata del giovane, appunto, leggermente sbandato ma dall’anima intattamente romantica.

Fu istradato, come scrissi qualche giorno fa, alla carriera cinematografica nientepopodimeno che da Nicolas Cage. Sì. E se, da Nightmare alla particina incisiva in Platoon, da Kusturica a Tim Burton, il passo fu brevissimo più di un fulminante lampo, il Depp è uno dei pochissimi attori nella storia, oserei dire, che a soli trentatré anni, l’età in cui Cristo morì, ascese consacrato ad avere il nome del personaggio da lui interpretato, ovvero Donnie Brasco, nella bellissima pellicola omonima di Mike Newell, sceneggiata da un Paul Attanasio in stato di grazia. Uno dei pochissimi a cui fu dato il permesso di recitare con mr. Corleone e Scarface/Carlito in persona, Al Pacino.

Vorreste correggermi? Donnie Brasco è uscito nel ‘97 e dunque, essendo Depp nato nel 1963, aveva 34 anni all’epoca.

Sì, ma le riprese iniziarono molto prima e Depp, per questo film, per tale ruolo suddetto e sudato, sicuramente il copione l’avrà ricevuto, almeno, l’anno prima.

Quindi ho ragione io. Erano 33 come gli anni di Cristo. Tu invece hai ottant’anni e manco hai mai visto Donnie Brasco.

Fra l’altro, non vorrei infamarti, vecchiaccio della malora, ma secondo me non hai mai visto in vita tua neanche una Winona Ryder nuda. Nemmeno nei film con lei protagonista.

Su questo non posso obiettare. E dove potevi vedere Winona nuda? È l’attrice più pudica del mondo.

La massima scena di sesso che s’è concessa, in mezzo déshabillé castigatissimo, è stata in The Iceman.

Ma si rivestì subito perché Michael Shannon le fu appunto freddissimo. Eh già, come fredda lui Uomini e donne da De Filippi, cioè merde mai viste, nemmeno un cecchino.

Poi Winona, con estrema parsimonia, elargì qualche reggiseno di qua e di là ma Gary Oldman, ne il Dracula di Bram Stoker, in versione mostro-licantropo s’ingroppò l’amichetta ignuda.

Ma siamo sicuri che il Dracula di Coppola sia uno dei film d’amore più puri della storia? Forse sì, il Nosferatu di Oldman ci dà senza badare a fedeltà coniugali, spinge in forma, diciamo, maledetta.

Roba che Marlon Brando di Ultimo tango a Parigi è un mon(a)co.

Peraltro, prima di sbarcare a Londra, se ne stette nel castello dei lupi da Frankestein Juniorlupo ululi lupo ululà con tre pezzi dell’Ubalda fra cui Monica Bellucci, una sempre andata forte a tette.

Sì, praticamente Hugh Hefner.

Detto ciò, Arrivederci professore vale il prezzo del biglietto anche per Rosemarie DeWitt. Donna spesso racchia ma che, in questo film, coi suoi tailleur finissimi in più di un’occasione me l’ha fatto diventare ritt’.

Dunque, arriviamo a Scent of a Woman, film iper-retorico che, a differenza di quello che potrebbe sembrare dal titolo, non è incentrato tanto sul profumo femminile, bensì sulla castrazione psicologica di un ragazzo buonissimo, lo studente in erba di una scuola prestigiosa mentre gli altri coetanei del suo paese stanno solo a cazzeggiare in cortile, fra porchette e parchetti in eterne pause molto cretine più che ricreative, fumando l’erbetta con le sciocchine.

Al che, ad Al Pacino girano i coglioni e fa piazza pulita di tutti gli imbroglioni. Ecco, davvero vogliamo che i Philip Seymour Hoffman della situazione, questi futuri panzoni pieni, oltre che di carne di maiale nel cervello come in Onora il padre e la madre, nel fegato marcio, si arroghino il diritto, un domani, di essere dei porcellini in parlamento?

Questi qua sono delle serpi. Sono quelli che oggi, sotto profili anonimi, si scatenano sotto i video sexy di YouTube a scrivere oscenità triviali e pazzesche alle donne scosciate più sensualmente allucinanti, eppure fra solo un paio d’anni saranno rettori di una cattedra universitaria.

Ho detto tutto.

Ci vorrebbe Sean Connery di Scoprendo Forrester… Sean, il protagonista de Il nome della rosa.

Da cui, ragionando di semantica da Umberto Eco, il parallelismo con la celeberrima poesia di Walt Whitman, Carpe Diem, recitata sino allo sfinimento da Robin Williams de L’attimo fuggente:

Cogli la rosa quando è il momento ché il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà.
Infatti, Robin Williams vinse l’Oscar per Will Hunting ma poi cadde in depressione.

Anziché fare la fine del suo personaggio ne La leggenda del re pescatore, si rifiutò di seguire le cure farmacologiche, a base di neurolettici immondi, prescrittigli dai nuovi lager nazisti, ovvero i pedagogici, come no, centri di salute mentale.

Fece benissimo, quando una vita è distrutta, le compressioni e i buonismi consolatori non servono a nulla. Se non a renderti più rimbambito del demente che la vita, con le sue botte tremende, ti rese. Meglio la resa alla resistenza, fidatevi.

Peraltro, io non ho capito l’incoerenza del personaggio di Depp, Richard, in Arrivederci professore.

Prima va nel pub con pubescenti che, se non realizzeranno i loro sogni, diverranno materia di studio per un film di Todd Solondz, beve birra in loro compagnia, fa l’occhiolino alla barista sfigata e dopo un minuto se la fotte in maniera screanzata e villana nel bagnetto.

Dunque, gli vengono i sensi di colpa moralistici e, prima di morire di cancro, recita l’ultimo predicozzo ai suoi allievi.

Dicendo loro che la vita è tutta un porcile, una puttanata.

Infatti, non essendo questi ragazzi figli di giornalisti affermati o figli d’arte, cazzo, saranno fottuti.

Questa è la verità.

Il resto è retorica.

Prendete ad esempio Paul Giamatti de La versione di Barney. Diventa Innamorato pazzo come Adriano Celentano per la sua Rosamund Pike. Lei però lo tradisce con tutti, pure col miglior amico.

E Giamatti, dopo mille poesie leopardiane, dopo aver ammirato la sua Rosamund leopardata, perde ogni grinta leonina, nessuna pecorina con lei fa più ma viene messo a pecora dall’inculata bestiale.

E da Giamatti diviene matto e basta. Bastonato!

Che poi… anche se non sei esteticamente fantozziano come Giamatti ma un figone come Ben Affleck, la Pike ti combina lo stesso casini della madonna.

Basti vedere L’amore bugiardo – Gone Girl.

Mah, a me non convincono neanche quei maschi critici di Cinema che si dichiarano, oltre che ben pagati, felicemente sposati e appagati. Non sono mai soddisfatti, diciamocela.

Sì, nelle loro recensioni inseriscono sempre battute piccanti sulle Edwige Fenech di turno.

Dunque, non sono credibili in merito alla loro esegesi non solo cinematografica, bensì rispetto a quella… riguardante il loro sguardo oggettivo della vita.

Detta come va detta, sono uomini che hanno fatto flop.

Quindi, se il critico della minchia sostiene che Kubrick sia universalmente, imperituramente superiore a Cronenberg, lo ficchiamo subito all’Overlook Hotel e poi mi dirà…

Sì, Cronenberg è un genio, Kubrick era solo un misantropo.

Di mio, che posso dirvi?

Sto antipatico a tutti, soprattutto a me stesso.

Io non mento mai, nemmeno se fossi Alain Delon.

Ah che guaio se un giorno lo diventassi.

Avrei l’anima spaccata in due. Allora davvero non ci capirei un cazzo.

Sapete la verità?

Questa disgrazia è successa e sarà La prima notte di quiete…

Parola di Michael Douglas di Wonder Boys.

Che poi… anche quel brutto detto italiota… ah, se non studi, farai il camionista.

Non c’è mica niente di male a fare il camionista.

Prendiamo Stallone di Over the Top. Un filmetto e in questo filmetto Stallone, indubbiamente, non interpreta la parte di uno laureato alla Bocconi. Ove peraltro i professori imboccano le studentesse più ingenue.

Però, uno come Stallone, uno con la faccia da zotico camionista, come dicono i grandi acculturati del cazzo, non si sarebbe mai sognato di commettere e perpetrare bassezze oscene, a differenza di quello che nonnetti radicalchic sono invece capacissimi di combinare. Speriamo non più, eh eh.

Ah, il nonnismo!

E mi pare giusto che Lincoln Hawk, il falco… della notte, abbia a codesti impostori dato una lezione di vita da spezzare loro il braccio e anche qualcos’altro.

Sì, siamo stanchi di questi tromboni che vanno a dire in giro che sei un ignorantone come Stallone, da costoro reputato un uomo e un attore di merda, gli stessi che esaltano la “folle” classe recitativa di Jack Nicholson ma hanno sempre avuto un piccole problema di comprendonio.

Loro nella vita non sono stati né Stallone né Nicholson. Capisc’?

Semplicemente non sono stati nulla. E la finissero pure di esaltare I soliti ignoti. Sì, grande film ma poi questi nella vita vogliono essere notissimi, danno al prossimo perennemente delle note, giocano di super-cazzole da Amici miei pericolosissimi.

Che tristezza di gente, ragazzi.

 

di Stefano Falotico

Il nome della rosa e Il nome del rosso, il grande Aristotele(s)


24 Mar

IMG_20170906_225849 C_4_articolo_2161232_upiFoto1F Urs-Althaus

Sì, secondo la versione cinematografica del libro di Umberto Eco, il nome della rosa altri non è che il nome della fanciulla ignota.

Questa è la versione data dagli sceneggiatori dell’opera di Annaud con Sean Connery.

Eco invece aveva scelto questo titolo, assolutamente metaforico, per rimandare a citazioni medioevali di varia natura, non solo femminile.

Ebbene, stavo pensando di scrivere un bestseller intitolato Il nome del rosso. Storia di scaramanzie, di sceme zie, di nonnetti cattivi.

Sì, molte oscurantistiche superstizioni popolari hanno sempre sostenuto che uomini come il sottoscritto, ovvero coi capelli rossicci, fossero persone altamente instabili caratterialmente. Facili alla pazzia, indotte geneticamente di DNA dal bulbo color vermiglio, appunto, a cader vittima di strani, indecifrabili squilibri mentali.

E a quei tempi, tempi ove regnavano i sovrani assolutisti ma soprattutto imperava l’ignoranza più brada, a quest’assurda diceria molta gente, bigotta e sprovveduta, dava stupida udienza, come si suol dire.

Non solo le donne nubili venivano arse vive perché accusate di stregoneria. Anche gli uomini che, per questioni ereditarie di livello cromosomico, non si attenevano ai canoni, diciamo, ariani, venivano bruciati nei forni crematori. No, non quelli di Auschwitz, quelli del pregiudizio e del chiacchiericcio discriminatorio partorito dalla malattia mentale delle persone deficienti.

Sì, se fossi nato in quell’era cupissima e folle, avrebbero bussato a casa mia dei gendarmi con tanto di tonache nere, mi avrebbero imbavagliato e, ammanettandomi dopo sevizie e torture fisiche di proporzioni inaudite, mi avrebbero trascinato al cospetto di un inquisitore fuori di testa.

Che, dall’alto della sua maligna idiozia, ah, il Maligno in confronto a costui è un angelo buonissimo, mi avrebbe prescritto prima la gattabuia, una cella d’isolamento senza pane e acqua. Dunque, dopo avermi disidratato e lasciato stremante solo come un povero cristo a cui sol urla e gemiti spaventosi mi sarebbero rimasti per difendermi dall’oscena persecuzione, mi avrebbe condotto sulla cima di una collina arida. Inaridendomi del tutto, ah ah.

Impalandomi fra rossissime fiamme voraci che avrebbero essiccato ogni altro residuo grido di rabbia focosa.

Purtroppo, no, nessuno ancora fortunatamente mi ha esposto, bruciante, ah ah, al pubblico ludibrio della gogna d’un popolo inferocito assalito dalla più purpurea cattiveria immonda. Ma molti si dovrebbero ugualmente vergognare.

Sì, molti episodi d’ignoranza parimenti, se non superiori a quella da me ivi descrittavi, nella mia vita mi son successi. Perché, nonostante siamo nel nuovo millennio, gli artisti, le menti vivamente fervide e gli spiriti liberi, ancora son guardati con malocchio, eh eh, da questi esorcisti probabilmente soltanto della loro diabolica demenza. E allora può succedere che, per emanciparsi da tutta una serie di madornali, orrendi equivoci scatenati da quest’orda di uomini bacchettoni, di donne, queste sì, stregonesche con le loro invidie a pelle, ah ah, col loro bigottismo figlio della loro cultura puritana da moraliste frustrate, per sconfiggere questi mangiapreti e Mangiafuoco così presuntuosi e untori della giovinezza altrui da lor lordata con malevolenza sfacciata, con farisea lor mente assai bacata, devi far capire a questi qua (a chi sennò?) che le tue sono scelte assennate, non da asino, e che non sei affatto un semi-eunuco monacale come Venanzio de Il nome della rosa. Libro che verte sulla liceità del riso e la commedia allegra di Aristotele che spesso veniva fraintesa e tradotta come schizofrenia pericolosa dalla derisione sciocca poc’anzi illustratavi.

Bensì, sei Aristoteles. Sì, il “nero” Urs Althaus de L’allenatore nel pallone.

FAGLI UN CULO così!, urlava Lino Banfi.

E il fuoriclasse, dribblando con classe immensa ogni trappola ricattatoria, ogni altro giochino di scarso fairplay, ogni altro sgambetto e, come si suol dire, bastone fra le ruote e bestioni stupidi, ora festeggia il trionfo.

Mentre gli stronzi son rimasti all’asciutto. E sanno solo continuare a offendere per difendersi dalla figura di merda. Davvero brutta.

Perché Aristoteles si è dimostrato più veloce anche con le palle, che campione di razza, sì, di razza, Aristotele era un geniale pensatore e ogni idiota, ogni tonto e ottuso l’ha preso finalmente in quel posto, ogni cosa gli si è ritorta contro ed è chiarissimo che era solamente un panzone dagli evidentissimi, lapalissiani torti e dalla bile stomachevole da vecchio arrogantone molto (s)porco.

E questo è tutto.

Ammazza, questi bastardi son stati proprio distrutti.

E se la sono andata a cercare.

Arriva sempre un punto ove devi dire basta ai bastardi e zittirli una volta per tutte. Anzi, uno alla volta.

 

di Stefano Falotico

Le nostre moralità, la censura, il “proibito”, la vita nel suo esser scoscesa, i film al cinema e Turturro ne Il nome della rosa


17 Oct

00707106

Stamattina, ho accompagnato mia madre alla stazione. Quante brutte facce in giro, tutte affaccendate. A cosa si affaccendino, non si sa. Persi nei loro deliri frenetici, un’umanità alquanto repellente e poco giocosa, fottutamente ambiziosa, leziosa, oserei dire. Ah, l’osé. Sempre stamane, dopo che con doviziosa “meridionalità” recitai un mio pezzo di ieri “scandaloso”, mi hanno sospeso un video. Perché, a dir loro, moralmente inaccettabile. Insomma, ho peccato di troppa “grintosa” esuberanza e son stato punito. Ma, oramai, sono un habitué delle punizioni. Io stesso mi auto-punisco, in una sarabanda spericolata di colpe che mi do e godimenti di cui dovrei invece gioire con più armonico nitore di me finalmente slacciato da tante moralità finte e solo accondiscendenti la piccola borghesia che non vuole ascoltare il vero, preferendo rintanarsi nelle chiacchiere più spettegolanti però “innocue”, nella tristezza camuffata da ridanciana, volgare ilarità, dalla vacuità più suprema e dalle ovvietà più sperticate. Profonda amarezza per questa gente, che mai si sgancerà da etiche appunto fasulle, contraffacendo la propria apparenza dietro pezzi di carta che possano attestare chissà quale superiorità e continuando a perpetrare, ipocritamente, malignità senza sosta, nell’infinita “bontà” di un perbenismo solo di facciata. Squallore puro, estremo, che castra le anime nate libere e le rende schiave del più mentecatto conformismo becero. Quello per cui, come uomini, si è misurati dal valore dei soldi, dalla bugiarda posizione sociale, dal gioco della piramide gerarchica. Ah, quanti gerarchi. Il nazismo è stato solo nascosto, ma continua a vivere, è vivo e vegeto, purtroppo. Celato dietro immagini impeccabili di signorilità mentitrici le oscenità che custodiscono “sapientemente” nella bruttezza immane del loro animo.

Sconsolato, pieno di malumore, mi preparo un caffè che possa riscaldare, almeno momentaneamente, il girovagar strambo dei miei pensieri scoraggiati. E forse anche leggerissimamente scoreggio nel far defluire la cattiva aria che si stava impossessando delle mie viscere su di giri. Evacuazioni soffici che spariranno intangibili, ma “saporite”, nel cielo blu cobalto di ansietà liberatesi dal buio, buco, della psicologica compressione.

In pochi, in questa società cinica, abietta, son disposti a starti a sentire. In pochi ti danno retta.

E adesso devo sorbirmi anche la notizia che la RAI girerà una serie televisiva dal capolavoro di Eco, con John Turturro. Non c’è più religione.

E i film al cinema? Cambiano sempre e io (non) cambio.

 

di Stefano Falotico

La morte di Umberto Eco


20 Feb

Di lui ho letto, a dir il vero, poco. Ma non me ne vergogno.
Molte volte ne ho omaggiato il talento letterario e fantasioso e credo che Il nome della rosa rimanga il suo libro più ambizioso e al contempo meno pretenzioso, un bestseller picaresco, avventuresco, un Indiana Jones in vesti talari, Eco è, fu oramai, il suo Guglielmo, e accosto la sua figura culturale a quella di Sean Connery. Non ho altro da dire, chi ha orecchie per intendere, intenda, chi non capisce si astenga.

Ma ritengo opportuno che sia il Corriere, il maggiore quotidiano italiano, a dargli il definitivo saluto.

Non vinse il Nobel ma vi andò vicino, antipatico personalmente per la sua creazione della cosiddetta semiotica, branca pseudo-scientology-stica a cui mando un sereno fanculo.

Credo di essere e lo sarò sempre, già ora, uno scrittore altissimamente superiore a lui e alla sua boria da trombone.

Ma, evidenzio, ancora, capitemi bene, che Il nome della rosa rimane una lettura imprescindibile. Nel bene, appunto, o nel male.

Il RISO!Umberto Eco Corriere della Sera

Echi de Il nome della rosa


13 Apr

Ho terminato di rileggere il celebre capolavoro di Eco. Devo dire, con sollievo, che me lo ricordavo il migliore dei suoi libri, e non smentisco, dopo questa seconda, attenta lettura, quanto, canuto oramai e vegliardo come Adso, rammemor(a)i.

Nic Cage è meglio di Eco Umberto


17 Feb

Michael Mann non girò Frankie Machine e io invece sto scrivendo un libro sul grande, redivivo, enorme Nic Cage, alla faccia di Umberto Eco e delle sceme semio(ti)che

Sì, parto col dire che Eco è un idiota. Ora, lo so che posso sembrare provocatorio e basta. No, provoco e “punto”. Così la penso e tal mio pensiero non si sbloccherà dall’aver decretato divinamente il mio insindacabile verdetto. Reputo “Il nome della rosa” un libro di un certo fascino, più che altro furbo seppur scritto con impeccabile stile, sebbene molto tronfio e compiaciuto in numerosi punti (di sutura alle mie palle), da trascurare, di pedante mania descrittiva e imbellettante d’inutili orpelli estrosi quanto boriosi, da maestro in cattedra nel far sfoggio, peraltro a torto poiché io son più colto e maggiormente raffinato, del suo prosaico eloquio.
Giungo quasi alle mani con uno su Facebook per tale screanzata quanto (in)decente dichiarazione. Ma me ne frego altamente. Tolto questo romanzo, anzi togliendolo a metà, io avrei tagliato quasi cento pagine logorroiche e oggettivamente noiose, il resto son saggi da trombone dell’aria fritta del suo “scibile” da porco panzone.
Su YouTube, invece, ai commenti di “Jenny è pazza” del Blasco, “infilando” un (im)pertinente “Vasco è un coglione”, debbo chiamare la flotta navale per salvarmi dal bombardamento inaudito e assai “impudico”.
Ma poi, chiarita la questione “mondiale”, ritorno nello spazio “Commenti” e scrivo che chi ascolta Rossi è da no comment. Quindi, posto il mio bavero alzato di screenshot fiero di tanta mia sintetica prosopopea da giusto e imbattibile stronzo. Per di più, aggiungo, non soddisfatto, che chi ascolta Rossi è un frustrato necessitante di alibi lamentosi per rammendare la (mezza) calzetta del suo cazzone. E inserisco il mio dito medio, forse un’escrescenza “dotata”, modificando il video con un programmino “speciale” da Fight Club.

Qui, sarò odiato a morte dal Federico Frusciante. Ma ieri ho iniziato il mio prossimo, particolare e insolito saggio. Dedicato a Nicolas Cage, del quale traccerò il suo excursus filmografico, svelandone le perle più nascoste, sviscerando anche i suoi ruoli meno celebrati eppur per me geniali. Non scherzo, bestemmiatemi pur contro, nel dir ardendo che il suo Cameron Poe di Con Air, ad esempio, è una creazione attoriale di fervido, gran colpo. Trascurando alcuni Bruckheimer commerciali, Con Air conserva ancora un fascino malsano da guilty pleasure incommensurabile. Una vetta del Nic schizzato e folle che mi rapisce su sua canottiera più muscolosa di Bruce Willis, meno carismatica ma forse più sudata. Come una carriera discutibile eppur, per molti tratti, energica, variopinta, pindarica e di tutto enorme rispetto. Se volete trucidarmi, sfodererò il ghigno cageaino più furbescamente androgenetico in suo androide di alopecia, e sbroglierò la ma(ta)ssa delle doppie punte, anche di chi, spesso a torto, contro il nostro Nic si impunta.
Questo è comunque un estratto, a dardo di mie frecce alla carriera di Nic, arco fra voi porci che ingiustamente lo criticate “a bestia”… ma continuate solo a far le passeggiatelle sotto i portichetti, fischiettando alle (o)carine.

Occhio, ochette. Da oggi, bisogna vederla, ah ah, di ottica alla Falotico, miei ottici.

Son cazzi vostri. Anche in mezzo.

A vent’anni, ho scoperto di essere Nic Cage/Sailor Ripley con la faccia da culo di Matt Dillon e da allora, riesumato nell’anima, nessuno mi ha fermato, nemmeno l’irremovibile Sturm und Drang di me stesso che ora recita…

Sì, dopo un’adolescenza inghiottita dalla follia mostruosa di adulti repressi, che vollero circuirmi alla loro visione deformante da bavosi materialisti, svenni, rinsavii e piacevolmente precipitai angelico in un altro sogno diabolico, più grande e fragile quanto un incubo a occhi aperti, che è la vita nelle sue diaframmatiche ombre lancinanti, a spirituale palpito abissale immerso per sempre nella memoria eterea della vita universale, tutta eterna. Fremente quanto Satana ebbe la virtù intrepida di ribellarsi al Dio delle carneficine, un idiota (in)sensibile che donò all’uomo il libero arbitrio per illuderlo e mangiarselo vivo. Fregandolo del suo Paradiso, cioè la potenza del suo cazzo stampato in iridi frenetiche, rabbiose, sempre irrequiete, cristalline nei furori che la coscienza bugiarda vorrà sempre ammansire nella loro “densa” libagione da cuori rubati. Sì, sottratti negl’inganni del tutto fotterli l’un l’altro alla ricerca folle d’una salvezza impossibile… peni penosi.
E la mia fisionomia s’incendiò sempre più, ora dopo ora, laddove l’abbandonai e, macellata da codesti bifolchi, inneggianti soltanto alla “veloce”, quindi terrorizzante, “ragione savia” dell’adattarsi al porcile, si plasmò allo stronzo di classe per antonomasia, il grande Matt Dillon, un talento sprecato ma che non impreca, perché oggi è un Bukowski come mamma l’ha fatto, bestemmiandolo dall’utero, conscia che dalle sue cosce stava uscendo una merda, e molto probabilmente sudando il suo uccello da bastardo senz’alcuna remissione. Il sudario! Io (non) me la sudo. E la lecco al sugo! Egli, cioè me, il caramello, lo intinge nell’acqua benedetta su “cera” gocciolante sperma maligno in se(g)no della croce imprigionato alla figa della Madonna…, sussurrando fascinoso e irresistibile un desiderante, asmatico, spingente pompino perfetto ingravidante, accolto in “sacro”, vero sverginamento che nessuna puttana normale potrà dargli, il “plagio” cristologico, dunque salvifico e rudemente traditore delle moralità fritte, dello spalmarglielo fra le mani, offerto in mendicanza alla faccia dei poveri cristi.
Quindi, dopo averlo scrollato, così come il parroco dà l’estrema, placida “unzione”, consapevole che l’aldilà è stata una bugia incredibile per fregar i coglioni di tal truffa che è l’umanità, mangiando a sbafo i polli arrosto da mantenuto in tonaca dell’asservimento pecorone, Matt continua da “matto”, masticando un’altra patata prima di crocifiggerla perché tenebroso nel suo Lucifero sadico e alle donne torturante. Perché “lo” vogliono ma lo “colgon” solo a (t)ratti. Molto fragrante, mai in flagranza di rampa di lancio e patta slacciata.
Egli l’innalza da puro… (co)dardo, fiammeggiando col suo amico di Rusty il selvaggio, Sailor del Cuore…
Sì, questo sono (sempre stato) io, e ora “la” vedo con chiarezza, tornita a mio “tor(ni)o” che, vellutatamente, l’alliscia e la stuzzica, d’incazzature l’arriccia…, ah ah, perché è dotato oltre ogni umana “misurazione”.
Nel culo, v’inglobo in “gloria”.
Quindi, dopo averne “schiaffeggiata” una e sderenata una cameriera, Matt Dillon/Nic Cage sale in macchina, borbotta di cintura di sicurezza astringente su suoi addominali inquieti da peti leggeri, e scarabocchia la strada su attraente, imbattibile, sbattente carisma.
Fermandosi a una stazione di servizio, pisciando in testa al benzinaio panzone e carburando di tutte gomme, quelle che glielo fanno esplodere.
Delle ragazzine a lor boccucce e a suo stallone.
Ciao.

Che c’entra Frankie Machine?
Frank Machianno era uno richiamato in affari sporchi per scoprire che lo volevan far fuori.
Lui, senza cagar la mossa, li fotté.

Tornando ad Eco, ecco.

Io sono il becchino.

Ma nessuno scopa così come me i buchini.

Questa è la ros(s)a.

Salutami a sorrata!

Firmato Stefano Falotico. Assonanza di rima baciata e trombata, di echi sonori alla faccia di te, scemo da semiotica e da fidanzata scimmia.

Questa sì che è musicalità della parola. Ora, abbassati e succhia di ritmo onomatopeico.

  1. Il nome della rosa (1986)
  2. Con Air (1997)
  3. Rusty il selvaggio (1983)
  4. Il genio della truffa (2003)

 

Città marine, il prete & il Diavolo, le prime (s)volte “rosette”


25 Mar

Instradiamoci, non intestarditevi…

Alla riscoperta di un capolavoro perduto

Le “accigliate” increspature della nostalgia del Tempo in un noir dove le emozioni hanno il profumo nervico del mare

Nel 2002 debuttò nelle sale americane City by the Sea, capodopera di Michael Caton-Jones, da noi uscito l’anno dopo e ribattezzato “convenzionalmente”, in linea col “principio” tramico da cui si tesserà la vicenda, Colpevole d’omicidio.
Interpreti principali Bob De Niro (Vincent LaMarca), Frances McDormand (Michelle), e James Franco (Joey). Prove di alta densità recitativa, di sofferto tormento, la pacatezza crepuscolare di un De Niro superbo nel suo minimalismo “manierato”, avvolto nello “scialle” delle sue emozioni, una McDormand sensibile e pudica nella sua timida anima, e un sorprendente James Franco ancora una volta “rebel“, un outsider lungo strade bagnate di fango dove divampa l’inquietudine ermetica di un’adolescenza appena assopita lì lì per destarsi in un armonioso velo che si squarcia. Il velo della vita. Tutti, quasi, dormienti fantasmi delle loro storie, di modulati cuori che s’infiammeranno nella nudità di esistenze ancora in viaggio.
Tratto da un articolo comparso su “Esquire” di Mike McAlary dal titolo “Mark of a Murderer”, e scritto da Ken Hixon, il film s’avvale del notevole contributo della fotografia notturna di Karl Walter Lindenlaub, quasi danzante con Lune che accudiscono le acque del fiume Hudson e dell’Oceano, fra una Brooklyn che non ovatta i suoi dolori e i borghi fatiscenti di un’Asbury Park quasi più laconicamente malinconica delle ballate amare di Springsteen.
Un film che non assomiglia a nessun altro, un tuffo “liquorico” nello spettro autunnale del buio che giace mormorante in acuti lampi di Luce, quasi una sbronza alcolica che annebbia la vista iniettandola di quel bagliore chiaroscurale che vi guairà “glaciale”.

Vidi Colpevole d’omicidio in una sera in cui s’abbozzò quel nitore vivido che di lì a poco mi avrebbe come ridestato da un tramonto personale, un’anima rinnovata che ritrovò, dietro quei volti sofferenti, una cheta riacquescenza di un vitalismo sfrenato, quasi lisergico, che si seppellì.
Ho sempre, fin dalla prima visione e in quelle successive, ritenuto il film di Caton-Jones un capolavoro, nonostante i critici miopi dell’epoca, ingannati dalla pessima distribuzione italiana, mi smentivano coi loro giudizi eufemisticamente freddini.
Oggi, “scartapellando” nel magico Net, pesco una recensione d’affissione che combacia in tutto e per tutto a quel che penso io del film, apparsa sulla rivista online affiliata a “FilmTv”, “Sentieri selvaggi”. Ne è autore Francesco Ruggeri.

“Colpevole d’omicidio”, di Micheal Caton-Jones Caton-Jones arranca nelle retrovie nostalgiche del tempo e si sbilancia interamente nel filmare le tessiture nervose di rapporto mancati e proprio per questi saltellanti da un estremo all’altro del racconto, sempre lacunosi e mirabilmente sospesi. Tira un’irresistibile aria decadente in quest’ultima meravigliosa opera di Caton-Jones. E’ un fatto di spazi, di luoghi non più abitati, di umanità in dissolvenza abitate da umori descrittivi che ce le restituiscono vive per un’ultima, dolorosa volta, come se il cinema potesse davvero trattenere in qualche modo la vita. Si tratta di rappresentare il crocicchio che divide l’immagine di oggi da quella di ieri, provando a dare un’occhiata all’intersezione passato/presente, come Caton-Jones fa nelle prime sequenze in cui ridà letteralmente vita alla sfarfallio luminescente di una Long Beach immersa in un passato non meglio precisato. Appunto perché solo immaginato forse, visto che subito dopo il teatro degli eventi assume la fisionomia funesta di un luogo squallido, disabitato, fatiscente (eppure sempre di Long Beach si tratta). Si gioca con il passato dunque, per tornare al presente quando però quest’ultimo ci appare come meno preciso, non ben definito, diciamo pure sfocato. Vincent LaMarca vive il presente per praticare il passato, è un poliziotto con un matrimonio fallito alle spalle, e un figlio ventenne che non vede da anni. Il giovane è un drogato, ha un figlio con una giovane cameriera, ma l’assenza del padre nel corso degli anni si è fatta sentire. Viene implicato in un omicidio (uccide nelle prime sequenze un malvivente non bene intenzionato), per poi essere ricercato dalla polizia per un’uccisione di cui però stavolta non ha colpa. Intanto però rivede il padre che si sta peraltro occupando proprio del caso che lo vede coinvolto in prima persona. Ma non è questo ciò che conta. A Caton-Jones non interessa troppo sciogliere i nodi del pettine (si tratta peraltro di un plot ispirato ad un articolo di un certo McAlary), ma di lavorare di cesello sui corpi dei protagonisti (quello vagante e malfermo per la troppa droga assunta del ragazzo, quello deciso fino ad un certo punto e poi oscillante del protagonista, ma anche quello materno e risoluto della brava McDormand), racchiudendo nelle loro esitazioni al movimento lo spirito nascosto di tutta l’opera. Quando un certo Cinema ti entra dentro e ti sconvolge, il rispecchiamento dell’essenza in un puntino di luce qualsiasi (e quanta luce drogata / malata / sognata c’è nelle prime sequenze, quasi a fare da contraltare all’oscurità a-programmatica del seguito) provoca emozione ed estasi dello sguardo, quasi a voler cancellare di colpo il germe dell’identificazione e recitare senza più soggetto, in preda ad affettuose convulsioni del cuore. Subito dopo la prima mezz’ora Caton-Jones inizia a perdersi per strada la storia, arranca nelle retrovie nostalgiche del tempo (il rapporto impossibile vissuto col ritmo del salto temporale tra Vincent e il padre giustiziato tanti anni prima sulla sedia elettrica per aver causato senza volerlo la morte di un bambino, comunicazione scandita dal corpo stanco del protagonista che riguarda su un logoro divano le foto di quand’era bambino) e si sbilancia interamente nel filmare le tessiture nervose di rapporto mancati (straordinaria in questo senso la sequenza in cui De Niro / Vincent va a prendere al lavoro la McDormand, trasparenza / previsione fantasmatica della notte scorsesiana di Taxi Driver) e proprio per questi saltellanti da un estremo all’altro del racconto, sempre lacunosi e volutamente sospesi. Ma ancor di più in fondo punteggiati da insostenibili / sublimi in­serti melò che mandano all’aria ogni raccordo (basti pensare a che tipo di chiusura narrativa si va incontro) per fissarsi sul campo/  controcampo finale tra padre e figlio assediati dalle forze di polizia locali, direttamente immersi nell’inferno agghiacciante del confronto. Padre e figlio, dunque (De Niro è da manuale di recitazione come il suo solito e qui, se possibile, anche di più, James Franco è una promessa su cui puntiamo senza problemi), due perfetti estranei che la vita ha già messo al tappeto, eppure ancora capaci di lottare, di schierarsi. Di piangere. Caton-Jones spinge il suo Cinema alle estreme conseguenze e infuoca in un diluvio di spontaneità raggiante e spudorata quei misteriosi vuoti lasciati come solchi nelle nostre vite, lasciandoci in balia di uno sguardo gettato al di là del mare (il City by the sea del titolo originale, nonché l’ultima immagine). Lambito da tracce d’esistenza che ci appartengono per intero.

Titolo originale: City By the Sea
Regia: Micheal Caton-Jones
Soggetto: Micheal McAlary, tratto dall’articolo di Micheal McAlary “Mark of a murderer”
Sceneggiatura: Ken Hixon
Fotografia: Karl Walter Lindenlaub
Montaggio: Jim Clark
Musiche: John Murphy
Scenografia: Jane Musky
Costumi: Richard Owings
Interpreti: Robert De Niro (Detective Vincent Lamarca), James Franco (Joey Lamarca), Eliza Dushku (Gina), Frances McDormand (Michelle), William Forsythe (“Spider”), Drena De Niro (Vanessa Hansen), George Dzundza (Reginald Duffy), Patty Lupone (Maggie)
Produzione: Brad Grey Pictures-Franchise Pictures-Sea Breeze Productions Inc.
Distruzione: Eagle Pictures
Durata: 108′
Origine: Usa, 2003

Articolo del 25/03/2003 di Francesco Ruggeri

Un modo in più, per me che lo evoco spesso nei miei scritti, e per tutti coloro che l’hanno visto distrattamente, o per coloro che non l’hanno ancora visto, di riscoprire un’autentica perla.
Un capolavoro che sa essere anche melò.

 

 

No, non salvarmi…

 

 

Quivi ristetti, ansimante. Dalle vetrate penetrava la luce della luna, in quella notte luminosissima, e quasi non avevo più bisogno del lume, indispensabile invece per celle e cunicoli della biblioteca. Tuttavia lo mantenni acceso, quasi a cercar conforto. Ma ancora ansimavo, e pensai che avrei dovuto bere dell’acqua, per calmare la tensione. Poiché la cucina era vicina, attraversai il refettorio e aprii lentamente una delle porte che dava nella seconda metà del piano terra dell’Edificio.
E a questo punto il mio terrore, anziché diminuire, aumentò. Perché mi avvidi subito che qualcuno stava nella cucina, presso al forno del pane: o almeno mi avvidi che in quell’angolo brillava un lume, e pieno di spavento spensi il mio. Spaventato com’ero, incutei spavento, e infatti l’altro (o gli altri) spensero rapidamente il loro. Ma invano, perché la luce della notte illuminava abbastanza la cucina per disegnare davanti a me, sul pavimento, una o più ombre confuse.
Io, raggelato, non ardivo più retrocedere, né avanzare. Udii un ciangottio e mi parve di udire, sommessa, una voce di donna. Poi dal gruppo informe che si disegnava oscuramente presso al forno, un’ombra scura e tozza si distaccò, e fuggì verso la porta esterna, che evidentemente era socchiusa, richiudendola dietro di sé.
Rimasi io, sul limine tra refettorio e cucina, e un qualcosa di impreciso presso al forno. Qualcosa di impreciso e – come dire? – mugolante. Proveniva infatti dall’ombra un gemito, quasi un pianto sommesso, un singhiozzo ritmico, di paura.
Nulla infonde più coraggio al pauroso della paura altrui: ma non mi mossi verso l’ombra spinto da coraggio. Piuttosto, direi, spinto da una ebbrezza non dissimile da quella che mi aveva colto quando avevo avuto le visioni. C’era nella cucina qualcosa di affine ai suffumigi che mi avevano sorpreso nella biblioteca, il giorno prima. O forse non si trattava delle stesse sostanze, ma ai miei sensi sovraeccitati esse fecero lo stesso effetto. Avvertivo un afrore di traganta, allume e tartaro, che i cuochi usavano per aromatizzare il vino. O forse, come appresi dopo, si stava in quei giorni preparando la birra (che in quella plaga a nord della penisola era tenuta in un certo pregio) e la si produceva secondo la moda del mio paese, con erica, mirto di palude e rosmarino di stagno selvatico. Aromi tutti che, più che le mie nari, inebriarono la mia mente.
E mentre il mio istinto razionale era di gridare “vade retro!” e allontanarmi dalla cosa gemente che certamente era un succubo evocatomi dal maligno, qualcosa nella mia vis appetitiva mi spinse in avanti, come volessi esser partecipe di un portento.
Così mi feci dappresso all’ombra, sino a che, alla luce della notte, che cadeva dai finestroni, mi avvidi che era una donna, tremante, che serrava al petto con una mano un involto, e che si ritraeva piangendo verso la bocca del forno.
Dio, la Beata Vergine e tutti i santi del Paradiso mi assistano ora nel dire cosa mi accadde. Il pudore, la dignità del mio stato (ormai vecchio monaco in questo bel monastero di Melk, luogo di pace e serena meditazione) mi consiglierebbero piissime cautele. Dovrei dire semplicemente che qualcosa di male avvenne ma che non è onesto ripetere cosa fu, e non turberei né me stesso né il mio lettore.
Ma mi sono ripromesso di raccontare, su quei fatti lontani, tutta la verità, e la verità è indivisa, brilla della sua stessa perspicuità, e non consente di essere dimidiata dai nostri interessi e dalla nostra vergogna. Il problema è piuttosto di dire cosa avvenne non come ora lo vedo e lo ricordo (anche se ancora ricordo tutto con impietosa vivacità, né so se sia il pentimento che ne è seguito a fissare in modo così vivido casi e pensieri nella mia memoria, o l’insufficienza di quello stesso pentimento che ancora mi tormenta dando vita nella mia mente addolorata a ogni minima sfumatura della mia vergogna), ma come lo vidi e lo sentii allora. E posso farlo, con fedeltà di cronista, perché se chiudo gli occhi posso ripetere tutto quanto non solo feci ma pensai in quegli istanti, come se copiassi una pergamena scritta allora. Devo quindi procedere in tal modo, e san Michele Arcangelo mi protegga: perché a edificazione dei lettori venturi e a flagellazione della mia colpa voglio ora raccontare come un giovane possa incappare nelle trame del demonio, sì che esse possano essere note ed evidenti, e chi ancora vi incappi possa sconfiggerle.
Era dunque una donna. Che dico, una fanciulla. Avendo avuto sino ad allora (e da allora in poi, siano rese grazie a Dio) poca dimestichezza con gli esseri di quel sesso, non so dire che età potesse aver avuto. So che era giovane, quasi adolescente, forse aveva sedici, o diciotto primavere, o forse venti, e fui colpito dall’impressione di umana realtà che promanava da quella figura. Non era una visione, e mi parve in ogni caso valde bona. Forse perché tremava come un uccellino d’inverno, e piangeva, e aveva paura di me.
Così, pensando che il dovere di ogni buon cristiano sia di soccorrere il proprio prossimo, mi appressai a essa con gran dolcezza e in buon latino le dissi che non doveva temere perché ero un amico, in ogni caso non un nemico, certamente non il nemico come essa forse formidinava.
Forse per la mansuetudine che spirava dal mio sguardo, la creatura si calmò e mi si avvicinò. Avvertii che non capiva il mio latino e d’istinto mi rivolsi a lei nel mio volgare tedesco, e questo la spaventò moltissimo, non so se a causa dei suoni aspri, inusitati per le genti di quella plaga, o perché questi suoni le ricordassero qualche altra esperienza con soldati delle mie terre. Allora sorrisi, ritenendo che il linguaggio dei gesti e del viso sia più universale di quello delle parole, ed essa si quetò. Mi sorrise anch’essa e mi disse poche parole.
Conoscevo pochissimo il suo volgare, e in ogni caso era diverso da quello che avevo in parte appreso a Pisa, tuttavia mi avvidi dal tono che essa mi diceva parole dolci, e mi parve dicesse qualcosa come: “Tu sei giovane, tu sei bello…” Accade raramente a un novizio, che abbia passato tutta la sua infanzia in monastero, di udire affermazioni circa la propria bellezza, e anzi si è di solito ammoniti che la bellezza corporale è fugace e da tenere in conto assai vile: ma le trame del nemico sono infinite e confesso che quell’accenno alla mia venustà, per quanto mendace, scese dolcissimo alle mie orecchie e mi diede una incontenibile emozione. Tanto più che la fanciulla, nel dir questo, aveva proteso la mano e coi polpastrelli delle sue dita aveva sfiorato la mia gota, allora del tutto imberbe. Ne provai come una impressione di deliquio, ma in quel momento non riuscivo ad avvertire ombra di peccato nel mio cuore. Tanto può il demonio quando vuole metterci alla prova e cancellare dall’animo nostro le tracce della grazia.
Cosa provai? Cosa vidi? Io solo ricordo che le emozioni del primo istante furono orbate di ogni espressione, perché la mia lingua e la mia mente non erano state educate a nominare sensazioni di quella fatta. Sino a che non mi sovvennero altre parole interiori, udite in altro tempo e in altri luoghi, certamente parlate per altri fini, ma che mirabilmente mi parvero armonizzare con il mio gaudio di quel momento, come se fossero nate consustanzialmente a esprimerlo. Parole che si erano affollate nelle caverne della mia memoria salirono alla superficie (muta) del mio labbro, e dimenticai che esse fossero servite nelle scritture o sulle pagine dei santi a esprimere ben più fulgide realtà. Ma v’era poi davvero differenza tra le delizie di cui avevano parlato i santi e quelle che il mio animo esagitato provava in quell’istante? In quell’istante si annullò in me il senso vigile della differenza. Che è appunto, mi pare, il segno del rapimento negli abissi dell’identità.
Di colpo la fanciulla mi apparve così come la vergine nera ma bella di cui dice il Cantico. Essa portava un abituccio liso di stoffa grezza che si apriva in modo abbastanza inverecondo sul petto, e aveva al collo una collana fatta di pietruzze colorate e, credo, vilissime. Ma la testa si ergeva fieramente su un collo bianco come torre d’avorio, i suoi occhi erano chiari come le piscine di Hesebon, il suo naso era una torre del Libano, le chiome del suo capo come porpora. Sì, la sua chioma mi parve come un gregge di capre, i suoi denti come greggi di pecore che risalgono dal bagno, tutte appaiate, sì che nessuna di esse era prima della compagna. E: “Come sei bella, mia amata, come sei bella,” mi venne da mormorare, “la tua chioma è come un gregge di capre che scende dalle montagne di Galaad, come nastro di porpora sono le tue labbra, spicchio di melograno è la tua guancia, il tuo collo è come la torre di David cui sono appesi mille scudi.” E mi chiedevo spaventato e rapito chi fosse costei che si levava davanti a me come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribilis ut castrorum acies ordinata.
Allora la creatura si appressò a me ancora di più, gettando in un angolo l’involto scuro che sino ad allora aveva tenuto stretto contro il suo petto, e levò ancora la mano ad accarezzarmi il volto, e ripeté ancora una volta le parole che avevo già udito. E mentre non sapevo se sfuggirla o accostarmi ancora di più, mentre il mio capo pulsava come se le trombe di Giosuè stessero per far crollate le mura di Gerico, e al tempo stesso bramavo e temevo di toccarla, essa ebbe un sorriso di grande gioia, emise un gemito sommesso di capra intenerita, e sciolse i lacci che chiudevano l’abito suo sul petto e si sfilò l’abito dal corpo come una tunica, e rimase davanti a me come Eva doveva essere apparsa ad Adamo nel giardino dell’Eden. “Pulchra sunt ubera quae paululum supereminent et tument modice,” mormorai ripetendo la frase che avevo udito da Ubertino, perché i suoi seni mi apparvero come due cerbiatti, due gemelli di gazzelle che pascolavano tra i gigli, il suo ombelico fu una coppa rotonda che non manca mai di vino drogato, il suo ventre un mucchio di grano contornato di fiori delle valli.
“O sidus clarum puellarum,” le gridai, “o porta clausa, fons hortorum, cella custos unguentorum, cella pigmentaria!” e mi ritrovai senza volere a ridosso del suo corpo avvertendone il calore e il profumo acre di unguenti mai conosciuti. Mi sovvenni: “Figli, quando viene l’amore folle, nulla può l’uomo!” e compresi che, fosse quanto provavo trama del nemico o dono celeste, nulla ormai potevo fare per contrastare l’impulso che mi muoveva e: “Oh langueo,” gridai, e: “Causam languoris video nec caveo!” anche perché un odore roseo spirava dalle sue labbra ed erano belli i suoi piedi nei sandali, e le gambe erano come colonne e come colonne le pieghe dei suoi fianchi, opera di mano d’artista. O amore, figlia di delizie, un re è rimasto preso dalla tua treccia, mormoravo tra me, e fui tra le sue braccia, e cademmo insieme sul nudo pavimento della cucina e, non so se per mia iniziativa o per arti di lei, mi trovai libero del mio saio di novizio e non avemmo vergogna dei nostri corpi et cuncta erant bona.
Ed essa mi baciò con i baci della sua bocca, e i suoi amori furono più deliziosi del vino e all’odore erano deliziosi i suoi profumi, ed era bello il suo collo tra le perle e le sue guance tra i pendenti, come sei bella mia amata, come sei bella, i tuoi occhi sono colombe (dicevo) e fammi vedere la tua faccia, fammi sentire la tua voce, ché la tua voce è armoniosa e la tua faccia incantevole, mi hai reso folle di amore sorella mia, mi hai reso folle con una tua occhiata, con un solo monile del tuo collo, favo che gocciola sono le tue labbra, miele e latte sotto la tua lingua, il profumo del tuo respiro è come quello dei pomi, i tuoi seni a grappoli, i tuoi seni come grappoli d’uva, il tuo palato un vino squisito che punta dritto al mio amore e fluisce sulle labbra e sui denti… Fontana da giardino, nardo e zafferano, cannella e cinnamomo, mirra e aloe, io mangiavo il mio favo e il mio miele, bevevo il mio vino e il mio latte, chi era, chi era mai costei che si levava come l’aurora, bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come schiere vessillifere?
Oh Signore, quando l’anima viene rapita, quivi la sola virtù sta nell’amare ciò che vedi (non è vero?), la somma felicità nell’avere ciò che hai, quivi la vita beata si beve alla sua fonte (non è stato detto?), quivi si gusta la vera vita che dopo questa mortale ci toccherà di vivere accanto agli angeli nell’eternità… Questo pensavo e mi pareva che le profezie si avverassero, infine, mentre la fanciulla mi colmava di dolcezze indescrivibili ed era come se il mio corpo fosse tutto un occhio davanti e di dietro e vedessi le cose circostanti di colpo. E capivo che da esso, che è l’amore, si producono a un tempo l’unità e la soavità e il bene e il bacio e l’amplesso, come già avevo udito dire credendo mi si parlasse d’altro. E solo per un istante, mentre la mia gioia stava per toccare lo zenith, mi sovvenne che forse stavo sperimentando, e di notte, la possessione del demone meridiano, condannato infine a mostrarsi nella sua natura stessa di demone all’anima che nell’estasi domandi “chi sei?”, esso che sa rapire l’anima e illudere il corpo. Ma subito mi convinsi che diaboliche erano certo le mie esitazioni, perché nulla poteva essere più giusto, più buono, più santo di quel che stavo provando e la cui dolcezza cresceva di momento in momento. Come una piccola goccia d’acqua infusa in una quantità di vino tutta si disperde per prendere colore e sapore di vino, come il ferro incandescente e infuocato diventa somigliantissimo al fuoco perdendo la sua forma primitiva, come l’aria quando è inondata dalla luce del sole è trasformata nel massimo splendore e nella medesima chiarezza, tanto da non sembrare più illuminata bensì essere luce essa stessa, così io mi sentivo morire di tenera liquefazione, sì che mi rimase solo la forza per mormorare le parole del salmo: “Ecco il mio petto è come vino nuovo, senza spiraglio, che rompe otri nuovi”, e subito vidi una fulgidissima luce e in essa una forma color zaffiro che avvampava tutta di un fuoco rutilante e soavissimo, e quella luce splendida si diffuse per l’intero fuoco rutilante, e questo fuoco rutilante per quella forma splendente e quella luce fulgidissima e quel fuoco rutilante per l’intera forma.
Mentre, quasi svanito, cadevo sul corpo a cui mi ero unito, capii in un ultimo soffio di vitalità che la fiamma consiste di una splendida chiarezza, di un insito vigore e di un igneo ardore, ma la splendida chiarezza la possiede affinché riluca e l’igneo ardore affinché bruci. Poi capii l’abisso, e gli abissi ulteriori che esso invocava…

 

 

(Stefano Falotico)

Genius-Pop

Just another WordPress site (il mio sito cinematograficamente geniale)