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Mister Atlantic City, Falò, Willy WONKA!


14 Dec

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Anno nuovo, vita nuova: I due Papi è un film meraviglioso, mi spiace per voi se siete cinici e miscredenti della vostra vita, soprattutto


02 Jan

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Prima parte: corrosivo come al solito, sprezzante e strafottente ma non dovete credere alle mie burlesche rabbie

Be’, non ho da confessare nessun Atto di dolore né da redimermi di alcunché.

Scorrendo, tramite il mio promemoria, all’interno del mio passato spesso ingrato e inglorioso, ammetto perfino indigesto e nervoso, anzi emozionalmente nevoso, specie per me stesso, posso altresì constatare d’aver turbato chiunque parecchio, facendo (in)giustamente lo stronzo odioso. Oppure apparendo tale, il che è un po’ inquietante.

Sì, debbo ammettere, inginocchiandomi dinanzi alla mia stessa genuflessione da uomo spesso introverso e deflesso, anche fesso e basta, che non mi si potesse dichiarare né sfigato né ritardato.

Il che rende la faccenda ancora più tremenda e al contempo strabiliante.

Sì, lo sfigato è il classico tipo-“topo” che fa di tutto per sembrare piacente e piacevole ma nessuno lo prende in considerazione. Al che, si macera nell’autocommiserazione e nel piangersi pateticamente addosso. E nel frattempo è bavoso e rosica.

Il ritardato invece certamente non è uno che conosce molti libri di Biologia a memoria. Non credete?

Dunque, chi sono? Ma soprattutto chi cazzo fui?

La risposta è che non c’è risposta. Questo potrebbe essere il nuovo mistero di Fatima ma anche l’ultimo misero con la sua satira. Non lo so. Scegliete voi. La seconda che ho detto? Optiamo per la terza possibilità?

Sì, io mai capii questa storia della seconda chance. Non c’è due senza tre, come si suol dire. Dunque, io opterei per la quarta. Mi pare una misura giusta. Sì, non è né troppo abbondante e maggiorata né troppo piccola. Sì, una quarta ci sta. Non so se una di prima. Anche perché non ci starei io.

Sì, se dirimpetto a me si presentasse Margaret Qualley di C’era una volta a… Hollywood e mi dicesse che non sono un cesso, anzi, che con molto piacere mi farebbe il servizietto in bagno o direttamente mentre tengo il volante, la manderei a fare in culo, bloccandola col servosterzo, seduta stante.

Non sono Brad Pitt ma devo conservare una certa morale. Insomma, le direi:

– Ehi tu, zoccoletta, se credi che finirò in manette perché vuoi farmi un pomp(in)o con la tua manina, sgommando di brutto con la lingua a manetta, chiamo subito i Manetti Brothers e ti faccio assumere come streghetta nel loro prossimo film intitolato Ove va la gatta al lardo ci lascia lo zampillo, no, volevo dire lo zampone, no, lo Stregatto, no, il coglione stregato e fregato. Diciamo anche sfregiato.

Dunque, coccolina, non fare la precoce Cicciolina. Adesso, ti regalo un Cicciobello e succhiagli pure i polpastrelli, mia pollastrella.

 

Vorreste mettermi sulla croce, miei ladroni?

No, vissi come volli e ove, nelle mie fantasie colorate, soventemente da me stesso infamate, sebbene immerse in giorni pallidi, irrequieti e scoloriti, volai. Insistendo ad oltranza, spesso e volentieri, nel mio eremitico stile di vita certamente mitico e dai poveretti assai ambito. Talvolta da codesti lambito eppur mai pienamente capito, anzi, perennemente respinto e guardato sia con invidia che con sospettosa, inquisitoria burbanza schifosamente melliflua.

Che è poi la stessa cosa. Poiché, quando si vuol indagare nell’animo e nelle emozioni altrui, con la superbia tipica di chi si crede redentore, no, ah ah, detentore dello scettro e dell’assoluto, dogmatico, scappellabile, no, inappellabile e, in particolar modo, anzi a proprio solipsistico mondo, Credo incontrovertibile, parimenti credo io stesso che si patisca un calvario infernale da gente tracotante e infinitamente infida, cioè miserrima. Penso che si viva cioè tormentati dal credersi felici, appagati e certi delle proprie stesse credenze e certezze al fine unicamente di mentire spudoratamente, in modo vile e assai poco virile, celandosi per l’appunto nel più retorico, moralistico, ortodosso scibile fintamente nozionistico e istruttivo, solamente per negare agli altri, in primis allo specchio, la verità nuda e cruda. La verità meschina chiamata ipocrisia. Ché è una e trina, ubiqua e spesso pure obliqua in quanto viscida e serpentesca come il linguino del verme Lucifero. Il quale, appunto, baldo e apparentemente molto bello, si bardò di una maschera seducente per rovinare ogni altrui purezza e innocenza, concupendole e quindi incupendole tristissimamente soltanto perché geloso delle loro, queste sì, immani, interiori bellezze e soavi, dolci libertà con tutte le loro annesse, eh già, trasgressive, magnifiche spericolatezze e il loro vivido, misterioso sentore, il loro profumo avvolto nella soffice ebrezza vellutata d’una forte venustà lontana dalla fandonie, dai carri dei cosiddetti vincitori falsi, animaleschi, bugiardi e carnascialeschi. Remotamente distanti dall’abisso della perdizione degli uomini ottusi malati di cancro nel cervello dei propri cor(p)i disturbati da idioti e da unti-bisunti untori o solamente calunniatori.

Cosicché, ancora soventemente, su Facebook e altrove, profili senza identità, vale a dire spregevoli anonimi, mi attaccano, offendendomi senza un briciolo di amore.

Gente per cui m’è difficile provare compassione e perdonare, restaurandola a brillante lindore. Ma, essendo costoro delle disgraziate persone, cioè persone non ancora toccate dall’armoniosa aurora della consapevolezza della propria imbarazzante umanità spenta e scevra d’ogni senziente ardore, quindi fredda e incolore da suscitare solo fetore e spettrale pallore, terrore e aridità nel comunicare tetraggine e plastificato candore, in quanto addirittura tali persone vorrebbero spacciarsi per operose, volenterose e inviolabilmente amorose, ecco… dicevo… posso biasimarle, possono indurmi a volere loro bene in quanto ignoranti della propria squallida, disumana, agghiacciante condizione da persone gelose e più brutte nell’animo di un babau da film raccapricciante dell’orrore.

Ma mi tocca una donna, no, ah ah, mi tocca benedirli e, con un segno di fratellanza, di pace ecumenica, prenderle ancora un pochino per il culino. Contro gl’irredimibili dementi si può fare ben poco se non assecondarli per lasciarli (in)felici e (s)contenti. Tanto non scoperanno, no, non scoppieranno, no, giammai scopriranno di essere scemi neanche in punto di morte. Se credono nel dio cristallino, no, cristiano, davanti al prete per la Sacra Unzione, diranno che peccarono solamente di avere amato troppo il mondo. Io direi troppo la farfallina, cari farfalloni.

Sì, nemmeno allora, anzi al giungere ultimo e definitivo, senza via di possibile ritorno della propria ora, confesseranno di essere dispiaciuti di essere stati superiori. Loro affermeranno di essere stati non solo alle superiori in quanto ora laureati alla Bocconi.

Sì, mi facessero un bocchino. Ah, le università sono piene di dottoresse. Sanno misurare bene la pressione.

Ecco, ora sono maggiorenni e quindi, se mi violenteranno psicologicamente e sessualmente, chiaverò, no, chiamerò subito Michael Douglas di Rivelazioni.

Assieme, intenteremo una causa contro queste donne virago che stuprano la virilità con la ricotta, no, coi ricatti.

Se perderemo la causa, forse anche la casa, io e Michael metteremo su Striptease e ci spareremo. No, ce la spareremo. Non c’importerà una sega, come si suol dire.

Ah ah.

Insomma, gente di poco conto ma di molti coiti. Fanno venire la colite. Gentaglia da quattro suore, no, soldi.

Persone che si celano, dunque si congelano, dietro le referenze e i titoli nobiliari ma in verità vi dico che, se fossi stato in Cristo, avrei resuscitato Mosè per affogarli nel mar Rosso. Nefertiti doveva divorziare dal faraone del cazzo e accoppiarsi con Cleopatra. Sarebbe venuta fuori Liz Taylor. Una che sposò cinquemila volte Richard Burton, il quale fu bisex.

Nel tempo libero, la mummia Liz si fece imbiancare la “piramide” da Michael Jackson, un nero che desiderò da sempre non una bianca, bensì diventare bianco. Sì, per anni, durante l’apartheid, anche forse negli appartamenti di Harlem, i neri sognarono di diventare bianchi per fare l’amore con la moglie del personaggio di Martin Scorsese di Taxi Driver. Mentre Robert De Niro ebbe quasi solo amanti di colore. Bella questa, questa è bellissima, ah ah.

Di mio, perciò, posso dirvi che giammai desiderai la donna d’altri. Perché seppi che sarebbero stati cazzi. Sì, quasi tutte le donne sono fedifraghe. Quindi, oltre al marito cornuto che m’avrebbe mazziato, avrei dovuto vedermela anche con altre teste di minchia, a loro volta desiderose di fottermi.

Di mio, oh dio mio, me ne fotto.

Ieri, durante il mio viaggio di ritorno da Monaco di Baviera, dopo aver preso l’aereo, sopraggiunto che fui (anche ebbi) in treno, in carrozza fui affiancato alla mia sinistra da una donna cinese e alla mia destra da un carabiniere di Napoli. Cosicché, ascoltai la conversazione del napoletano che, ad alta voce, riferì dei cazzi suoi. Ed è per questo che venni a conoscenza del suo lavoro, il carabiniere del tricolore.

Gli chiesi:

– Scusi, dopo aver festeggiato la notte di San Silvestro, sta tornando a Bologna dove lavora, vero?

– Sì, perché?

– Ah, il viaggio è lungo, mancano ancora due ore all’arrivo in stazione. Devo far passare il tempo. È una domanda come un’altra.

– Ah, capisco. Le interessa qualcos’altro della mia vita personale, affettiva e lavorativa?

– No.

– Come mai? N’è sicuro? Non è curioso?

– No, anche perché so già tutto. Da mezz’ora, lei è al telefono con Nunzia. Tutta la carrozza sa che Nunzia ama gli scrittori giapponesi. Ama anche i babilonesi?

 

Al che, si alzò, imbestialita, la donna cinese seduta alla mia sinistra:

– Sono meglio i cinesi!

– Io dico che sono meglio i milanesi – intervenne uno a sproposito.

– Non è vero. Sono meglio le tedesche. Hanno un grande culo – replicò un francese con a fianco una con un seno così enorme da far senso o farci solo una spagnola dopo aver mangiato lo zabaione o forse dopo un bel piatto di maccheroni.

 

Si creò un russo, no, una rissa, un parapiglia. Si svegliò anche un mitomane che russò. Il quale urlò che finì a letto con Carmen Russo.

Di mio, per uscire dal casino, andai nella toilette e me ne lavai le mani.

Di me, la gente continua a non capire un cazzo. È meglio, fidatevi. Furono cazzi loro. Che poi… anche questa storia del… ti fai o no i cazzi tuoi da dove viene? Solitamente, un uomo ne ha solo uno. Secondo me, furono le donne a coniare quest’espressione.

Il che attesta, C.V.D., ovvero come volevasi dimostrare, che l’umanità sia fottuta.

O forse no. Qui divento armonico, fui daltonico, cioè vidi la vita in bianco e nero, fui scremato pure dai gialli ma passo al semaforo solo col verde.

 

Parte seconda: nella notte di San Silvestro, mi commossi eppur non si mosse nonostante la mossa, al che leccai una mousse

In tutta la mia vita, vi giuro sulla Madonna che mai vidi una folla del genere.

Anche se, in passato, come già dissi, vidi molte volte la mia follia.

Attimi, ragazzi, che non raccomando nemmeno a Hitler. Sì, caddi per molto tempo in stato catatonico e feci fatica a spiccicare parola. Chiuso, segregato nel mutismo, io compresi sempre la verità ma la mia mente fu imprigionata nell’impotenza d’una patologica timidezza.

Mah, più che timidezza, fu apatia.

Oh, apatia, voglio più bene a te che a mia zia. Ora mia zia è zitella ma prepara benissimo gli ziti.

State zitti!

Al che molta gente superficiale credette, pur non credendo a niente, che fossi impotente.

Diciamo che m’arrangiai alla bell’è meglio. Qualche volta me la tirai ma poi, credetemi, riposi tutto nel fazzoletto, disinfettandomi con una salvietta e pulendomi con la saponetta.

Anche se, a dire il vero, avrei voluto sporcarmi solo con Silvietta.

A parte gli schizzi, no, gli scherzi, ebbi una vita di merda, quasi insalvabile. Anche senza molti soldi nel salvadanaio. Va detto e confessato senz’alcun pudore. Ah ah.

Va sputtanato/a con scostumata, oserei dire svergognata morbida candidezza stupenda.

Comunque, dall’essere monaco, andai a Monaco con un mio amico. All’andata e pure al ritorno, guarda un po’ che coincidenza, a pochi metri da me si sedette una coppia assai balzana e indubbiamente male assortita. Insomma, una schifezza…

Lui, il quale avrà avuto su per giù circa cinquantacinque primavere, mi fissò con sguardo dapprima cattivo e poi, ridendo sotto i baffi, mi pose un’occhiataccia malevola da pervertito.

Sì, la mia autostima spesso è talmente Alitalia, no, alta che, appena uno mi guarda per più di cinque secondi di fila, penso che mi stia fissando a sua volta pensando che io sia matto.

No, devo esservi sincero. Non è affatto vero che fui matto né lo sono. Anzi.

Sono il più sano e santo. Diciamocela tutta. Non regge la storia di Brad Pitt che rifiuta la ragazzina.

Con me reggerebbe benissimo.

Sì, lei mi chiederebbe:

– Scusa, ma dove pensi di trovarti? In un film di Tarantino? La devi finire con le puttanate. Nessun uomo mi direbbe di no.

– Infatti, io non sono un uomo.

– Ah sì? E cosa sei?

– Non lo so. So che comunque tu non sei una donna.

– Anagraficamente, no. Ma lo sono. Sono molto di più se vuoi saperlo.

– Lo so già.

– Cioè? Dimmi, che sai di me?

– Che sei una Escort minorenne.

– Ma io ti spacco la faccia!

– Ah, fai pure. Tanto non è il massimo. Non sono Brad Pitt.

 

Non perdiamoci in stronze e stronzette, in stronzate e minchiate. Torniamo al troione…

Questo qui mi guardò inizialmente indispettito per farmi dispetto e poi “perdonandomi” perché fui l’unico passeggero che si accorse che la donna al suo fianco non era sua moglie, bensì la sua amante giovanissima.

Moglie probabilmente tradita nella notte di San Silvestro da costui, il quale con molta probabilità disse alla moglie che sarebbe dovuto andare a Monaco per questioni “professionali”…

Fatto sta che io e quest’uomo ci guardammo negli occhi e lui capì al volo, eh sì, sorvolammo le Alpi Bavaresi proprio in quell’istante, dunque fummo a molti chilometri sopra il livello del mare, ecco, lui comprese che non lo giudicai. Allora si aprì a un sorriso benevolo.

Ah, che nottata, in piazza quanta gente. Non so se fosse gente pazza ma chi se ne frega.

E anche questa è andata.

Forse rigenerata. Non so se trombata.

Ora, m’aspetta la solita vita incasinata e tribolata, da alcuni mal adocchiata, da altri amata, da altri ancora sinceramente, nell’indifferenza, non cagata.

Ma questa è la vita.

A stento riuscii, ieri sera, a prendere il treno. Feci una corsa da affaticato, da rincoglionito, da maledetto insuperato.

La vita! Mi pare sacrosanto che la comprendiate subito senza ostinarvi a credervi dei messia o a pendere, miei pendolari, dalle labbra dei santoni e di chicchessia, non prestate fede alla psichiatria e ad altre porcate che vi condurranno solo nel reparto di geriatria.

Fidatevi, è meglio la gelateria…

Oggi va bene, domani arriverà un’altra botta in senso alato, poi moriremo e chissà dove ancora eternamente saremo e risorgeremo. Io sono un bugiardo conclamato, poco chiavato, va detto. Una persona sconclusionata, disastrata eppure non ancora della vita disamoratasi. Anzi, in questo periodo sono innamorato, non solo della vita. Si era capito?  Eh, abbastanza. Basta che guardiate bene con profondità i miei occhi.

Sono gli occhi di un innamorato. Sì, peccato che lei, intanto, forse stia peccando con un altro. No, non credo, almeno spero di no.

Sono bugiardo perché sono un attore da premio Oscar. Faccio credere a tutti di essere felicissimo. A volte lo sono, ovviamente. Tante altre volte Joker è un dilettante in confronto a me.

In tal caso, sono d’accordo con Francesco Alò.

Sì, il sottoscritto Falò è su un Concorde, no, concorda con Francesco…

Joaquin Phoenix merita l’Oscar e I due Papi è un grande film.

Immagino un dialogo inventato fra Ratzinger/Hopkins e Bergoglio/Pryce:

– Lei lo sa del mio passato? Non è stato facile.

– Nemmeno il mio.

 

I due Papi è un capolavoro. Ah, per la cronaca finale. Non è vero che sono timido. Sono rispettoso anche dei cretini. Che è una cosa diversa. Sono un intellettuale e un uccello libero. Ma finirei con questa: molti uomini diventano intellettuali poiché, giocoforza, adoperano solo il cervello. E ho detto tutto.

A forza di volare solo alto/i, qualcosa è sempre più moscio. Non atterra, è solo a terra. Sì, in mezzo agli altri spiccano e non colano mai a picco. Ma, in parole povere, non decolla, non cola, non incula. Il mio augurio, perciò, per questo nuovo an(n)o è: fottetevi.

Ora s’è fatto tardi ed è già il 3 Gennaio.

Insomma, non capirò mai quelli che, dopo la mezzanotte del 31 dicembre, si fanno gli auguri.

E dopo ventiquattro ore sono già stanchi della vita.

Non devono buttarsi giù. Non è ancora finita. Quindi, si rialzassero anche perché cascheranno di nuovo.
Sì, fanno sempre i cascamorti.

Alcuni mi chiedono:

– Ma tu sei felice a realizzare video su YouTube con una media di sole 100 visualizzazioni?

Io rispondo:

– Sì, se fossero visualizzati da centomila persone, dovrei leccare il culo a tutti gli iscritti. Andassero a leccare Margaret Qualley.

di Stefano falotico

 

MINDHUNTER 2, tenetevi pronti per il 16 Agosto perché torna una delle migliori serie Netflix di sempre


04 Aug

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Vi mostro innanzitutto questo mio video, nato per caso.

Un mio amico mi ha chiesto se è vero che una crisi, che sia psicotica o no, possa davvero derivare da cause esterne. Nella maggior parte dei casi, sì.

Al che, mentre mi stavo preparando, anzi, spogliando per farmi un bagnetto domenicale, su WhatsApp, in modo assolutamente spontaneo, gli ho risposto così.

Ora, l’episodio a cui faccio riferimento non è il settimo, invero è il decimo. E Gene, lo stupratore della minorenne cheerleander, non è stato platealmente deriso nella sua sessualità. Ho acceso Netflix e ho rivisto la scena da me appena menzionatavi.

No, non lo deride ma comunque la ragazzina innocente si mostra disponibile… cioè praticamente la stessa cosa. Almeno, secondo il punto di vista di un uomo che non aspettava altro che quello. Cioè che lei lo provocasse, appunto.

Tralasciando alcuni pezzi superflui, in questo video ho inserito pressoché integralmente la risposta data al mio amico, dunque perdonatemi se, nell’ascoltarlo e vederlo, qualche volta m’inceppo/i o e, non ricordando precisamente la scena succitata dell’episodio in questione, da me poi rivista, faccia un po’ di confusione.

Quando si parla normalmente, qualche pausa alla Celentano ci sta. Qualche strafalcione è scontato e naturalissimo che possa scappare fuori. Se voi invece volete scopare fuori, si chiama oltraggio al pudore.

Sì, quando scrivo un testo letterario o una recensione cinematografica, invece, sono un “maniaco”. Le ricontrollo anche a mesi di distanza dalla pubblicazione perché, come Kubrick, sono un perfezionista.

Ma non sono affatto Mr. Sophistication/Matt Dillon de La casa di Jack.

Sì, io sono matto solo della massima precisione possibile. Una volta mi accorsi che un mio libro, già edito, presentava tre microscopici refusi.

Ebbi una crisi psicotica. Ah ah.

Anche in questo caso, però, la causa fu esterna. Dire che, cazzo, mi ero raccomandato. Avevo mandato all’editore il PDF definitivo, dicendogli espressamente:

– Mi raccomando, cestini quello precedente. Vi sono tre refusi nella penultima versione da me speditale. Quella giusta è l’ultima, vale a dire, questa che ora le allego in mail.

 

Ecco, io già l’ho detto mille volte. Non sono un patito delle serie televisive. Sono un patito e basta. Ah ah. Spesso anche col cervello partito. Sì, parte ma poi si ricompone. Sostanzialmente, al di là delle fratture e delle ferite neuronali che soventemente si riaprono in scroscianti sanguinamenti delle mie emozioni impetuose, talvolta irose, non vado mai del tutto fuori controllo. Restando intatto sotto ogni punto di vista. Tranne quando una donna da me desiderata rimane pur sempre invariabilmente toccata, sì, perché ha delle gambe magnifiche ma è senz’ombra di dubbio una scema, perciò per me intoccabile.

Ah ah.

Anzi, mantengo un’inappuntabile selfcontrol da Nils Erik Liedholm. Uomo di rara signorilità e distinto portamento nobile, adorato da Oronzo Canè/Lino Banfi de L’allenatore nel pallone.

Detto ciò, ho sempre amato i Chemical Brothers.

Se siete depressi o malinconici, lasciate stare le pastiglie, i tranquillanti e i neurolettici. Ne parlo con cognizione di causa…

Sì, inizialmente le vostre escandescenze umorali potrebbero stabilizzarsi in una serena pace emotiva di natura omeostatica. Equilibrandovi, appunto, in una contentezza zen da Dalai Lama.

Dunque, anche se vivrete a Los Angeles, città più caotica di ogni legge entropica, la vostra comportamentale termodinamica esistenziale oscillerà paurosamente.

Sì, conoscete la seconda legge della Termodinamica, no? Macché. Voi non avete mai comprato un solo numero di Focus, mi sa che siete solo dei pervertiti come Greg Kinnear e Willem Dafoe di Autofocus.

Siete dei maniaci, focalizzate ogni vostro pensiero soltanto su quella… guardoni!

Anche io ma non lo do a vedere. Ah ah.

Ecco, secondo questo principio, ovviamente da me conosciuto a memoria per via della mia altissima educazione da principe, il passaggio da un corpo freddo a uno caldo è irreversibile.

Sì, detta come va detta, in termini meno scientifici ma tangibili, concreti e sinceramente schietti, il significato corporale di questa legge sulla natura corporea della biochimica Fisica… è questo:

una volta che hai scopato, una volta che ti sei sverginato, non puoi più tornare freddo come prima.

Sì, cosicché, se vedi Anna Torv di Mindhunter, nonostante lei sia lesbica e abbia un’antipatica faccia torva, è impossibile che tu rimanga impassibile.

Ce la vogliamo dare, no, dire senza peli sulla lingua? È una donna di classe magnifica, cioè una grandissima figa.

Colta, elegantissima, con gonne stuzzicanti anche uno sedato come un cavallo, una donna dalla battuta ficcante e tagliente su tailleur irresistibilmente provocanti.

Ma quali farmaci! Basta con questi castighi!

Intontiti e inibiti, loderete da poveri cristi il Creato, magnificando anche le donne sessualmente meno appetibili.

Se inoltre v’ammalaste di anoressia e bulimia, gli psicofarmaci aumenteranno il vostro senso dell’appetito, mangerete, euforizzati come sarete, alla maniera dei ludri. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Voi invece, assumendo queste drugs, diverrete pure drogati. Sì, il 90% delle persone adulte che abusa dei farmaci, oltre ad andare a un centro di salute mentale, va anche al SerT poiché, come se non fossero bastati i loro disagi (in)sanabili, deglutendo pasticche a tutt’andare, cascarono nei vizi meno salutari.

C’è chi, per compensare la salivazione della bocca, comincia allora a fumare come un turco, il tabagista incallito, chi invece, tamponato e ovattato dall’effetto placebo dei farmaci assunti, sente la necessità di sfogarsi nelle sostanze artificiali.

La sua vita diventa però sempre meno stupefacente, sempre più incancrenente e putrescente. Anche puzzolente. In quanto, la persone malata spesso si trascura fisicamente e non si pulisce adeguatamente.

Sì, è in cura all’igiene mentale ma in verità vi dico che necessiterebbe soltanto di una buona doccia e forse, perché no, di sporcarsi solamente, leccando i capezzoli di due bone bocce da ciucciare ardimentosamente.

Ah ah.

Che gli frega se fu bocciato a scuola e, da allora, la sua autostima ne risentì? Che gli fotte se il suo sentire è diverso da quello dell’uomo medio appartenente al porcile di massa?

Deve invece fare… esattamente il contrario, ingigantire e alzare… il suo senziente odorante, ovvero risentirla, respirarla, gustarla, penetrando un combaciante, caliente midollo spinale femminile che, parimenti spezzatosi in due nella schizofrenia da donna frust(r)ata, da tempo annale non desiderava più un solidale, consenziente, appunto, sanissimo anale brillante.

Sì, il senso sessuale verrà affievolito da semi-castrazioni bloccanti non solo la vostra precedentemente, ottimamente funzionante, reattiva, scattante, propulsiva libido gioiosa, sensualmente affascinante, oserei dire strafottente.

Sì, il caldo, no, il vertiginoso crollo, ovvero colo, no, calo della libido sarà uno degli effetti collaterali più evidenti della vostra rilassatezza, in verità vi dico dell’ammosciamento a cui fa chiaro riferimento Bob De Niro di Terapia e pallottole.

Ah, uomo stressato quel Paul Vitti. Un duro che all’improvviso comincia gravemente a soffrire di agorafobia, di sociali fobie, di nevrosi e scatti più del solito rabbiosi, di attacchi di panico e pure di mezzi infarti d’attacco cardiaco.

Non gli batte più il cuore, al che a lui vengono i complessi di colpa, no, non riesce a sbattersene.

Ah ah.

Allora, pensa… e che faccio? M’attacco al tram? O a un trans? No, non sono un impiegatino comunale che, ogni mattina, prende l’autobus in mezzo a ragazzine complessate e anoressiche. Le quali, oltre a soffrire di problematiche e fattori psicologici scatenanti la loro fervida, oserei dire inarrestabile attrazione allucinante, spesso impasticcata però soltanto di allucinogeni, verso il dark più mieloso e falsamente trasgressivo, oltre ad aver alterato i loro sensi spiccati e slanciati, come no, nei riguardi dei loro coetanei meno sfigati, invero più deficienti in quanto incoscienti, malgrado ogni cura psichiatrica possibile, l’unica cosa che non riescono a far crescere… è la loro quaglia, no, taglia del reggiseno.

Paul si sente allora un pollo e si rivolge a Billy Crystal, uomo che, oltre ad aver studiato a menadito Freud, sa perfino imitare la parlata dei cazzuti, invero cazzoni mafiosi italoamericani, esibendosi in un grammelot da premio Nobel Dario Fo. Dario, uno che ha sempre peraltro aborrito la psichiatria, responsabile a suo avviso di mostruosità e aberrazioni ignobili.

Mah, nella mia adolescenza fui accusato di avere problemi relazionali. Che assurdità. Suvvia, ma quali relazioni interpersonali. Dobbiamo essere razionali.

Sì, ero già molto grande rispetto agli altri, mentalmente parlando.

Allora lo prendevo in culo sia da quelli della mia età che non potevano capirmi sia dalle donne più grandi che non potevano darmela, altrimenti le avrebbero arrestate per aver abusato di un minorenne.

Sì, il coglione non sono mai stato io. Io almeno stavo male, avevo l’attenuante.

I coglioni, i veri dementi son stati quelli che si son sempre spacciati per sani.

Sani di che?

Io me ne stavo segregato nel guscio. Quindi, come potevo crearmi le condizioni adatte per inserirmi…?

Loro invece stavano sempre da mattina a sera a scuola in mezzo a delle passerone mai viste.

Oltre a prendere brutti voti, manco si trombavano una brutta.

Ammazza che ritardati e tonti.

Scusate, per esservi ridotti così, cioè per essere diventati oggi come oggi degli hater e dei bulli più di come già e giù foste, ah cazzo, almeno prima eravate perdonabili perché troppo giovani e quindi inconsapevoli, se andassimo ad analizzare meglio nei vostri traumi mai confessati, se aprissimo i vostri armadietti con tutti gli scheletri dentro, da voi ipocritamente chiusi col lucchetto, forse scoperete, no, scopriremmo che foste afflitti da pesantissimi agenti stressori per colpa di bigotti genitori castratori delle vostre giovinezze in fiore?

M’avete provocato e v’ho distrutto.

Adesso, per piacere, non rompetemi più il cazzo.

Sì, i miei genitori m’hanno educato alla libertà più spensierata.

I vostri, no.

Hanno fatto come i genitori di Tom Cruise di Collateral.

Hanno cioè scaricato su di voi, incolpevoli, le loro peggiori paure mai risolte e sanate.

Lo fecero forse in buona fede per esorcizzare i mostri che son sempre stati.

Ecco perché voi siete ora come Charles Manson e io no.

Non è colpa vostra.

Dovete perdonarvi ma soprattutto perdonarli…

Già ammetto ogni mio AUTO-INGANNO.

Vorrei scopare Anna Torv. Mi fa appunto impazzire.

– Stefano, mi pare piuttosto normale questo tuo desiderio.

– Ah sì? Non è la perversione di uno che ama le milf?

– Anna è nata a Giugno del ‘79. Quindi, sei totalmente allineato alla tua età. Anzi, tu sei pure più vecchio di Anna, essendo nato a Settembre dello stesso anno.

– Ah, quindi sono normalissimo?

– Anche di più di normale. Uno della tua età solitamente, essendo già rimbambito, guarda le ragazze di vent’anni oppure è addirittura gerontofilo.

– Davvero? Quindi non c’è niente di male?

– No, assolutamente. C’è un piccolo problema che potrebbe provocarti un agente stressore.

– Cioè?

– Anna è ricca sfondata, è un’attrice adesso molto lo(r)data. Come puoi immaginare che verrà mai con te?

– Facilissimo. La vado a trovare a Beverly Hills, suono alla porta e le dico che sono più matto di David Lynch di Mulholland Drive.

– Anna, in Mindhunter, è lesbica. Almeno nella prima stagione.

– Meglio. Così lo facciamo in quattro. Tre donne, Naomi Watts, Laura Harring e Anna Torv per una Inland Empire pazzesca.

– Ma che dici?

– Dico la verità. I conigli danno buoni consigli ma non gliela fanno più. Stanno in casa a guardare la tv. Con le pantofole, imborghesiti. Non sentono più il “flusso canalizzatore” del Ritorno al futuro.

Ma quale testa a posto!

– Quindi, che vuoi fare?

– Andare fuori di zucca del tutto. Oh, se uno come me vuol fare l’amore con tre donne così contemporaneamente, lo sbattono dentro per forza.

Sì…

– Questa non l’ho capita.

– Sì, saranno loro tre a volermi internare… scusate, m’avete visto bene? Secondo me, no. Anzi, sì. Faceste gli sgambetti per invidia. Nessun problema. Con un’ottima cura riabilitativa, io son ripartito a razzo, voi invece, anche con tutte le stampelle e le protesi curative delle vostre morbosità criminose, rimarrete sempre acrimoniosi.

Parlando ipocritamente di dolci metà, spose e biscotti.

Ma sì, per l’amor di dio. Non si sopportano più queste oche che si trovano un leccaculo e si dichiarano innamorate. Ma sono delle donne che chiedono assai poco dalla vita, tranne il conto in banca, appunto, di uno che le ficchi… nel sedile della Porsche. Visto che macchina, che porche?

Sai che vita? Immagino… sabato sera a ballare unzi unzi, a cinquant’anni un’ernia al disco, una causa milionaria di divorzio e tre figli minorenni. Uno più sballato dell’altro che tali genitori incompetenti getteranno in mano a degli sciacalli dell’anima.

 

Dai su, con me, perdete sempre e lì, puntualmente, lo prendete.

Perché sono indubbiamente uno dei più grandi geni della storia.

Quindi, basta con le invidie, poveri malati di mente.

– Sai, amico, ho uno stalker che da anni mi tormenta.

– Ti sei mai chiesto perché?

– No.

– Rispondi no perché non ragioni come lui. Lui è omosessuale, sebbene non dichiarato. Lui non ti odia affatto, gli piaci da morire. L’unica maniera per fotterti è mandarti ai matti. Solo così trae godimento da te.

Ci sei arrivato?

– Cioè?

– Se a te si dichiarasse, tu innanzitutto lo rifiuteresti. Questo lui non l’accetta e accetterebbe. Lo fa incazzare. Punto secondo: lui rivelerebbe la sua omosessualità. E lui non vuole confessarla.

Invece, se ti provoca e tu impazzisci, nella sua perversione mentale, è come se ti avesse scopato.

Mi mostreresti ancora una volta lo screenshot che hai salvato ove questo psicopatico ti scrive che sei matto e solo come un cane?

– Eccolo qui.

– Vedi? Se tu fossi matto davvero e lui terrebbe empaticamente alla tua salute psichica, ti aiuterebbe oppure, se non gl’interessassi, sarebbe indifferente. Invece no. Lui è geloso di te.

Appena tu te la godi, lui parte in quinta con le provocazioni.vodani 8

Guardate, di matti ne ho visti tanti. Figli di dentisti miliardari che non ebbero il coraggio di dire ai loro padri di essere gay. E si convinsero pure di essere l’incarnazione di Le Petit Prince dell’Antoine de SaintExupéry, ascoltando le canzonette della nonna da mezze calzette.

Cosicché, divennero oggetto delle fantasie mostruosamente proibite dei loro coetanei che li emarginarono per i loro gusti diversi.

Sì, classico, demente bullismo adolescenziale che giocava facile su menti, in quel periodo, considerata l’età, assai suggestionabili e manipolabili.

– Francesco, sei solo.

 

E questo Francesco, pur vivendo da nababbo, girò il cortometraggio Soli. Corto in cui, cortissimo, si riprese mentre delirò in una giornata solare.

Nella mia vita, ho visto scugnizzi laurearsi col massimo dei voti perché i loro docenti adoravano Mario Merola.

Ho visto donne frigide tirarsela come Edwige Fenech delle commedie sexy all’italiana.

E ho visto uomini col master in Inglese arcaico che, anziché tradurre un testo anglofono, rimasti in mutande, urlarono con un megafono: voglio una svedese!

Poi, calmati che li ebbero, mangiarono una svizzera. Arrivando nuovamente alla frutta e poi al dolcino dei pasticcini da bei cioccolatini un po’ stupidini che sono, da loro stessi inghiottiti con tanto di digestivo.

Perché come disse Pasolini:

L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un weekend a Ostia.

Aggiungo io, l’uomo medio vorrà far credere a voi, più sensibili, perspicaci e poetici, di essere non solo medi, bensì inferiori. Perché l’uomo medio ama sbudellare il prossimo e guardare tutti dall’alto in basso.

Con me quest’atteggiamento non funziona. Nessun tipo d’imprinting ricattatorio e demagogico può vincere contro di me. Cosicché, se un beota non capisce che la mia vita è l’arte e mi urlerà che non ho dignità, io gli rivelerò la verità: cioè che lui è pazzo e merita la sua vita di merda.

Altre offese mi vomiterà mentre io, distintamente, lo sfanculerò con enorme ilarità.

Ah ah.

 

di Stefano Falotico

 

inland empire

IL SILENZIO DEGLI INNOCENTI: Video-recensione dal libro di Jürgen Müller e tutto ciò che aveste sempre immaginato impossibile su di me e invece vi ho mangiato vivi


30 Jul
SILENCE OF THE LAMBS, Jodie Foster, 1991

SILENCE OF THE LAMBS, Jodie Foster, 1991

Nel video dico che Ted Levine è morto. Come no?

Più morto di così, si muore.

Muore pure in Heat. Ah ah.

Ecco, recentemente, ho vinto un concorso letterario.

Contenente un mio racconto, intitolato Un angelico miracolo. Facente parte di una raccolta antologica edita dalla Historica Edizioni.

Ecco, voi conoscete le regole dell’editoria, giusto? Ebbene, il racconto da me contenuto in questo libro non è la versione originale da me inizialmente proposta.

Io ho uno stile barocco, dantesco, arcaico e forse aulico. Uno stile che poco si addice ai canoni commerciali di quest’odierna cultura impostata sul mercantilismo.

Dunque, quelli d’Historica, rimanendo comunque ottimamente impressionati dal mio testo, mi chiesero di approntare al testo stesso molte correzioni al fine di rendere più fruibile a tutti il mio racconto. Mi domandarono cioè una versione, diciamo, più giornalistica e intelligibile da chiunque.

Dopo circa due ore, mandai loro una versione più semplice. Quella da loro pubblicata.

Ma voglio qui farvi leggere la versione, appunto, oserei dire primordiale, pura. Da me partorita nella reminiscenza dei miei cangevoli stati emotivi che sorsero, o meglio, rinacquero allora. Nel tempo e nell’istante (de)fratturante nel quale risorsi. Nella fonte battesimale d’una sorgente luminosa, riarsa in me, m’abbeverai.

Sì, questo è il mio racconto. Ed è per questo che, pur riconoscendo che Gangs of New York non sia un capolavoro, ne sono indissolubilmente, affettivamente, visceralmente legato.

La mia vita è stata contrassegnata dalla stranezza più imponderabile.

Segnali della mia rinascenza s’intravidero dopo il servizio civile. Perché in quel luogo, a contatto nuovamente con la realtà giornaliera, già i ricordi, in me assopitisi e offuscatisi in cupi, malinconici, quasi manicomiali anni di letargo psicologico e pseudo-adulta incomprensione altrui, cominciarono a far scricchiolare la parete stagna delle mie emozioni per immemorabile tempo raffreddatesi e seppellitesi vive.

È quella che in psicanalisi viene chiamata rimozione. Qualcosa deve avermi turbato, qualcosa d’ancestrale, cosicché la mia adolescenza giammai esistette appieno. Vagò ermetica di notte in notte nel crepuscolo delle mie ansie divoranti e lunatiche. Bruciacchiando in estemporanee euforie che sparivano però in fretta.

Da cui la sublimazione. La sublimazione avviene quando, per allontanare appunto qualcosa che inconsciamente c’angoscia, si sposta il campo percettivo-emotivo spesso all’interno dell’introversione solitaria.

I meccanismi difensivi della mente per difendersi da qualcosa che la perturba possono essere di vario tipo. Ci si può ammalare di manie igieniche, di rituali compulsivi al fine di sigillare il tormento esistenziale in tutta una serie di strategie comportamentali atte a proteggere il proprio secret garden.

Ogni stato alterato di coscienza non è qualcosa che si studi a tavolino.

Cioè, non è che uno se ne sta bello seduto e pensa… oh, adesso impazzisco.

Si diviene folli o ci s’avvicina alla follia per tutta una serie incalcolabile di reazioni e fattori.

Il novanta per cento delle persone affette da qualche patologia, una volta contagiate dalla cosiddetta malattia mentale da loro stesse indirettamente eretta e sviluppata, eh già, non ne escono più.

Si dice anche che siamo tutti matti. Soltanto i matti più ingenui vengono però diagnosticati matti. Gli altri, i falsi sani, rimarranno matti sin in punto di morte, forse avranno perfino ottenuto gloria, fortuna e successo ma non avranno mai capito, così come d’altronde neanche coloro di cui si sono circondati lo capiscono e capirono, di essere solamente, totalmente fuori di testa.

Pensiamo a Hitler, uno dei più grandi psicopatici della storia.

Lui nemmeno in punto di morte comprese di essere un mostro. A tutt’oggi, i filonazisti non hanno capito, appunto, così come non lo compresero i suoi fedeli, i quali gli leccarono pure il culo smodatamente, di essere personaggi da internare.

Anzi, al contrario pensa(ro)no che siano le persone normali quelle da bruciare…

Ecco il racconto…

Un angelico miracolo durante la premiere di un film con DiCaprio

Salve,
mi presento.

Sono un uomo di trentotto anni e amo definirmi un menestrello pindarico, un funambolico poeta dell’immaginazione perché in me la fantasia più alata regna sovrana e incontrastata. Sebbene il mondo, con le sue trappole ricattatorie e le sue regole mendaci, abrasivamente spesso ci costringa a barricarci nella pigra, grigia alterigia e nell’osservanza dei superficiali valori sol improntati all’apparenza più edonistica.

No, io ostinatamente, coraggiosamente ancor inseguo, ghermisco e fortissimamente, irresistibilmente bramo quegli spazi materialmente intangibili ma vividi d’armonico splendore del cuore mio più incandescente, predatore dei più sentiti, personali e squillanti amori. Ove il magma candido dei miei sognanti nitori possa spandersi al di là dei tetri orizzonti miserabilmente angoscianti della vita che è sovente tanto abietta nella sua tetraggine più meschina e scevra d’ogni infuocante, marmoreo, vitalissimo ardore.

E ancor non mi rassegno a dar le dimissioni dalla mia sfrenata passione per la venustà leggiadra del mio innato romanticismo puro, invero, ahimè, da tanti cinici osteggiato.

Ora vi racconto un’incredibile storia accadutami anni fa. Non pretendo che crediate sia vera, appare a me stesso tanto fantomaticamente assurda che i miei stessi sensi ancor increduli e perplessi di oggi vorrebbero respingerla, ma poi puntualmente abdico all’inevitabile verità eccezionale che a me, in tutta la sua magniloquente potenza, fulgida e roboante come un bacio d’angelo bianchissimo sceso dal cielo a illuminarmi, mi si para dinanzi tutt’ora con ipnotico, inesorabile, magico furore.

Rimembro la mia adolescenza spesso così tanto funestata da patetici lamenti, da un perenne, esistenziale tormento che, nella sua agonizzante, schiacciante, opprimente tristizia, mi soggiogava in stati d’animo d’insopprimibile malinconia come se fossi un fantasma vagante in un animo che, un po’ masochista, scacciava ogni spontanea gioia e ogni più lieta, naturale letizia.

Sì, ero immensamente depresso, tanto da chiudermi nel più assoluto mutismo. E avevo soppresso ogni slancio fieramente vitalistico, imprigionandomi in un ectoplasmatico cuore mio emozionalmente asmatico.

Ma comunque vivevo, altresì, di poderose passioni, come quella fortunatamente ancor in me furente per il grande Cinema più splendente.

Così, di buona lena, abbandonando momentaneamente le mie melanconiche, addoloranti inerzie, mi diressi a Roma, per assistere alla prima del film Gangs of New York con protagonista Leonardo DiCaprio.

Era l’11 Gennaio del 2003, sì, una quindicina di anni fa. Ah, come scorre celermente il tempo quando, adesso che superate le tristezze di quel mio paralizzante, emotivo spazio-tempo tanto a me affliggente, qui felicemente ricordo con nostalgia commovente quell’attimo miracoloso tanto infinitamente suadente. Dopo tante ipocondrie strazianti, il vigoroso attimo indimenticabile più lucente.

Sì, perché me ne stavo lì tra la folla osannante il suo beniamino e all’improvviso avvertii un lancinante intorbidimento dei miei sensi, cosicché fui prossimo allo svenimento più stordente.

Sì, l’ultima volta che in vita mia davvero ero stato spensierato e felice, avvenne molti anni or sono, molto prima di quella premiere.

Sempre a Roma quando, a pochi mesi dalla mia tribolata adolescenza, mi trovai nella bellissima capitale in gita scolastica. Ah, che periodo stupendamente ridente.

Si giocava, si scherzava, nell’animo si danzava squillanti.

Mai più, da allora, mi ero sentito tanto euforico e baldanzoso, robustamente, sì, orgogliosamente, vividamente adolescente e placidamente festante e pimpante.

Mai da allora più sentii in me scorrere la forza della vita più magnificamente sfavillante.

Non so cosa esattamente a Roma, lì, in quell’istante mi accadde.

Per molto tempo fui sentimentalmente arido e cieco ma finalmente udii rimbombare nella mia anima, com’irradiata dall’alto da un’illuminazione soavemente ardente, un brivido piacevolissimamente terremotante.

E tremai, dapprima impaurito da quel devastante fulmine emotivo piovutomi dentro l’anima turbata e di colpo rinvigoritasi in modo tanto bruciante che il mio spento cuore trafisse a ciel sereno in maniera meravigliosamente a me luminescente e tonante, quindi rividi il mondo con enorme chiarezza stupefacente.

Ero di nuovo vivo e innamorato del mondo.

Sì, così come se durante quella gita scolastica qualcosa di nefasto e misteriosamente inquietante mi successe e inconsciamente m’indusse poi a esiliarmi e a vivere sempre strozzato nella cupa nerezza della depressione più lancinante ma quindi, nuovamente ritrovatomi a Roma, per strano, non pronosticabile e imperscrutabile, fatale e sbalorditivo scherzo del destino, proprio lì, riscoccò in me la memoria del tempo perduto, il fulgore dopo tanto patito e perfino compatito, auto-ingannevole dolore. E risi fra lo sgomento, il terrore e il mio riagguantato, per troppo tempo smarritosi, sconvolgente amore.

Secondo me questo è stato un miracolo. Chiamatelo tenero, dolce, inaspettato e inaudito calore!

Io credo davvero che lo sia stato.

Tutto qui.

Ecco, vedete, credo che a leggere di quest’esperienza senza averla vissuta, si può rimanere indifferenti. E questa breve storia può indubbiamente apparire perfino banale e sciocca. E, ripeto, mai e poi mai pretenderò che possiate prenderla seriamente.

Io so che stentiate a credermi. E, per certi versi, come potrei darvi certamente torto?

Vorrei farvi credere che un semplice viaggio a Roma abbia in un nanosecondo cancellato tanta mia vita affaticata e affranta?

E che davvero dal cielo io sia stato prodigiosamente illuminato da una radente, angelica grazia a infondermi la scintilla vitale per immemorabile tempo in me offuscatasi?

Non so. Io ripenso oggi a quest’episodio con lucidità e puntiglio estremamente raziocinante e non addivengo a nessuna scientifica, chiarificatrice spiegazione logica.

Come mai però, in quell’interminabile, martellante intervallo di tempo, nella mestizia più sconsolante mi ottenebrai e, oserei persino dire, un po’ ingenuamente vagai fra umori così rabbuianti e una coscienza mia mai davvero di vita scalpitante, soffocato da continue, imperterrite, emozionali intermittenze? E poi, in un istante incantato, rinacqui?

Sì perché da allora, dopo quella mia visita a Roma, il mio cuore si rinvigorì di ritrovata e forse dall’alto a me ancor concordata, armonia e interiore, florida bellezza?

Questa è la mia verità e di verità, assurde, grottesche, surreali e allucinanti è fatto il nostro mondo, pervaso com’è innatamente e dannatissimamente da profondissimi e arcani, irrisolti misteri divini insondabili e addirittura perturbanti, davvero inquietanti.

Si racconta anche che Roma non sia stata costruita in un giorno ma poi si trasformò in un prosperoso, immane impero, che poi soccombette dinanzi alla sua tragica caduta e che, dalle ceneri del suo tristissimo disfacimento, in gloria e folgorata da nuova luce risorse come il mio stesso umore rivitalizzato di riafferrata temerarietà del cuore.

Ci avete mai pensato? Si nasce, si muore e si rinasce ancora, inseguendo altre abbaglianti, calorose aurore, con riscaturito, sfrecciante ardore. Fra altri sofferti dolori ancora bloccati dai nostri stupidi o vigliacchi pudori.

E a questo miracolo non credo ci sia né mai potrà esserci una veritiera, innegabile, realistica spiegazione.

Perché questa è la vita nel suo incedere tanto esoterico e strambo e noi siamo stelle viaggianti in quest’altalenante, incerto ma affascinante spegnersi e riesplodere dei nostri rinnegati e ritrovati amori, persi magnificamente in tale insistente, battente, eterno essere, fin alla morte, senzienti e presenti.

Figli del nostro inesplorabile destino.

Ma ora… Un antico proverbio dice che non c’è mai due senza tre. Quindi, vi chiederete se da allora io sia ritornato a Roma.

Sì, son stato altre volte a Roma. Ma non è successo niente.

No, posso dirlo in tutta sfacciata franchezza, non è il tipo di città in cui vivrei, è storicamente importantissima, architettonicamente un capolavoro vivente, ma è troppo frenetica, cinetica, caotica e frastornante per un tipo come me.

Che or riama la vita ma allo stesso tempo ama anche la paciosa rilassatezza sanamente inquieta di un’esistenza che vive nel suo appartato, tranquillo, più discreto cogliermi in ogni silenzioso e poi sonante, interiore rumore.

 

Ora, il mio cambiamento di personalità non è avvenuto a quel tempo, era invero avvenuto prima.

Sì, era prima che non ero io. Perché mi negai per sopperire all’ansia della vita.

Io non sono mai stato escluso da nessuno. Anzi, fin dalla primissima infanzia, hanno fatto tutti a gara per stare in mia compagnia.

La mia consapevolezza creò una spaccatura vertiginosa fra il prima e il dopo.

Ora, vi è tutto chiaro o devo farvi un disegnino?

Detto ciò, Il silenzio degli innocenti è un grande film ma il materiale che affronta in due ore è troppo vasto e complesso affinché io possa definirlo un capolavoro.

Ad esempio, di Hannibal Lecter ci viene accennato solo il suo passato nel gioco speculare dei dialoghi fra lui e Clarice Starling ma tutto rimane molto in superficie.

Così come la figura di Buffalo Bill. È caratterizzata con troppa banalità. Tagliata, è il caso di dirlo, con l’accetta.

Cioè, secondo Demme e lo sceneggiatore Ted Dally, Buffalo ammazza le donne solo perché le desidera ma non può averle perché in cuor suo sogna proprio di essere una donna?

No, è una conclusione troppo sbrigativa e, appunto, commerciale. Così com’è commerciale il libro di Thomas Harris che ne è all’origine.

Pur riconoscendo l’immenso valore de Il silenzio degli innocenti, è stato involontariamente il progenitore di tutta una serie di pellicole dozzinali e orribili sui serial killer.

Concludo così…

Da svariati mesi, un mio hater su YouTube continua ad accennare robustamente al mio passato per andare sempre a sollecitare il mio trauma superato. Nel tentativo di cristallizzarmi nella malinconia meno reattiva.

Poiché è troppo vigliacco per ammettere che, contro di me, ha perso.

Dunque, provoca in maniera anonima per indurmi a reazioni scriteriate tali che lui possa ancora una volta dimostrare l’assunto del suo insanabile, terrificante disegno criminoso.

Adesso, finalmente ci siete arrivati?

Il mostro è lui.

Vedete, quasi sempre la criminologia e la psichiatra sono scienze esatte, checché se ne dica.

Dai film, abbiamo imparato che l’assassino torna sempre sul luogo del delitto per sincerarsi che il suo delitto sia stato perfetto.

È proprio questo suo vizio a smascherarlo. Dunque, traslando questa sua procedura mentale, era ovvio che prima o poi sarebbe tornato dal sottoscritto, sebbene in forma “invisibile”, per provocare ancora. Io e lui vedemmo Il silenzio degli innocenti per la prima volta assieme quando eravamo molto piccoli.

Io sono cresciuto, lui no.

Manhunter è un film superiore al Silenzio degli innocenti. È un film struggente e straziante.

Alla fine di questo film sentiamo la frase: ce l’hanno fatta quasi tutti.

Ora, che significa?

È materia pasoliniana, questa.

Dente di fata è un diverso, cioè la sua atimia gli ha impedito di vivere una vita cosiddetta normale.

Al che incontra il personaggio interpretato da Joan Allen. Anche lei è diversa. È cieca.

Sono due solitudini che s’incontrano, che si amano con dolcezza infinita.

Però, dobbiamo considerare ciò. Ecco, Dente di fata nel frattempo era diventato “matto”, al che scorge un attimo, un bagliore di luce attraverso l’amore disinteressato di una donna per certi versi simile a lui. Se n’infatua.

Ma è soltanto un fuggevole istante, un battito cardiaco subito infartuato dal ritorno potente dei suoi demoni dostoevskijani.

Un’illusione.

Stamattina, ad esempio, ero in macchina e ho ascoltato la speaker tessere le lodi della cantante Elodie, dicendo… ma avete visto quanto è diventata figa?

Ora, a me Elodie non piace né come cantante né come donna. Ma devo ammettere che ha subito una metamorfosi piuttosto sconvolgente. Agli esordi, era timidissima, impacciata, molto chiusa.

Al che, i produttori discografici devono averle detto:

– Elodie, guarda, la tua voce per la musica italiana e per i gusti medi va molto bene. Però, dobbiamo vendere. Tu devi diventare più figa e più sicura di te. La gente nota subito, a prima vista, se una persona è debole.

Devi cioè saperti vendere.

 

Torniamo dunque a Pasolini. Al solito, aveva ragione.

I genitori di oggi, di conseguenza la società attuale, non è vero che si preoccupino della vera educazione dei propri figli. Sono interessati soltanto che appaiano belli e forti. Cioè che siano delle merci.

Da questo plateale inganno nasce tutto il disagio a cui stiamo assistendo.

L’uomo, così come la donna, non sono nati per essere degli animali imborghesiti.

È la nostra anima che ci distingue dalle scimmie, il cui istinto predominante è il senso dell’animalità.

Ciò che la nostra società pare che stia trascurando. Saranno sempre di più, quindi, quelli che non ce la faranno. E si ammaleranno.

Tornando invece a me. L’ignoranza è cattiva consigliera. Dunque, se uno si “ammala”, gli altri pensano che stia facendo il furbo per non andare in guerra e lo definiscono pure coglione. Debbo ammettere che molti anni fa sbagliai. Non dovevo reagire alle provocazioni, facendomi del male. Dovevo fare come Al Pacino di Scent of a Woman quando il cognato scherza oltre il dovuto. Al, all’improvviso, pur essendo cieco, lo afferra per la carotide e lo sbatte contro il muro.

Chi sono oggi? Conan il barbaro mi fa un baffo.

Sì, oramai mi son indurito anche troppo. Potete scaricarmi addosso le peggiori offese, le più cruente reprimende e, anziché indebolirmi, diverrò sempre più forte, più veloce, più devastante.

Allora, il demente impunito persevera: ah ah, ti vedrei bene come Fantozzi e impiegato del catasto. Ah ah.

 

No, mi spiace deluderlo. Io sono un poeta. Gli farò pure schifo ma Fantozzi è suo padre che lo ha educato male.

Sono molto cattivo quando voglio.

Suvvia, andate a preparare il pranzo.

Ah ah.

Sì, ho attualmente un solo punto debole, la Kryptonite. Per forza sono o non criptico?

Ma che volete decriptare?

Ah ah.

Lo so, sono insopportabile. Mi pare ovvio. O no?

Ora, Superman è un personaggio della fantasia. Il Genius-Pop è reale.

Sì, sono anche assai solidale. Ogni sera vado a cenare assieme al Joker.

 

di Stefano Falotico

William Baldwin è un genio con le palle


19 Jun

baldwin too old to die young

Bambagioni e pappagalli, recitate a memoria questo pezzo prima di andare a dormire, anziché contare le pecorine, no, volevo dire le vostre smarrite pecorelle.

Io non mi vedo come tu mi vedi, proprio non mi vedo, non mi sento: post serissimo sulla follia umana

Parlerò di quello che leggerete per cognizione di causa.

Oramai sono esperto di psicologia più di uno psichiatra laureato a Cambridge. Sono la cartina tornasole di ogni disturbo psichico da me vinto, combattuto, ostinatamente annichilito. Insomma, sconfitto con tante fitte. Fritto.

Perciò ora mi sento svuotato e non tanto rizzo, no, ritto. Come un corridore, un maratoneta che ha percorso mille miglia, spingendo troppo a sciolta briglia. E, anziché esultare per aver tagliato il traguardo della sua vittoria personale, invece s’è dissanguato nello scontento più costernante e atroce. Sparendo nel vento, sparando a vuoto, eclissandosi ancora dopo tanto venoso, cardiaco battito esageratamente violento ché, per superarsi, ha ecceduto necessariamente di un impegno, di una concentrazione, perfino di un’elevazione impressionante per sé stesso. Soprattutto steso.

Come se a sé stes(s)o, sottovoce, nel ventre ventricolare dei meandri della sua anima straziata da tanta psicofisica fatica disarticolata, una volta raggiunto l’obiettivo prefissatosi, non credesse ai suoi occhi e rimanesse paralizzato da una sensazione di paradossale amarezza sterminata. Tumefatto, sfatto, putrefatto da un’universale disfatta, pervaso e allo stesso tempo imbrogliato, no, imbrigliato nello scioglimento emotivo più tremendo, addirittura stravolto nello “scoglionamento” sessuale così incredibile da lasciarlo spossato, senza fiato così come le gambe di Sharon Stone da farti prendere un infarto.

Ah, un tempo, Sharon fu fatata femme fatale e me n’infatuai. Ora la ripudio, malgrado io sia adesso sul podio.

Una per cui, appunto, dovevi superare mille scogli se desideravi approdare alla paradisiaca scogliera del suo Triangolo delle Bermude. E, quando valicasti mari e monti, dopo patibolari, sesquipedali fatiche da moderno Sisifo, distruggendo ogni hater con la svastica, passò troppo tempo e lei or è invecchiata. In spiaggia non si mette in topless e non le vedi nessun bikini da ex provocante birichina, è rugosa e affogata in un costume intero che non lascia nulla all’immaginazione calorosa. Sì, perché se immaginassi la sua nudità ardimentosa, preferiresti bambinescamente stare a moscio, no, a mollo con far innocentemente smorfioso.

Sono un uomo dissoltosi nella penombra rosa e nerissima, nella penosità e nella continua peluria, no, esistenziale penuria, vago come un lupo mannaro nella brughiera e, dinanzi a me, osservo pianure di scimmie che s’accoppiano nella radura, nella selvaggia natura.

Al che accendo una sigaretta e la bruciacchio nell’apoteosi della sua forza essiccante ogni mia residua, viva speranza, privo anche di ogni stimolo iroso, son ora barboso, barbuto come un lupo cazzuto, prosciugato nei polmoni dallo sforzo aspirante di essere cosciente, oramai, dell’inghiottimento perpetratomi da una società animalesca e porcellesca. Forse solo fottuta. Steso, stirato, completamente andato, disidratato, neanche me la tiro. Passeggio sconsolato, pigliando in giro le anoressiche che non vogliono mangiare nemmeno l’insalata, infliggendosi pene terrificanti, costipando, castigando, mortificando la beltà ridente dei loro cor(pi) invero ancora bisognosi di calor(i)e. Non sono dementi ma non hanno voglia semplicemente di qualcosa di ardente e al dente.

È tutto un carnaio, uno svaccamento collettivo fra uomini toreri e donne tornite, fra ragazzi taurini e adolescenti spaurite. Tra milf rifatte e nerd strafatti. Che (dis)umana frittata ch’è stata questa società, un’immensa cagata.

Così ancor sparisco, inabissandomi nell’equinozio invernale della mia depressione an(n)ale. Sì, ancora mi fotto da solo, preferendo l’’onanistica ammirazione del mio ombelico dinanzi a questi nudisti che fanno i fighi, invero sono soltanto nell’anima finiti.

Il naufragare non m’è dolce neppure al mare poiché odio la luce del sole come un vampiro avaro.

Tutti questi uomini in mutande sarebbero da spogliare del tutto. Queste donne senza dignità sarebbero d’appendere al chiodo del loro tamarro non tanto di qualità.

E così va.

Non va.

Ricordate:

molti uomini hanno una vita del cazzo e non hanno tempo per prendersi cura di vite altrui di merda.

Molte donne si/li consolano e, in questa consolazione buonista di massa, cammino a testa alta, pavoneggiandomi un po’ e subito oltremo(n)do.

La mia prima ragazza pensava di farmi del pene, no, del bene, scopandomi.

Questi sono i risultati.

Fidatevi.

William Baldwin di Too Old to Die Young è un genio.

Sua figlia diciassettenne è stata a letto col più stronzo di tutti. Lei glielo riferisce. Al che va dallo stronzo per antonomasia, il suo attuale boyfriend, e gli dice che suo padre vorrebbe conoscerlo.

Lo stronzo enorme è impaurito, preoccupato che il padre Baldwin possa farglielo a striscio, addirittura denunciarlo in modo tale da non fargliela passare liscia.

L’essere escrementizio si presenta a casa dell’eventuale, futuro suocero, un riccone annoiato a morte, il Baldwin. E chi sennò? Il ritratto vivente del pappone.

Baldwin, l’interprete di Sliver e Fuoco assassino, quello a cui hanno sempre detto che, anche se recitò con Kurt Russell e Bob De Niro, non varrà mai l’unghia del fratello maggiore, Alec.

Fissa lo stronzo nella pelle, nelle palle degli occhi senza battere ciglio, poi gli parla discretamente in privato con severo cipiglio. Lo stronzo è terrificato dalla possibile reazione del Baldwin stizzito. E lo stronzo rimane impassibile, in una parola zitto.

Baldwin gli si pone pressappoco in questi termini:

– Ti sei scopato mia figlia minorenne. Be’, che possiamo fare? A lei è piaciuto? Sì. A te pure? Sì. Tanto prima o poi doveva succedere. Lei è felice, tu sei un bel ragazzo come Elvis.

Dove sta il problema?

 

Una scena scioccante. William Baldwin è un grande.

Sì, il suo personaggio dev’essersi fatto un culo della madonna per arrivare dove è arrivato.

E a che è servito?  Il mondo è sempre uno schifo, la figlia una pazza viziata. Era meglio forse se fosse stato un caso umano.

Almeno avrebbe avuto la solidarietà penosa e compassionevole del novanta per cento dell’umanità, formata da irriconoscenti ritardati, da egoisti maniaci, da pervertiti mascherati dietro una facciata perbenistica da falsi e ipocriti dei miei coglioni.

E questo è quanto.

Il mare a me non piace, preferisco le rocce.

Anche le mie cosce.

di Stefano Falotico

La cosiddetta mental illness esiste nel Cinema e nella vita? Esiste solo il Genius-Pop un po’ bambino e un po’ volpino, fidatevi, sono il re dei bei ballerini


11 May

 

suntory bill murrayQuanto mai attuale, viste le nevrosi collettive e il forte disagio sociale esponenzialmente aumentato, è il tema della follia.

Shutter Island? Film da quattro soldi. La leggenda del re pescatore? Sì, andiamo già molto meglio, facciamo dei miglioramenti.

Ah, la follia! Termine forse troppo generalista e superficiale. Tant’è che, in alcuni siti, peraltro tematicamente molto seri, vedo comparire assurdamente foto che mettono i brividi. Raccapriccianti e appunto fuori luogo rispetto alla delicatezza del quadro d’insieme. Sì, l’immagine semmai di Jack Nicholson di Shining che sventra di ascia la porta del bagno dell’Overlook Hotel su suo ghigno lupesco e sanguinario, oppure foto di persone derelitte che vagano catatoniche, come zombi, lungo le strade periferiche, mal illuminate, di grandi città al pallido, mortifero plenilunio nel sole loro interiore precocemente tramontato in una vita torva.

Persone imbrunitesi nell’inaridimento affettivo, afflitte dalla loro unica compagnia possibile, ovvero la solitudine più cupa.

Persone dagli sguardi allucinati che fissano con occhi vitrei il vuoto. Captando l’incommensurabile abisso a molti ignoto. Scandagliando, forse incoscientemente, nelle loro sofferenze infinitamente strazianti, il pasto nudo. Dunque, la nostra umanità decaduta e incenerita da una società apparentemente felice, invero già macellatasi nella povertà morale più inaudita. Che si riflette, grottescamente, nelle iridi languide di uomini e donne sdilinquitisi nell’apatia più inutilmente sognante, che si rifrange nello spettrale specchio delle loro anime nerissime e non più candide.

Abbagliandoci di tormento eclatante, inducendoci a riflettere con maggiore calma. Obbligandoci a interrogarci sull’esistenza, incomprensibile ai più, e su tale stupefacente, immane, umana discrepanza.

Ah, vedo molte panze!

E le domande che in cuor ci sorgono son tante. Versiamo molte lacrime sgorganti.

Spaccati come siamo da troppe incognite umidamente, inconsolabilmente vaganti.

Come se, attraverso queste immagini potenti, si volesse esemplificare appunto la follia e parcellizzarla in deficienti, iconiche raffigurazioni, in figurative sfighe appunto cinematografiche, pittoriche o perfino scultoree. Pensiamo, ad esempio, alle rappresentazioni della follia che il Rinascimento ci ha regalato, magnificando addirittura l’estasi, che ne so, rabbiosa e disperata della Madonna che, gridante in preda al lutto non cicatrizzabile della perdita del suo amato figlio Gesù, si contorse in un gemito lancinante, osservando la “sindone” di quel suo nostro Cristo, sì, asceso al cielo, ma non più di questo mondo tortuoso e soventemente orrido.

Io sono di Bologna. Non so se conoscete, ad esempio, a tal proposito, il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell’Arca, uno dei massimi capolavori scultorei della mia natia città felsinea.

Me lo faceva studiare la mia insegnante di storia dell’arte. Ah, gran donna. Grassa e brutta. Ma una donna che, per via della sua repellenza fisica, aveva sublimato le sue carenze affettive e sessuali nell’arte, appunto, più alta. Sognando un profeta biblico che illuminasse la sua frigidità galoppante.

Celebre anche l’omonima pittura absidale di Vincenzo Onofri nella basilica di San Petronio.

E ora vi racconto una storia.

Frequentavo la terza media e nessuna tizia frequentavo. Erano mesi nei quali impazziva, no, impazzava per radio Enrico Ruggeri con la sua Mistero. Che da poco aveva vinto il Festival di Sanremo.

E tale dotta, simpaticissima insegnante di storia dell’arte aveva chiesto noi di recarci, a piccoli gruppi, a fare delle ricerche e degli scatti fotografici in queste due chiese sopra citatevi.

Io non volevo andarci. Ma c’andai perché ero innamorato di una ragazza. E quindi, capirete bene, cosa potesse sinceramente fregarmene dell’arte.

Lei era la Vergine fattasi carne.

L’amavo puramente e l’avrei scolpita duramente con le mie sopraffine mani da moderno Michelangelo Buonarroti. Ah, era lei un capodopera, opera magna per un amoroso, caldo arrosto stuzzicante, da piluccarcene entrambi ben rosolati e pennella(n)ti.

Se, invece, non avesse voluto donare a me, personaggio già matto all’Arcimboldi, le grazie armoniose delle sue gambe vellutate come pesca setosa del Caravaggio, mi sarei consolato, mangiando dell’insalata.

Lavandomene le mani… con l’acquaragia. Forza, coraggio. Non è da una stronza che ti manda a fanculo che si misura un Pollo(ck).

Sì, se mi fosse stata acida come l’aceto balsamico, rendendo ogni mio caloroso slancio soltanto un vano, fantasticante assaggio, mi sarei comunque divertito con un film di Stanlio e Ollio.

Erano tempi acerbi, sì, ove ammiravo il seno di Deborah Caprioglio ma non sapevo cosa fosse il Campidoglio, ero proprio un Klaus Kinski alla buona…

Non conoscevo a memoria tutti i nomi dei sette nani ma già volevo un po’ macchiare dolcemente la mia bramata Biancaneve nell’ano.

Ero un ignorante come il principe Antonio de Curtis in Totò e i re di Roma.

E non sapevo neanche, mio dio, che vergogna, che fu proprio l’Albertone nazionale a dar la voce ad Oliver Hardy.

Ah, le ragazze della mia età erano pure messe peggio, comunque. Pensavano soltanto a comprare gli Swatch, i ragazzi, poco tempo dopo, di queste se ne sarebbero fottuti, ammirando invece Baywatch con Pamela Anderson.

Molti furono segati, eccome.

Ah, vi era anche Pamela Prati. Una che, come la Anderson, era tutta rifatta più della facciata del Colosseo.

Ah, gladiatori defraudati della vostra Connie Nielsen, fatevi una passeggiata per i Campi Elisi o, se siete di Bologna, per i Giardini Margherita. Può darsi che Connie non ve l’abbia data ma incontrerete, a fare jogging e a strafarsi di qualche spinello, una racchia che ascolta Elisa.

Oh, buttala via.

Sì, tempi di sciacquette da smerdare nello sciacquone delle memorie annegate nel brodo dei tortellini, miei paesani, tempi di genitori oramai piegatisi al sistema che, fra una bolletta e l’altra, da totali bolliti aspettavano le vacanze natalizie per andarsi a fare un giro all’Abetone.

Insomma, la malattia mentale esiste?

Sì, per voi sì.

Per il Genius, no. Ché egli frutta, no, fa fruttare il suo pesce fritto e, tra una schizofrenica e una depressa, come un cavallo pazzo fluttua.

Quante cazzate che vi dico? Eh?

Ma se non ci fossi io, il Joker Marino, questa vita sarebbe già per voi da manicomio.

Fidatevi.

Voi uomini sareste ridotti come John Travolta di Pulp Fiction.

E voi donne come Uma Thurman.

Mentre io ora bevo un whisky.

In quanto Bukowski con sguardo da cane Husky.

Poiché sono uomo malinconico ma anche autoironico di gran candore, di ottimo sapore un Falotico, un uomo dai molti languori tra i vostri, cinici, freddi sudori, un uomo che puoi scolarti in un bicchiere d’acqua come il più pregiato liquore.

Sono un santo.

No, uno da Suntory.

E ora ballo perché mi tira il culo.

 

di Stefano Falotico

pulp fiction travolta thurman

Come Pinocchio, Bukowski e Carmelo Bene, sì, io scelgo la poesia, la virulenza della fiamma dell’animo giammai estinto


29 Apr

58961700_10213539899714722_5114225405699555328_o«L’essermi come Pinocchio rifiutato alla crescita è se si vuole la chiave del mio smarrimento gettata in mare una volta per tutte. L’essermi alla fine liberato anche di me.

Il rifiuto alla crescita è conditio sine qua non alla educazione del proprio “femminile”. È rifiuto alla Storia e alla conflittualità delle historiette del quotidiano»

Così tuonò Carmelo Bene dinanzi all’ignoranza di questa puttana chiamata mondo. Con sibillina e perentoria, oserei dire imperitura forza sovrumana.

Provocando ancora e ancora inarrestabilmente. Per colpire, scalfire e abbattere gli idioti, la gente che parla e apre bocca senza saper nulla, che si nasconde nella retorica, che cerca nelle scemenze della psicologia la ragione dei propri immani disagi ma non ha il coraggio, mai e poi mai, a differenza dei grandi uomini, di guardarsi in faccia, di riconoscere i propri errori, dunque di cambiare, di evolversi, di scegliere vie meno indirizzate all’autostrada a quattro carreggiate della massa stupida e becera. Che al posto del cuore ha un clacson stonato e schiamazza di urla deliranti, accapigliandosi contro nuovi capri espiatori, accusando il prossimo dei propri limiti di velocità, multando chi ha la potenza di fuoco di sfrecciare nei suoi luccicanti ardori, frenando con castighi moralistici, con punizioni scellerate, con castrazioni psichiche i diavoli stupendi della notte.

Oh sì, non imputridirò mai nel porcile di massa, non verrò oliato dagli ingranaggi sociali d’una società compostamente falsa, assai bugiarda. Che, ladra e laida, sin dalla nascita, educa giustamente ai valori e poi, quando arrivi all’età adulta, almeno anagraficamente parlando, ti ripudia orribilmente se non t’allinei ai precetti più miseri della svendita di te stesso.

In questo ludibrio senza manubrio ove la gente, sistematasi che ha, dimenticato ha pure la virtù prodigiosa delle proprie innocenze oramai schiacciate, asfaltate, macerate dal poltrire sovrano, in cui l’imbecillità impazza e i pazzi hanno capovolto le ragioni a favore del tremendo pensiero unico e pericoloso. Fascista, impertinente, abrasivo, violento!

Oh sì, sani di spirito e di mente, sfuggite dalla macchina che uccide l’essenza della nostra umanità più vera. Per far sì che s’attracchi, noi stelle fiammeggianti, lontani anni luce dal porto fintamente felice d’una equilibratura a modo, d’un perbenismo stantio ove tutti, a mollo, dimostrano che i propri sogni hanno mollato, prostituendosi all’etica delle etichette, dei titoli e delle formalità miserrime.

Concimandosi giorno dopo giorno nel qualunquismo, nella visione approfittatrice e opportunistica, nella rincorsa smodata al successo e ai soldi a tutti i costi.

Oh, temerari, infrangete queste barriere, questo Paese dei Balocchi ove trionfano i più furbi allocchi.

Aprite gli occhi e allungate vistosamente il naso dinanzi a coloro che incarnano Mangiafuoco.

Non c’arderanno nel loro teatrino dei piccoli da maschere pirandelliane, non ci manovreranno come marionette incoscienti, schiavizzandoci al palcoscenico dei facili applausi da parte d’una platea altrettanto stolta e plagiata a lor piacimento. A lor folle gradimento.

No giammai, in noi vibra il più titanico ardimento. La verità bruciante.

Nel ballo delle ipocrisie, queste sì, scostumate, nel tripudio osceno d’aver rinnegato per sempre i tormenti sanissimi della giovinezza a favore d’un adattamento orrendo, ecco che sul carro dei vincitori salgono gli uomini-toro, i più bavosi, materialistici e volgari. Attorniati da donne parimenti mercificatesi al piacere più meschino e comprato. All’edonismo dei truffaldini.

In radio, istericamente, schiamazzano le voci odiose delle oche che banchettano con colleghi ruffiani a perpetuazione d’un buonismo comunicativo soltanto della mediocrità più mentecatta.

Tutti vogliono ballare, mangiare, ridere di grana grossa. Sempre più morti, imbalsamati e tristi, corrotti e irrecuperabili.

Cosicché i matti presuntuosi deridono e sbeffeggiano i poeti nell’innalzare calici alla tavola rotonda dell’esser sempre più tonti, soprattutto stronzi.

Sì, come Charles Bukowski, io credo che molta gente non impazzisca mai perché ha semplicemente paura inconsciamente di venir rinchiusa. Ma s’interna da sé nell’esistenza più protettrice e magnaccia delle proprie limitatezze, per suonarsela e cantarsela.

Allora meglio l’onestà de La canzone dei folli. Libro che scommetto, oggigiorno, han letto in pochi. E quei pochi li state abbattendo. Reprimendoli nei loro slanci più vivi e urlando loro che devono curarsi!

In questi anni ho visto matti veri e matti finti. I matti veri hanno tutto il mio appoggio, la mia stima. Basta guardarli negli occhi e capisci dopo tre secondi che soffrono. I matti finti sono quei poveri figli di puttana che son conigli. E se n’inventano sempre una per giocar sporco. Sono quelli che aspettano dallo Stato i soldi assistenzialistici ma poi vieni a scoprire che hanno più soldi di te. E come se li siano procurati non l’hanno detto allo Stato. Chiedono ed elemosinano solidarietà ma sono egoisti perfino con la loro immagine allo specchio. Poiché non rispettano nemmeno i mostri che sono diventati. Fingendo di essere buoni quando sono i primi a viver come porci.

Come Alice Krige/Tully in Barfly, bisogna purtroppo ammettere che a volte, nella vita, s’incontra uno che vuole vivere proprio così.

Sì, per la maggioranza ciò appare assurdo, inconcepibile, perfino tristissimo. Ma quel qualcuno sa che solo quando vive così è sé stesso, allora sì che ama, è romantico e la mente vola alta proprio nell’apparente bassezza lontana da ogni fradicia, ipocrita, finta benevolenza. Finalmente, dopo una vita, i dementi hanno capito chi hanno di fronte. Sì, scusate, ho mentito. Proprio in maniera spudorata. Io non soffro di disturbo di personalità Soffro di tre miliardi di personalità, sono tutte le voci, le emozioni, le parole, le anime dei grandi pensatori, sono i migliori fotogrammi cinematografici registrati, analizzati dal mio cervello. No, se da me vi foste aspettati che avrei vissuto da ritardato come voi, no, meglio la follia!

Sai che palle svegliarsi la mattina accanto a una a cui puzzano i piedi, regalare i buondì per stupida cortesia e aspettar che la borghesia ti dica un giorno… condoglianze, è finita.

No. Non lo dico per vantarmi, lo dico perché è la verità. Parliamo di una persona di un’altra categoria. Ah, volete un’altra fottuta verità? L’altro giorno, ho sentito quanto segue per radio. La conduttrice, una svampita, ha recitato a pappardella le frasi belle e carine, pasquali di circostanza…

un anziano signore, la mattina di Pasqua, ha portato delle uova di cioccolato davanti alla caserma dei carabinieri, lasciando loro nel plico un messaggio ove li ringraziava per il lavoro che svolgono.

E la scema, alla radio, semmai pregustando già il suo dopolavoro col burino sozzo che ha come moroso, ha aggiunto…

eh, sono questi i gesti che rendono la vita più gustosa.

Invero, quel signore forse è vedovo, sta morendo, non sa neanche giocare a carte al Circolo Arci, non gli tira più e a Pasqua sperava di far colazione con dei ragazzi per sentirsi di nuovo giovane e cazzuto.

Sì, personalmente quella troia della radio, con le sue falsità, può prenderselo tranquillamente nel culo.

 

 

di Stefano Falotico

barfly rourke

Perché questa generazione aspetta in maniera febbricitante il Joker con Joaquin Phoenix?


19 Apr

fleck joker

La risposta è facilissima.

Ora, sappiamo invero ancora poco, nei dettagli, della trama. Il Joker con Phoenix, diretto da Todd Phillips, è esplicitamente ispirato alla graphic novel The Killing Joke.

Molto vagamente però. In questa storia fumettistica, si narra che il Joker, prima di diventare tale, cioè il Principe del Crimine, era uno standup comedian di bassa categoria, costretto a esibirsi in bettole e locali di quart’ordine.

Ora, lo sceneggiatore Scott Silver è troppo in gamba perché possiamo pensare che abbia copiato alla lettera il fumetto.

Infatti, già dal trailer e, peraltro, come già anticipato da precedenti rivelazioni, siam venuti a sapere che il Joker si chiama Arthur Fleck e vive con la madre. Che lui cura da un brutto male. Almeno questo è ciò che abbiamo inteso.

Non abbiamo però compreso se la madre sia malata di tumore, di depressione grave oppure d’invalidanti turbe psichiche.

La madre è interpretata da Frances Conroy. Attrice notevole dai lineamenti inquietanti.

Già maniaca religiosa in Stone con De Niro.

Ed ecco che Silver inserisce proprio Travis Bickle di Taxi Driver, Rupert Pupkin di Re per una notte. Per omaggiare De Niro stesso e il suo anfitrione Martin Scorsese. Scorsese, che inizialmente veniva accreditato come producer di questo Joker, invece adesso è scomparso dai credits e non sappiamo se verrà annoverato come finanziatore della pellicola. Staremo a vedere.

Todd Phillips… uhm, è un autore? Troppi pochi film per poterne essere sicuri. Sicuramente è un regista abile e comunque di talento. Uno che in questo progetto vi crede molto. Fermamente.

Poi, abbiamo Murray Franklin/De Niro nei panni di un Mike Bongiorno misto al David Letterman più bastardo.

Per inciso, The Comedian di Taylor Hackford, appunto, con Bob De Niro perché nessuno lo distribuisce in Italia?

Guardate che, a dispetto della media recensoria assai bassina della Critica statunitense, è un signor film. Una commedia dolceamara in stile Woody Allen. Anche se meno acuta.

Voi mi chiederete… Dove l’hai visto? Io vedo tutto. Ho anche il Blu-ray acquistato da Amazon.

Ora, De Niro in questo film pare che incarnerà e rappresenterà, involontariamente, la causa scatenante della pazzia del Joker.

Insomma, un personaggio televisivo paragonabile al Jack Lucas/Jeff Bridges de La leggenda del re pescatore. Con una piccola, importantissima variante. Bridges, in preda al gigionismo, nel suddetto film di Terry Gilliam, aveva incitato un radioascoltatore a spararla grossa.

L’uomo, travisando (torniamo a Travis…) le sue parole scherzose, in una distorsione interpretativa assurda, compiva realmente una strage. Uccidendo a sangue freddo la moglie del professore interpretato da Robin Williams. Il quale, in seguito alla tragedia, impazziva.

Insomma, Bridges era stato l’indiretto responsabile della follia di Williams. Cioè aveva reso Williams un interdetto.

Franklin/De Niro, invece, chiama nel suo talk show Arthur Fleck. E, dopo averlo ripetutamente umiliato con battute sprezzanti di dubbio gusto, Arthur crolla.

Uhm, troppo presto per dire se De Niro sarà la sola causa della follia di Arthur. O se, invece, come quasi sempre accade in questi casi, sia stata solamente la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Se cioè, oserei dire invero, Arthur già soffriva di forti fragilità psicologiche e, dinanzi all’ennesima batosta potente, abbia perso il cervello completamente.

Un uomo buono, Arhur. Ma non credo affatto tonto. Premuroso e speranzoso, semmai.

Uno che, parafrasando Loredana Bertè, ci credeva, sì.

Credeva, nella sua utopia sognante da eterno adolescente, che davvero in questo mondo chiunque potesse e avrebbe potuto vivere felice, lontano da una realtà squallida, volgare, violenta e misera.

E poteva accontentarsi della sua forza fantasiosa, della sua poesia malinconicamente dolce e forse finanche romantica. Struggente e un po’ patetica, certamente, ma meravigliosa.

Il mondo invece è crudele. Non lascia scampo. Perseguita chi non sta ai patti sociali fatti di competizione, suprematismo e, diciamocelo, orribile edonismo.

Quelli della mia generazione ne sanno qualcosa.

Ha sempre impazzito, no, impazzato l’osceno termine sfigato.

Per sfigato, genericamente parlando, s’intendeva e ancor s’intende una persona iellata, di scarsa fortuna. A cui non ne va dritta una.

Secondo invece il modus ragionandi degli adolescenti, ahinoi anche di molti adulti deficienti, sfigato è colui che non possiede una vita sessuale e affettiva. O, se ce l’ha, è comunque molto esigua e frustrante.

Dunque, quest’appellativo, spesso tutt’ora lanciato a destra e a manca, soprattutto dai destrorsi, con bacata, arbitraria, scriteriata, microcefalica faciloneria balorda, con stoltezza incommensurabile e vanagloriosamente cretina, oserei dire ripugnante, già la dovrebbe dire molto lunga su che razza di società noi abbiamo vissuto e, purtroppo, continuiamo a vivere. Mi stupisco che anche voi, voi che vi dichiarate colti e intelligenti, ancora abbocchiate a questi idioti luoghi comuni.

Una società filonazista da Benvenuti a Marwen.

Una società senza valori.

Che basa i rapporti interpersonali, appunto, sul primato di grandezze superomistiche assai effimere.

Una società di primati, scimmiesca.

Una società bruciata come un fiammifero.

Porca, lercia, puttanesca.

Per questo le persone migliori di questa generazione aspettano con ansia, forse anche con attacchi di panico, eh eh, il Joker.

Perché, come Arthur Fleck, hanno capito che quasi tutto ciò che ci avevano insegnato, ovvero l’educazione civica, il reciproco e solidale rispetto, i valori come l’amicizia, l’amabile convivenza fraterna, l’amore e il romanticismo sono oramai concetti ridicoli e superati, anacronistici in questo mondo d’imbecilli stronzissimi.

E che la cultura non è niente se non è finalizzata ai soldi e al procacciarsi la carne da mangiare…

Un mondo ove tu puoi essere Dostoevskij ma devi sapere che un pornoattore analfabeta con un fisicone da toro se la gode da matti. Alla faccia tua. Tanto bellina.

Perché è nato ricco. Oppure semplicemente non gliene frega un beneamato c… o di nessuno.

Questa è la base del tradimento del comunismo. Il bacio di Giuda…

Dunque, in una società di farfalloni straviziati e viziosi che dicono agli altri pagliacci, mi pare giusto che, dirimpetto a tali sorrisi falsi, qualcuno non si sia adattato all’andazzo.

Che abbia avuto il coraggio di dire, no, non cresco… poiché sono io quello cresciuto, siete voi invece i nani buffoni. E andreste tutti internati in manicomio.

Sono personaggi come Balboa di Rocky V.

Uno che accetta tutto. Accetta ad esempio che dei bambagioni gli dicano fallito e coglione.

Ma non accetta che si vadano a toccare persone che non c’entrano niente con queste sozze bassezze.

E allora lì diventa una furia.

Sono personaggi come Viggo Mortensen di A History of Violence. Come si suol dire, teneroni, buoni e cari perché portano rispetto. Signorili e gentiluomini.

Ma tu, bifolco, sei entrato in questo bar per fare un macello, hai toccato la mia famiglia, e mio fratello non lo sarai più.

Mai più.

È una lezione di vita pesantissima, atroce.

Sacrosanta.

La lezione di vita che questa disturbata società ha prodotto. Una società schizofrenica, marcia, malata.

Dobbiamo riscoprire i nostalgici nostri sentimenti forse non del tutto perduti.

di Stefano Falotico

Joker, reazioni al trailer: tutte le banalità e le idiozie scriteriate che ho sentito


05 Apr

jokerstefano

Innanzitutto, chiariamoci una volta per tutte definitivamente. Non si dice Giacchin’ bensì IOACHIN. Di mio indosso un giacchino. Non voglio apparire pedante ma sono più puntiglioso di Giovanni Storti in Tre uomini e una gamba.

Ah, che storture, che torture. Che rotture, che brutture.

Sì, io della precisione e della meticolosità son maestro leziosissimo. E ci tengo a esserlo. Mi mantiene disciplinato. Addomesticato nelle mie sane manie di composta formalità impeccabile, di forma psicofisica imbattibile.

Mi preserva dal caos, dallo sconquasso, dall’entropia di un mondo sull’orlo perennemente di un collasso nervoso. Di un traviamento oscenamente libidinoso e ferocemente morboso.

Impazza l’arroganza, spuntano come funghi nuovi pazzi che pazzi non sono, i centri di salute mentale son presi d’assalto da una mandria di “malati” che, in fila indiana, ricevono farmaci da psichiatri che, anziché curare le loro anime, li comprimono nei loro slanci vitali più veri, sopprimendo i loro cuori, anestetizzando, rattrappendo e anchilosando i loro sentiti respiri, paralizzandoli in lobotomie non solo cerebrali bensì fisiche a furia di somministrare coattamente ai pazienti droghe contenitive, neurolettici che acquietano soltanto a livello comportamentale le loro presunte aggressività maligne. Sintomi benigni, diagnosi di schizofrenia un tanto al chilo come fossero noccioline, tranquillanti e analgesici rifilati con superficialità immonda. Malinconia bellissima scambiata per pericolosa depressione, disturbi bipolari faciloni e poi trattamenti in prognosi non tanto riservata.

Perché, se entri in cura, lo sanno perfino in capo al mondo. La gente parla, ti schiva, ti emargina come se fossi un lebbroso, un contagioso, pernicioso freak untore.

Circuizioni, occipitali evirazioni dei sentimenti in castrazioni non solo sessuali.

Gente savia ingannata da medici con le salviette che medici non sono, pseudo-curatori di un pacato, falso quieto vivere ipocrita.

Tutori ed educatori che invero son bifolchi maleducati che si prendono licenze assurde (oltre a essersi pigliati lauree comprate e ridicole) la briga arbitraria di legiferare sulle scelte, persino lavorative, addirittura sentimentali dei pazienti da erudire e livellare a una visione formato cloro, da ricattare in una visione insipida e insapore di ogni vitale calore. Affinché nessuno canti o urli fuori dal coro. E chiunque al conformismo più becero, menzognero e politicamente corretto si affili in adattamenti illusori.

Quanti scandali abbiamo sentito, quanti orrori e mostruosità son state taciute dall’omertà malavitosa di queste gerarchiche, nazistiche istituzioni. Che vorrebbero professarsi portatrici di valori, di benessere e vita felice, invece son soltanto una burocratica ramificazione del più umano squallore, del più disarmante grigiore, dell’asettico fetore che appiattisce ogni candore. Ogni magnifico pudore, ogni libertà troppo esuberante accusata ingiustamente d’esser demente, disturbata, disturbante.

Gente diluita, liquidata, obnubilata, obliata nell’ablatore d’ogni vulcanica esplosione gioiosa.

Gente nervosa che diventa nevosa perché troppo calorosa.

Sì, son cattivo e intransigente contro questo sistema viscido e bugiardo di abbindolatori, di buonismi consolatori, di queste taumaturgie schematiche all’acqua di rose, di questi abbreviatori della complessa, perciò inquieta varietà stupenda d’ogni vita che non si attiene ai binari imposti della sociale ordinazione.

Ah, evviva la follia dei poeti, degli esistenzialisti, degli ascetici, la contemplativa acquiescenza dei mistici e la forza immaginifica dei visionari. Che splendore!

Ne ho sentite tante su questo trailer.

Partiamo da Lorenzo Signore, youtuber che stimo ma che, in tal caso, s’è lasciato andare alle solite frasi fatte.

Al che il Joker diventa un ragazzo buono e, a detta di lui, perfino tardo e tonto che, dopo aver subito mille beffe, all’ennesimo scherzaccio di troppo, perde la bussola e la testa.

No, la questione è molto delicata, non generalizziamo con dell’esegesi fumettistiche così semplicistiche.

Ora, Todd Phillips, dopo solo due minuti e mezzo di filmato, è diventato un grande regista.

Potrebbe anche esserlo e questo Joker, perché no, non vedo l’ora che sia davvero un capolavoro.

Sarà una notte da leoni quella dell’agnellino Phoenix.

Ma, ricollegandomi al discorso sui giudizi troppo affrettati, andiamoci calmi, non esagitiamoci, non lanciamoci in supposizioni e diagnostiche verità ancora non appurate.

Acclareremo a visione avvenuta.

Questo è tutto.

Come diceva Mr. Wolf: non è ancora il momento di farci i pompini a vicenda.

Sapete cosa mi sembrate?

A proposito di Pulp Fiction?

Dei cazzoni, molto più di un paio di cazzoni.

Aspettiamo Ottobre prima di festeggiare da vincitori di gran folclore.

Perché, altrimenti, facciamo la figura dei pagliacci.

O no?

 

 

di Stefano Falotico

Talvolta, vivaddio, nasce qualcuno come Ben Richards/Schwarzenegger de L’implacabile


31 Mar

runningfalotico

Ma che film! L’ho rivisto e ieri l’ho recensito.

Sì, nella mia vita mi è successa una cosa simile a quella che accade allo Schwarzy di questo film.

Ovvero mi piovvero addosso, per sfrontato gusto sadico e invidioso, delle accuse infamanti. Soltanto perché non sono mai stato un uomo comune.

E ho voluto crescere a modo mio. Vederla coi miei occhi.

Durante la mia adolescenza, mi son beccato le patenti più discriminatorie.

Così, l’elevatezza poetica diveniva, agli occhi dei superficiali burini cafoni, un mio cammino da Il mondo secondo Garp.

La mia gentilezza veniva scelleratamente paragonata a quella idiota di Forrest Gump. Il mio gentleman veniva travisato con estrema malevolenza e apparivo, anziché come James Bond, come Lando Buzzanca di James Tont operazione U.N.O.

Il mio percepirla, introiettarla, filtrarla, scandagliarla, inocularla in maniera portentosamente sofisticata indusse molta gente miope e, appunto, ottenebrata dalla sua ottusa visione limitata, a trattarmi come Al Pacino di Scent of a Woman.

La mia cinefila passione per Robert De Niro fu associata alla “schizofrenia” di Travis Bickle e, di conseguenza, fui visto come lo stesso De Niro. Sì, però quello de Il clan dei Barker.

Cosicché molta gente, farisea e stupidamente burlona, oscenamente pagliaccesca al pari di Killian/Richard Dawson, pensò bene di tirarmi uno scherzo immondamente crudele, brutale, truculento e asfissiantemente, ostinatamente menzognero e capzioso.

Sottoponendomi a estenuazioni sconsiderate per soddisfare lo psicopatico lor gioco ricattatorio del volermi indottrinare secondo fallaci, distorsive regole sociali, prudenziali e stolte.

Scaraventandomi, con superbo, sprezzante, ripugnante sberleffo, davvero nel mondo dei “folli”.

Al fine che capissi che non potevo fare la vita del bell’uomo.

Soltanto dopo aver esperito davvero la disumana animalità della società, come tutti loro avrei normalmente abiurato. Questo almeno è ciò che banalmente pensarono.

Insomma, vollero sporcarmi l’anima e la faccia per dimostrare che, in questa vita, non esistono fuggitive vie alternative.

Io non sono mai scappato da nulla. Andate a controllare agli atti. Mi pare che la mia patente di guida non l’abbia ottenuta con un concorso a premi. Che il servizio civile certamente non l’abbia svolto la mia controfigura. E certamente in quel posto non stavo assieme a delle scimmie. Ma in compagnia di gente con tanto di cultura, belli miei.

E i miei libri che stanno sulle maggiori catene librarie online non sono stati scritti da Ewan McGregor de L’uomo nell’ombra.

Quante idiozie che ho dovuto sentire. Quanti appellativi ignobili: castrato, Farinelli, fenomeno da baraccone, scemo del villaggio.

Solamente perché non ero e non sarò mai, appunto, un imbecille qualsiasi.

Sin da quando nasci, vogliono farti capire che si soccombe, si vien sbudellati, macellati, distrutti a livello psicofisico se non ci si attiene a precetti istruttivi, appunto distruttivi, di falsità e ipocrisia generale.

Come Ben Richards, fortunatamente, incontrai gente che mi sorresse, mi diede manforte, gente notturna, gente cazzuta, mica babbei, gente giustamente ribelle quando bisogna esserlo, gente che sa che non ci si può accontentare di essere uomini “normali” e “simpatici” con un lavoretto da due soldi e la ragazzina T.V.B. se la tua natura è quella del pensatore libero, del combattivo running man.

Di uno, diciamocelo senza vergogna e senza più gogne, indubbiamente sopra la media.

Credo davvero che ora la festicciola dei giochini sia finita.

E tu, sì, dico a te, non metti più paura a nessuno, ebete. Azzardati a dirmi un’altra volta demente e a ridermi in faccia da deficiente.

Te la senti adesso di giocare con uno con la mia forza e la mia mente?

Avanti…

 

Morale della favola: ragazzi, non abdicate mai. Inseguite i vostri sogni.

Ed evviva il Cinema!

Che spettacolo!

 

 

di Stefano Falotico

Genius-Pop

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