Il Cinema di Martin Scorsese, cos’era, cos’è, forse (Dio) c’è

18 Jul

 

Rivedendo Cape Fear, si ha come l’impressione che la magia della mente “contorta”, arzigogolata, fascinosissima dei respiri magmatici del Cinema di Martin Scorsese, paragonato alle sue ultime pellicole, sia “sbiadita” in una commerciabilità (im)palpabile, eppur fastidiosa, un ronzio disturbante, un fremito che scalpita, poi (ci) raggela quando, tremolanti, asfissiati da troppa pulizia formale che non si lascia andare, veniam divorati dalle memorie indimenticabili delle sue perle.

I suoi viaggi notturni, spasmodici, a rimarcar che il dolore è insito nella Natura “brada”, istintivissima, animalesca dell’Uomo, e non si può fuggirlo.
Si deve ruggire, anzi, rugginosi dobbiamo sfamarcene, aizzarci e sguinzagliar il lupo che giace sotto coltri borghesi di retaggi moralisti, di virtù innocenti depredate dalla pubblicità e dal “platinarci”, plastificati, “pattinarci” ipocriti e lordamente zuccherosi nella zona più buia delle nostre apparenti illusioni “bianche”.
Mercificatorie, sedate, sepolte.
Vive…

Pretendiamo che si risollevi, che risorga.

Firmato il Genius
(Stefano Falotico)

  1. Taxi Driver (1976)
    L’allucinazione è all’ordine, imperituro, della Notte (tras)lucida.
    Battiti cardiaci, “sterilizzati”, anestesia per non soffrire, “estraniazione” dalla realtà per vederla troppo bene e non soggiacerne, “deflagrare”, eruzion assassina a chi è omicida e losco nel “bosco” e prostituisce le innocenze.

    Quando Martin azzardava, anzi, azzannava di flash, di stroboscopia nel turgido e nel torrido torbido.

  2. Toro scatenato (1980)
    Bianco e nero spettrale, una storia dall’oltretomba, un horror mascherato da “dramma” sportivo.
    Un tuffo nelle contraddizioni della follia di Jake, della sua “sacra”, animosa, affannata, affamata, irosa e lagrimosa “fame” di vittoria, nel “vincerci” come noi tutti.

    Diaframma fratturato nello specchio, Luce e dark.

  3. Cape Fear. Il promontorio della paura (1991)
    Autoriale in tutto, remake agli antipodi negli anni tutti suoi della stagione d’oro di Martin.
    De Niro come (non) ce lo ricordavamo, vendette (mal)sane, (in)giustizie, malattia, l’ombra onnivora d’un tatuaggio ove Cristo “eresse” il veleno ai suoi cospiratori.
    Che inalò affettando la sua stessa pelle dissanguata.

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