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Post giustamente presuntuoso: divinizzate e idealizzare gli attori e i registi perché avete preso un abbaglio esistenziale, amate invece la vita come se fosse Patricia Arquette di True Romance


14 Apr

arquette vita al massimo

Sì, non vorrei apparire un esaltato. Di solito, son solo in padella saltato. Uomo salato in quanto le carinerie stupide e ruffiane mal digerisco. Non sopporto neppure la gente che al cinema mangia i popcorn.

Quando mi reco in sala, di solito prima ero in cucina, anzi, nel corridoio.

Ora, conosco la vostra platea. Una galleria da mostra, anzi, da mostri di cera. Sì, una volta c’eravate. Ora, pulite solo il pavimento di cere. Mica una ceretta, tante cere. Sì, accendiamo un cero. Suvvia.

Sì, i nostri padri hanno fatto bene a ribellarsi, a fare la rivoluzione sessuale. Poi però, una volta raggiunti quei privilegi esistenziali, oserei dire corporei, fisiologici di cui abbisogna ogni uomo e anche ogni donna, sennò poi voi femministe dite che siamo maschilisti, ah ah, la generazione che c’ha partorito s’è seduta, come si suol dire, sugli allori.

Ha fatto tanto per combattere le false castità bigotte e poi ha creato una società paradossalmente ancora più ipocrita.

Oggi impazza il buonismo più becero e mentecatto, l’acidità stopposa spopola, il popolo a parole si ribella e nei falli, no, fatti è invece più conformista d’un impiegato del catasto.

Insomma, padri e nonni, sì, avete accatastato tutti i buoni propositi a favore di questo bieco ecumenismo solidale e combattivo nelle chiacchiere della retorica, invero così esecrabile. Menefreghista e asociale.

Vanno di moda infatti, oggigiorno, gli influencer. Quegli strani, equivoci personaggi da quattro soldi che comprano i followers e si professano tutor della vita tua, anche tutta. Meglio una tuta.

Siamo arrivati a livelli di follia assurda. Chiunque vuol far parte di questa folla perché non desidera di finire disintegrato, emarginato, semmai cassaintegrato.

Il pazzo, su disperate urla maniacali della sua religione distorta, radicalizzata e issata in gloria d’un pietistico, penoso elemosinare compassione, chiede a gran voce il reddito di dignità. Quindi, in maniera poco decorosa, vuole pure essere fuori dal coro, un’iconoclasta e, se un amico gli chiede soccorso, gli risponde che ha il braccino corto.

L’egoismo impera.

Eppure Once Were Warriors. Il più grande film di Lee Tamahori, poi rincoglionitosi con Next col Nicolas Cage.

Ecco, in quanto a pettorali, Nicolino è stato sempre un campioncino. Guardatelo in Con Air. Visto che bicipiti, che canottiera sudata? Roba che Bruce Willis di Trappola di cristallo è un lottatore di sumo.

Sì, miei somari. Fisicamente Nic Cage ha avuto sempre il suo perché.

Sì, in Nato per vincere, nella parte dell’emulo dei fratelli Abbagnale, non ha neppure la canottiera questo canottiere. Guardate che tartaruga. Che culturista questo Nic. Nicolas ha pure la sua bella cultura, sì, sì.

Nelle interviste non sta mai zitto. È logorroico, ci vuole una canottiera, no, una cannonata per placare la sua parlantina coltissima che salta di pelo, di palo in frasca.

L’espressione da pirla però è indubbiamente rimasta quella di Cammareri. Un vero panettiere, più che altro un “infornatore” di Cher.

Di puro lievito di birra…lui è rozzissimo. Non la corteggia, porgendole una Ferrari o un Mon Chéri della Ferrero, bensì della sua virilità da petto villoso va orgogliosamente fiero e, schietto, la prende per il verso giusto. Cioè, all’improvviso, cafonissimo, la cura da ogni ansia.

E sarà un amore da settimo cielo. Come farsi un viaggio in mongolfiera.

Sì, Nic. Un genio. Un viso da mongolo. No, non sto offendendo la virtuosa etnia della Mongolia, gente straordinaria. Mongolo sta ovviamente per pesce lesso. Nel senso di (s)figurato, da figura di merda.

Se mi trovate un altro attore con una faccia così che ha avuto il coraggio di regalare…

Ah, non la sapete?

Sì, Nicolas, dopo aver visto Patricia, perse la testa. In realtà, beccatemi un uomo che, dopo averla vista in True Romance, non vorrebbe avere con lei una vita al massimo.

Dite che esiste un uomo che, dopo averla vista in questo film, si farebbe monaco?

Certo, esiste. Infatti, più che in convento, sta in manicomio… ah ah.

Ecco, dicevo. Nic la volle, fortissimamente la volle. Un fierissimo, come detto, uomo alfiere e Alfieri. Miei pappemolli.

Patricia non era molto convinta. E allora disse:

– Va bene, ti sposo. A una condizione.

– Quale? Se poi litighiamo e divorziamo, ti devo pagare gli alimenti? Sì, ci sto. Tanto i soldi mi escono dal b… o del c… o.

– No, non è questa. Devi trovarmi l’autografo di Salinger e un’orchidea nera.

 

Insomma, qualcosa d’impossibile.

Bella cogliona l’Arquette. Va a chiedere questo al nipote del Coppolone? È uno con le mani in pasta dappertutto. Conosce tutti.

Figurarsi se non sapeva dove abitava lo scrittore de Il giovane Holden.

E per l’orchidea nera, invece, come felce, no, fece?

Facilissimo. Trovò un’orchidea selvaggia, che non è il film con Mickey Rourke e quell’altra Ubalda tutta nuda e calda di Carré Otis, prese il pennarello nero e la colorò.

Ah ah.

Il matrimonio comunque non molto durò. Entrambi girarono assieme Al di là della vita.

Con tanto di finale in cui Cage proprio non gliela fa a santificarsi e crolla di nuovo fra le braccia della sua Arquette. Ah ah.

Sì, erano guerrieri, ora non siete e siamo più niente. Al massimo, possiamo acclamare I guerrieri della notte di Walter Hill a celebrazione delle nostre adolescenziali notti affamate di amore e libertà.

Come dice Nanni Moretti, voi piuttosto siete così.

Sì, John Carpenter ha girato pure le sue stronzate oltre ai suoi capolavori immani.

Carpenter è umano. Errare è umano, perseverare è diabolico. E John infatti è diabolico, ah ah.

Mentre voi, sempre meno umani, vi siete ridotti a parlare solo di Cinema e Letteratura, di Musica e Pittura dalla mattina alla sera per darvi un tono. Mangiatevi un tonno.

Ma, secondo me, non sapete nulla né di Cinema né di vita.

Aveva ragione John Lennon. Prima dovete vivere a fondo per essere profondi. Solo dopo aver vissuto, anche di gola profonda, saprete giudicare meglio. Non solo il Cinema e la Musica.

Soprattutto il vostro amore.

E non sprofonderete. Neppure sproloquierete.

Non è che mi fate la fine invece del cammeo di Martin Scorsese di Taxi Driver, vero?

Sì, vi vedo abbastanza fuori controllo.

Voi uomini farneticate, vi spacciate per santi, poeti e navigatori. Per finissimi amatori. Invero so benissimo che avete visto tutti i film con Brandi Love. Quello è il brand. Solo quelli però. Non è che dal vivo, diciamo, ne vediate tante. O no?

Voi donne, ah ah, siete feromoni, no, fenomenali uguali.

Vi racconto questa.

Da qualche mese, c’è una tipa che indubbiamente mi attizza, poniamola così…

Lei faceva un po’ la difficile.

Al che, ho usato la classica tattica falotica:

– Ciao, bella. Come va?

– Ciao. Si tira a campare. Tu come stai?

– Sto bene. Ieri son stato con quella di cui ti avevo parlato.

– Che cosa? Sei allora proprio una merda. Cos’ha quella più di me? Io sono intelligentissima, coltissima, buonissima.

Perché? Dico… perché?!!!

– Vuoi la verità?

– Sì, certo. Forza, dammelo, no, dimmela subito.

– A forza di aspettare, mi son rotto le palle.

– Bravo, almeno sei stato sincero.

– Lo sono sempre. Addio, allora.

– Ehi, che fai? Dove vai?

– Che vuoi fare?

– Vedi, ho finito di lavorare. Piove, fa freddo. Peraltro, mi si è rotta la tv. Tu verresti ad aggiustarmela?

– Certo. Mettiamo a posto anche il canale a luci rosse. Ci stai?

– Ti amo.

 

Sì, fino a dieci anni fa la mia vita era così.

FortWashington

Ora è così.

cage cammareri

 

 

Com’è stato possibile tutto ciò?

Felicissimo? No, soltanto facilissimo.

Ho scoperto di aver un buon cervello.

E, dopo la prima volta, compresi che, a proposito di “quello”, Mark Wahlberg di Boogie Nights mi faceva un baffo.

Un gioco da ragazzi, non credete?

In questa vita, comunque, ce n’è sempre una. Non si può mai stare tranquilli.

Che palle. E che cazzo… Proprio un cazzone.

Ah ah.

 

di Stefano Faloticonato per vincere

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Attori rinati: John C. Reilly, un gigante, in tutti i sensi, che non sarà mai una star


18 Sep

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Eh sì, John C. Reilly è un grande. Al pubblico di massa, nonostante tutti i suoi credits all’attivo in tanti film perfino molto importanti, non è che il suo nome dica molto. Sì, allo spettatore medio il nome di John C. Reilly è perfino misconosciuto. Questo tipo di spettatore è il classico uomo poco cinefilo che aveva già visto John C. Reilly da qualche altra parte… ah sì, questa faccia da simpaticone non gli è nuova. Non si ricorda mai e poi mai come si chiama ma sa che è bravo, in gamba. Sì, una faccia assai caratteristica quella di John ma non da copertina, sicuramente non un sex symbol per cui, una volta che lo vedi in un film, prendi subito nota del suo nome perché è un uomo mirabilmente bello, fotogenicamente magnetico, sensualmente attraente, fisicamente appetibile. No, niente di tutto questo, assolutamente.

Ecco, dico anche che se dovessi morire domani, oppure se il pianeta Terra fosse travolto da un’ecatombe apocalittica e dovessi recapitare in eredità dieci nomi d’attore da salvare nella memoria della settima arte a un eventuale, sopravvissuto mio successore appassionato di Cinema, no, sono sincero, John C. Reilly non rientrerebbe fra i dieci actors da tramandare, conservare e ricordare per l’eternità cinematografica, non comparirebbe affatto nella lista degl’indimenticabili da salvaguardare, da rivedere e riamare infinitamente semmai su Marte o in un’altra galassia, dopo il sopraggiunto, funereo terribile cataclisma.

Nel senso che non è, senz’ombra di dubbio, Marlon Brando o Bob De Niro, non è Mitchum e non è neanche Sean Connery.

Detto questo, John C. Reilly sa il fatto suo e meriterebbe finalmente maggior successo.

Questo simpatico orsacchiotto rubicondo, simile a Yoghi dell’Hanna-Barbera, è nato a Chicago il 24 Maggio del 1965.

Ed è il quintogenito di sei figli, concepito da una madre di origini italiane e un padre dalle discendenze irlandesi, nati però entrambi negli States.

John ama recitare fin d’adolescente e comincia, come quasi tutti d’altronde, col Teatro.

Al che da subito inizia a inanellare tutta una serie di particine minuscole in film, più o meno riusciti, di grandi registi: Vittime di guerra di Brian De Palma con Sean Penn, che ritroverà nell’immediato successivo, bruttino remake Non siamo angeli con De Niro per la regia di Neil Jordan e in Stato di grazia, quindi Ombre e nebbia di Woody Allen, Hoffa – Santo o mafioso? di e con Danny De Vito e Jack Nicholson, L’ultima eclissi di Taylor Hackford con un’allucinata e allucinante Kathy Bates. E vari altri, fra cui The River Wild – Il fiume della paura di Curtis Hanson con un’energica, intrepida e avventurosa Meryl Streep.

Ma è nel 1996 che John incontra il suo mentore per eccellenza, lo straordinario Paul Thomas Anderson. Che gli dà tre ruoli decisamente più corposi (e non mi riferisco alla stazza) e consistenti in Sydney ma soprattutto in Boogie Nights e Magnolia. Anche se poi, invero, i due non lavoreranno più assieme. Mah…

Al che, non nonchalance da far paura, sempre però per ruoli secondari, il suo faccione e il suo fisico corpulento saltellano di qua e di là in una serie innumerevole di film, spesso di registi interessantissimi o di pregiatissima scuola come Martin Scorsese per Gangs of New York e The Aviator, Walter Salles per Dark Water, Sam Raimi per Gioco d’amore (un po’ anteriore rispetto a questi, va detto per la precisione), Robert Altman per Radio America, Roman Polanski per Carnage, qui già in un ruolo da co-protagonista.

E nel frattempo si becca la nomination all’Oscar per Chicago di Rob Marshall.

Eppure il novanta per cento della gente continua a dimenticare il suo nome e non sapere chi sia.

Questo invece potrebbe essere, una volta per tutte, il suo anno.

È stato iper-acclamato in The Sisters Brothers di Jacques Audiard, premiato con Leone d’Argento alla miglior regia all’ultimissimo Festival di Venezia, e prossimamente lo vedremo in due ruoli storici. Come mitico Watson in Holmes and Watson con Will Ferrell e come il leggendario Oliver Hardy in Stanlio e Ollio, biopic sul duo comico più grande di sempre.

 

Dai, John!

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di Stefano Falotico

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