McConaughey

09 Nov

Anni fa, sostenni che Matthew McCoanughey è uno dei più grandi attori della Storia, il suo comeback è titanico, brandiano, è Matthew il Dio moderno

No, so che rideste quando l’affermai. Che mi umiliaste d’offese ma, al solito, la mia profezia s’è rivelata tanto lapidaria quanto enormemente reale come ciò che abbiamo oramai, ineludibilmente, sotto gli occhi. McConaughey sta impazzando, e non è pazzia, sfodera colpi sanguigni ripetuti, non s’arresta un secondo, insegue la preda del suo animale in mimica all’apparenza inespressiva che però gioca a soggiogare il suo corpo attoriale, lo modella plastico e palestrato, dimagrito e allucinato, “scopato”, fottuto, sudato e addolorato, remissivo e romantico, “clericale” e sadomaso in mistica d’occhi spettrali per lo spettatore sempre più innamorato.

I sentieri selvaggi già l’osannano e leggiamo tale recensione in anteprima.

Voglio morire sui miei stivali.
Nella frase di sfida lanciata dal Ron Woodroof di Matthew McConaughey ai medici che gli danno solo 30 giorni di vita e che vorrebbero tenerlo in ospedale sta l’essenza di un film che pur raccontando, come milioni di altre volte, l’odissea della malattia nei rivoli della Giustizia, non si perde per vie procedurali, ma costruisce un ritratto nitido e possente del sogno americano, quello che va avanti, nonostante tutto, e da cui è impossibile non restare affascinati.

Un sogno americano che ha le fattezze maschie, redneck, malgrado il deperimento fisico, di un colossale Matthew McConaughey, di nuovo col cappello da cowboy dopo il twist of fate friedkiniano di Killer Joe. Il suo Ron Woodroof è un loser abituato come l’indimenticabile wrestler di Mickey Rourke a incassare i colpi, a vivere intensamente sul suo corpo ogni errore, portandone i segni, i lividi, i buchi. E a pagare, perché non esiste un secondo atto nelle vite americane. O forse sì. Forse è possibile risorgere, reinventarsi, rifondare il sogno. Daccapo.

Jean Marc Vallée firma il suo film più denso, più compatto,  ritornando a esplorare la diversità, l’alienazione dei reietti attingendo a dinamiche di gender e alla sua idea di famiglia, rifiutata e ricreata, come in C.r.a.z.y., ma all’interno della più vasta tradizione hollywoodiana, quella dei John Doe, degli eroi positivi, della solidità del classico. E infatti il suo Dallas Buyers Club avanza compatto, da manuale, affondando nel calvario del virus, nella desolazione umana e affettiva che lo circonda, per poi trovare una possibile via di salvezza nell’amicizia, nella solidarietà, ma soprattutto nell’intraprendenza economica.

È un last tycoon Ron: un imprenditore che trasforma il suo male in merce, in prodotto da vendere. La sua vera cura non è l’aloe ma il business, ed è in questo che Vallée indovina la via vincente aggiungendo strati su strati, lavorando sulle direzioni divergenti e complementari del maschile e del femminile.

Facendo di un eccezionale McConaughey e di un altrettanto meraviglioso Jared Leto i poli di attrazione di un racconto che, da una parte, guarda in direzione del capitale e, dall’altra, si concede aperture intensamente emozionali grazie alle fragilità di Rayon, alle sue tenere debolezze.

Entrambi esasperano i loro caratteri, mettendo in scena il cowboy con gli speroni e la reginetta del ballo, tutta trucco, abiti rosa e ciglia finte. Perché il centro di ogni sogno americano è la performance: quella acrobatica del lottatore di Aronofsky, così come la grande messa in scena hollywoodiana orchestrata dall’agente Ben Affleck in Argo, film al quale, pur con tutte le differenze del caso, il film di Vallée sembra rifarsi, in modo del tutto istintivo.

Come cinematografica è la continua e camaleontica performance di Ron, pronto a vestirsi da prete o da uomo d’affari per importare i medicinali, guardando sempre al cinema, in quanto elemento fondativo dell’economia (e della stessa identità…) americana.

Ed è allora uno strano oggetto questo Dallas Buyers Club, a prima vista così canonico, “film d’attori”, come si diceva una volta. Giustamente, perché dietro la mole di oscuro lavoro del regista canadese, che consegna il tutto con una fotografia livida e un lavoro sul suono appena didascalici, è veramente attraverso gli interpreti, nell’istrionismo performativo che il sogno si perpetua.

 

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