Archive for May, 2013

Un dettaglio può uccidere una poesia, Enrico Ruggeri


30 May

Anche una vita falotica

Ragazzi, la vita è molto strana. E il futuro è un’ipotesi.

Quanti alibi, quanti albini, e quanto “albume”. Eh sì, limonando poi si secca la lingua e non hai più fame.
E sperando tutto (non) s’avvera. Devi indurirti! E la tenerezza? Solo la carta igienica Tenderly.

Così, “fanciulleggiando”, qui cascato in un Mondo colorato oggi e domani opaco, mai dire maiJames Bond?
No, una gemma quale sono io, se mi va “tont” Buzzanca con la cassapanca in panchina senza pall’ e poi giocond’, in questo crocevia di caravanserragli, di gente asserragliata, di saracinesche e meglio la cinesina…, basta non aver la panz’. Vedrai che te la cucina in dolce e non agro di amaretto. Sol “levante”.

Per voi, amici miei, faccio il Togn(azz)Circo e trapezista pendo dalle emozioni, le osservo, le abbranco e le donne sfianco. Mi tengon duro, ma non si “rafforza” d’unione… elefantiaco son Dumbo e “spara” alla Doome.
Delirando con Dune di Lynch. Altro che donnaiolo!
Enrico è come il quinto di Shakespeare e, disarcionato, cadrà di mistero. Sospira, dai, Donna, scusami se non son stato delicato, ma angelicata non essere… solo ombelicale.
Ripensaci, quante pene… e voglie di doglianza. Condoglianze, evviva la nostra danza, sognatori fra gli inetti e tante rifatte tette, sparlatori! Non spalleggiatemi! Tutto tutto è già una palla, se ne resta una ancora, ancora ché io da quella sera non ho fatto più l’amore col mio autoerotico Woody Allen…, altre masturbazioni. Fossero solo mentali non mi “accecherei”, ma il cenacolo fu “tagliato” da un furbastro Giuda. Ma ascese da “ladro”, eh sì, come un lardoso ancor “amoroso”. “Chiavato” da San Pietro versione Tinto Brass.
Spezza il grissino e versati del vino, mia signora, rassoda la mia crucis e non darti all’uncinetto. Meglio il Capitano cinico al Peter Pan.
Incrocia le dita nel panier’, la ciambella è col buco ma mangio solo un Bucaneve.
Altro che filibustiere, farabutti! Le vostre pute amputate e io cammino non tanto amante. Sbilenco-inculato e fra i viandanti andati.

Starling, agente mio, castigami in prigione fra questi cannibali, fammi fumare una canna e fammi accarezzar il mio canino. Fammi fare quello che vuoi. Là fuori, solo Buffalo Bill. Donna, mi scuoi. Il cuoio capelluto!

Questa vita è un continuo dare e non te la dà. Si lavora ma il livore ti dissangua. Ti vampirizzano ed è scisma dell’ascesso gengivale.

Salivando non va “salendo”, non “entrato”, è integrato socialmente. Una contraddizione in termin(an… al)i vivi.

Battisti Lucio? No, prima ero Lucignolo e adesso le lucciole van con Pinocchio con altri balocchi in bocca e i boccoli a sfottere la mia Botticelli.

La botte piena e la moglie ubriaca con un impiegato.

Insomma, tirati la cravatta ché io mi “(di)rado”.

Mi ramifico senza figa e la diramazione è alopecia o complanare di quel che non “impianto?”.

Eh già. Il bulbo pilifero non è un lupo.

Più che solitario, sono Solaris.

Firmato il Genius

  1. 2001. Odissea nello spazio (1968)
  2. Il mercante di Venezia (2004)
  3. Il silenzio degli innocenti (1991)

 

“Machete Kills”, Teaser Trailer


30 May

Superman di Zack


30 May

Italia assassina


30 May

In mezzo a questa gioventù stuprata, il Genius, angosciato, distrutto, mortificato, spaccato, di menischi fottuto, amputato ma non puttaniere, esclama: vaffanculo!

E se una cazzata dev’essere che almeno ci sia 
Bob De Niro sfatto con un Travolta!

Entrambi hanno origini italiane, ora combattono in Nord-America.
Ove, fra l’altro, non stanno tranquilli.

Secondo voi, De Niro e Travolta “odierni” sono due gay repressi? Tutte le ragioni per le quali (non) lo sono, in quanto non sanno più… recitare o animali da (tre)set(te)?

De Niro “fucileggia” fra gli Appalachi, fra reumatismi solitari e scoscesi della “carabina” che fu, armato del sessapiglio senile con “licenza di uccidersi”, Travolta è guardia giurata della sua Kelly Preston e, suonati, se le cantano di “mitragliate” nel boschifero addentar la Notte, fin alle zone buie del brad(ip)o invecchiando a braccetto, fra un arco imbracciato e qualche bracciata sui laghi dei cigni che furono.

Sparano ancora o non più spingono? La foresta, dormendo nello scroscio delle cascate, è a lor “cascamorta” e muove gli “orsi” a salm(on)e.

Caccia “spietata” lungo le pareti rocciose, fra “addiaccio” e pose “guerrigliere” da pagliacci, la carriera a puttane si ammazza e gli eremiti rincoglioniti si (con)ficcano di pallottole a residua, lacera “pallina”. Accette di characters ridicoli nel profluvio dello sperpero, mentre gli uccelli cantano briosi e un bambino piscia vicino alla rupe, “appioppandolo” al piombo di questi spompati. E menandolo piovoso come le burrasche equatoriali.

L’usignolo loro s’ammoscia, autunnale va il tramonto, e l’arcobaleno si colora di efferato fra gli sfiancati del reggersi il gioco e anche la zuppa coi “piselli”. Fianco a fianco, tiratori “franchi”.

Ci scappa anche una mezza scopata fra un “tiro” e un bersaglio, e la quaglia del più forte in branda vien… sbranata.

Mentre le colline amoreggiano, un Taxi Driver  delle “nevi” incita i maschi mandrilli ad accaldar le ermelline, mentre John fischia di “zampogna” su scarponi “carrozzati” fra una panzona al mascarpon’ e, da trombato, afflosciarsi all’ultimo Sole del pallore anziano nel De Niro dal neo peraltro “sbavato”. Stanchi, si cuociono un uovo sulle teste frantumate. Ma crepano, indigestione velenosa del minestrone.

Un pescatore li rinviene vicino alla riva fangosa, e li vende alla scema del villaggio.

In quanto da frittura impanata con tanto del “ridersela” sotto la baffuta. Cuoca dei cotti.

Finiamola con la mia massima:
Gli amici sono come le puttane, di cui mai ho fatto conoscenza, essendo uno che reitererò per non tirarmela.

Anzi no.

Vengo attaccato nella mia dignità di scrittore ed eseguo un sondaggio al “cardiopalma” sul prossimo caso umano da ricoverare alla neuro.

Non costruiremo nessun diagramma con crocette da cliccare. Per via del fatto che tutte le risposte sono effettivamente possibili.

1) Trattasi di asociale, sofferente di gravi turbe psichiche di natura ebefrenica derivate da un discontrollo percettivo in natura scimmiesca alienata.
2) Classico troll che sta a girarsi i pollici per 24h, comprese le ore notturne soprattutto, in cui da sonnambulo prega in stato catatonico per fighe vecchie con la cataratta (le uniche sue “prede”, a esser eufemistici , in grado di “aggradarglielo”), al fin di “rassodarsi” per amare se stesso, al di là dell’auterotismo da Woody Allen di qualche periferia ipersfigata, più che da profumo Manhattan da follia a manetta e Manetti Bros, con la pompetta idraulica di Super Mario videogiochino del suo pirullo fra bulloni di rotelle non solo neuronali ma paraplegiche.
3) Esemplare estinto degli australopitechi, indeciso se guardare Australia con la Kidman o mangiarsi un Kinder con un canguro.
4) Patito del feticismo, odia anche i suoi escrementi da alluce da “Duce” del degrado più da zone “basse”, per il grido “Perdermi e mi perderò|”.
5) Calunniatore, appunto a man bassa, forse è uno della Lega lombarda con sdoppiamenti nel Baron Cohen più fantasioso di una demenza precoce latente da emulatore del divismo attoriale in salsa italica con maionese impazzita dello specchio suo distorto a immaginarsi Star del brodino omonimo. Un omen di vero homunculus.

Insomma, una cinquina “vincente”.

Ogni giorno si leggono di ragazzi matti suicidatisi. Domani, leggeremo di questo.

In preda agli incompresi, anziché prendere una compressa, mi stresso e, innervosendomi, mi sento domato da te stesso, in quanto anche me.

Buona nottata.
Si spera non più.

Firmato il Genius
(Stefano Falotico)

  1. Taxi Driver (1976)
    E qui era.
  2. Pulp Fiction (1994)
    Un John bello grassoccio ma non grassottello.
  3. Killing Season (2013)
    La fine di due (ere)miti.

“L’Uomo d’acciaio”, i primi spot


29 May

“Pacific Rim”, footage italiano


29 May

Faces de caz’


28 May

Tutti i motivi perché le facce di bronzo, con tanto di blog su Facebook omonimo, di Cinema sanno quanto Madre Teresa di Calcutta del sex appeal di Madonna

Ma sì, denunciasse. Non me ne sbatte un cazzo, anzi gli spacco la faccia e gli aggiusto i connotati, con tanto di suo conato e mascella deragliata nelle sue “slogate”.

Un gemellino appaiato all’altro, una coppietta inseparabile alla Cronenberg della Bologna Asinelli nelle Torri al tortellin’ per l’“acquolina in boccali di birrettine”.

Uno è leggermente più spicc(ic)ato, sebbene rigido e vecchio come le scale sdrucciolevoli per salire nell’alto della bassezza a basamento “prospettico”, credendosi “paladino” nel presumer d’essere “oltre”, sì, uno sguardo aquilino da manualetti, “a bestia” di bugiardino. Ma già pericolante perché appunto mancan le basi, soprattutto quando, senza cemento, si cimenta a consolidare la sua “nomea” da recensore censorio (mentalità chiusissima-mo-n-aco in clausura della Basilica di San Luca) e truce come i piccioni in Piazza Maggiore a cagar in testa al suo “uccellino” pseudo Nettuno. Eh sì, col forcon da “buongustaio”, egli “accoltella” le sue “belle”, spruzzandole di forchettina da maialino e “crudo” prosciutto alla “cotta”. Un fior di ragazzotto, e lì le fora nell’essere “affiorato”. Insomma, una merda da fogne. Andasse a “sommergerlo” nel “terger” le “prosciugate”.

Fra una che marina e una che è morettina, egli “innaffia” di proboscide. Che (ele)fantino.

L’altro oscilla come la Garisenda, con occhiate sghembe rivolte (eh sì, gli avvoltoi… tutti su di noi) ai gambaletti di qualche gallinella a cui “bascularlo” di “finissimo” su dura testa di rapa(ce).

Due deficienti che adesso han “imbastito” un bastardino sitarello, in cui già affogan il “pen” bagnato di “strozzapreti” e asservito-“apparecchiato”… Portan ancora l’apparecchio? Ah no? Però, uno è rimasto strabico e l’altro trascurò (Il cavaliere “oscuro”) l’epilessia galoppante del suo “stallon” avviluppantissimo nel castrato oscurantista per la suina carne di salsicciotto, una coppiettina da Cotto emiliano, appunto, che ficca lo zampin’ dello zampone “zampillante” tra i fighetti e il filettin’.

Due porcellini che “inaugurano” il loro sito con la scritta Sfida finale: Nolan vs Kubrick.

Imbecilli di tal ignoranza son da prendere sul serio?

Scrivono castronerie, appunto, florilegi di cazzate opinioniste sui film, auto-giudicandosi “punitori dell’entertainment”. Della loro severa demenza, no?

Sì, copiano e incollano solite amenità d’accatto, fra l’altro (non) acquistate gratuitamente dai quotidiani locali dell’italico ragionar (eh sì, i ragionamenti da “mentina”) col culo par(l)ato.

Leggerete “illuminanti” scritti degni di processi inquisitivi/ori, giuristi, emessi (evacuano “in pectore” di peti) da tal “squisiti” oratori, soprattutto dei rapporti orali fra uno spinello e l’altro, in quanto braccin-braciole corte degli spinaci “gagliardi” che io appenderei al filo spinato.
Sì, da spennare. Non li userò come brodaglia, solo come quaglie da tarpare.

Quante “geni(t)ali” cos(c)e nel lor farsi i pompini a vicenda…

“Il film annoia, non va da nessuna parte…, lento, non dice nulla”… e aggiungo io: “Meglio che non vada dalle tue parti, altrimenti ti manderebbe a quel paesello di tua madre e al pisellin’ del suo trombone Balanzone”.

“Dramma su cattive ragazze”, replico io: “Meglio del buonismo dei vostri cazzari”.

“Il nuovo Cinema abita qui”… “Meglio se non nella vostra casa, piena di puttanazze e pance piene”.
Pensate che mi segnaleranno? Segnalassero e io li assalirò di nuovo.

 

Da me, solo pugni e calci.

D’altronde, il padre era un messo che ora s’è dato ai teatrini per quattro rimbambiti che gli reggon la bavetta, la madre lo prese sempre e ha educato la prole al porcile per la legge “inversamente proporzionale” del “Se ti fottono, fottitene”.

Insomma, una famiglia di bifolchi.

Se credo nel sesso? Sì, credo che un coglione, parimenti a tale “padre” vuol svuotarsi i coglioni per “qualcosa” di tangibile, lei si toglie il tanga, oramai nella cancrena delle mutandone, e glielo tange.

Come volevasi dimostrare, mi credevano un puro, invece sono sempre, immutabile, uno stronzo migliore delle merde.

 

Firmato il Genius

(Stefano Falotico)

Nuovo “Padrino” per Francis Ford Coppola?


28 May

The helmer is readying an untitled film that will chronicle an Italian-American family and span from the 1930s to the 1960s.

 

Francis Ford Coppola is returning to the Italian-American experience for his next directing effort.

 

The Godfather helmer is readying an untitled film that will chronicle an Italian-American family and span from the 1930s to the 1960s. Coppola became one of the most celebrated directors in cinema after bringing the Corleone family saga to the big screen. The Godfather covers a similar timeframe, spanning from 1945-55.

 

Enrico Ghezzi su “Apocalypse Now”


28 May

L’Apocalisse, adesso, è solo un film, più che mai un film, un film solo. Il fallimento di Coppola: aver prodotto in fondo un solo film, nient’altro che un film. I motivi per cui questo fallimento è entusiasmante sono gli stessi per cui l’impresa è fallita. 
Può esistere oggi un kolossal che non sia Terremoto o 007 o Guerre stellari o la stessa guerra del Vietnam trasmessa per anni alla televisione? Il coinvolgimento e la “disperazione” di Coppola nel girare il film sono più che mai comprensibili, sono affascinanti; e il film per questo piace (o non piace) prima di essere visto. Piace per l’ambizione, per la mania di realismo, per gli anni nelle Filippine: mi piace perché le decine di miliardi non impediscono al film di essere dilettantesco, personale, quasi da superottimista come “concezione complessiva”. Vediamo.
Dopo le interminabili riprese, Coppola si ritrova con giorni di materiale girato. Per giocare di più – e più elettronicamente – al montaggio, lo riversa in ampex, lo monta e lo rimonta senza mai giungere a una versione definitiva; fino alle due-tre versioni circolanti oggi, con finali differenti. È un segno ammirevolmente manifesto dell’ambiguità generalizzata su cui si fonda la “nuova Hollywood”, proprio in quanto il film di Coppola è atipico e mostra scopertamente le proprie contraddizioni. Un film che costa quanto un piano d’aiuti ai terremotati, che si promette smisurato, che utilizza risorse tecniche e sceniche straordinarie; e nello stesso tempo un film “privato”, e ancora una volta (per Coppola) quasi da clan familiare. Fare il film più costoso e industriale, e poi non saper concludere – letteralmente – la propria regia. Modernità di accorgersi, in qualche modo, di essere da meno del proprio film, di non poterlo decidere: perdere la scommessa, inventando il primo grande esempio di film “incompiuto”, il cui finale non conta. La chiusa, questo momento narrativo decisivo, questa “morte” che condiziona la struttura vitale di ogni prodotto che si narri, è qui letteralmente indifferente: nel finale si taglia la testa al toro, ma nessuno dei finali taglia la testa al toro.
Da un punto di vista classico, si vede bene cosa significa tutto questo: il film rischia di non esistere. Ed è proprio così: più avanzato dei Wenders, Duras, Rohmer, Coppola, perdendo tutte le sue scommesse (quella cultural-antropologica, quella goffamente umanistica, quella letteraria con Conrad), fa un film che non esiste, che si impone e incassa forse perché affascinante e gonfiato è il “racconto” del progetto e della realizzazione di esso. 
Personalmente, ho amato e difeso Apocalisse prima di vederlo. Vedendolo, non c’è quasi una scena che non deluda, rispetto al racconto che se ne poteva avere o immaginare prima. Eppure il film non delude, non può deludere. Appunto perché non esiste. Neanche come kolossal, si diceva. Chiunque abbia visto più di cinquanta film resta infatti colpito qui non tanto dall’esibizione (tipica dei kolossal), quanto dallo spreco che si manifesta in ogni minimo dettaglio. L’Attore ultrapagato compare solo alla fine, e dietro ogni immagine si avvertono le altre mille immagini e inquadrature che sono state girate e non scelte, si intuisce uno spreco enorme di lavoro, di pellicola, di tempo, di 70 mm eccetera. Anzi, “si sa” che è così: ma solo perché Coppola lo ha gridato ai quattro venti, lo ha urlato nelle conferenze stampa, non potendo mai fino in fondo sperare di mostrarlo nel film.
Quanti film ci sono nel cassetto di Coppola? Potrebbe vivere montando e rimontando un Apocalisse ogni due anni. E sarebbe più giusto. Ma Apocalisse è un film onesto e ingiusto. Mostra tutta la sua insensatezza, fino a far ridere. Rimane spietatamente solo Cinema. Ha la gratuità di ogni film, moltiplicata per ogni fotogramma. È un film ricco che sembra povero cineamatoriale. Un film di guerra intimista.

 

Tant’è che la trama più affascinante resta quella delle fotografie dei nastri registrati che separano l’apparizione di Brando: ciò che avrebbe potuto essere girato con il budget della Conversazione. Tant’è che il film risulta anche tecnicamente “non montabile”, e Coppola ricorre sistematicamente alla dissolvenza, e alla sovraimpressione, dando già all’inizio la cifra finale di tutto il film, con la straordinaria serie di dissolvenze e sovrimpressioni triple (e più) accompagnate dalla non meno straordinaria This is the End dei Doors. E proprio vedendo La conversazione in televisione si capiscono – per associazione – altre due cose che concorrono alla modernità paradigmatica di Apocalisse. La gratuità formale televisiva, e la quasi totale dipendenza dal suono, dalla stereofonia, dal dolby, dalle dieci, cento, mille piste.
Senza Wagner, a orecchi chiusi, anche l’assalto degli elicotteri di Duvall alla baia del surf risulta piatto, girato così e così. Parecchi spettatori di “provincia” – senza 70 mm, ma soprattutto obbligati a un sonoro appiattito – sono rimasti poco interessati. E la trovata più geniale del film è la nave dei folli del rock, il trip alla radiolina in cui si trova immerso Martin Sheen.
Nel rollio continuo della barcaccia, si ritrova la musica degli stadi, degli appartamenti, delle discoteche, l’insoddisfazione Rolling, la cultura totalmente spezzettata ricomposta solo dalla radio-televisione. Per il resto, le decine di elicotteri inquadrati sono semmai l’implosione del concetto di kolossal. Il kolossal si autodistrugge con l’accumulazione di sé, dopo aver già distrutto tramite il catastrofico il genere “realtà” (del disastro; lo mostra in questi giorni la spaventosa facilità con cui ci si è abituati dall’oggi al domani all’ipotesi di guerre su vasta scala). Gli elicotteri non fanno più impressione di un drappello di cavalleggeri in un film di Ford. 
Di certo, l’ingenuità apocalittica di Coppola è la vera fine: è il Vietnam del Cinema, sconvolto in una serie di contraddizioni. Un kolossal da discoteca, da radio, da televisione, che mostra la linea d’ombra su cui si muove tutto il Cinema americano “di successo”: il quasi totale affidare alla forza (poco controllata) del sonoro, immagini sempre più lavorate e elaborate fotograficamente (luci, colori, valori plastici delle “cose” riprese) ma sempre meno curate e necessitate dal punto di vista compositivo e strutturale complessivo. È così nel film da “laboratorio” di Lucas e Spielberg, figuriamoci se poteva non esser così in mezzo alla giungla (ma Cimino?).
In questo tornare a essere pura realtà, proprio mentre si vuol fare del cinema quasi “maledetto” e da artista, è il fascino definitivo di Apocalisse, e il suo porsi come definizione catastrofica della modernità del Cinema d’oggi in perfetta opposizione col film-cardine degli anni settanta, il Barry Lyndon in cui Kubrick tenta di controllare gli stessi elementi che Coppola si limita a mettere in gioco. 
Per coerenza (gratuita forse, o se vogliamo, poco costosa), Coppola dovrebbe ora sul serio continuare a giocare. Ha già speso, in riprese e pubblicità. Ha già fatto l’uso più sensato che si può fare di un esercito e di una forza militare (farne un film). Dopo questa produzione geniale, potrebbe dar da montare le sue decine di ore di produzione a cinque, sei, otto registi diversi, far fare tanti altri film diversi e possibili e plausibili (con slogan vietnamitico: uno dieci mille apocalissi). Capire che non sono sue, come suo non è il finale. Compiere l’operazione ultima e definitiva, per un regista autore non scevro da ambizioni: offrirsi come repertorio, darsi da montare. 
Forse dentro ogni kolossal possono annidarsi tanti piccoli film: anche nei film più personali, anche in un Novecento di Bertolucci (che intanto fu l’occasione per i film di Giuseppe Bertolucci e di Amelio). Permettere a altri di aggirarsi tra gli sguardi e gli accadimenti che – spesso imprevisti – succedono sul set e si nascondono nelle immagini finché un altro montaggio non riannoda o inventa. Forse, sarebbe l’unico modo per superare le manie piccolo-borghesi (fino allo spreco superomistico) che si aggirano in tutto il Cinema americano di oggi. Coppola compreso. E insomma: amo le dieci apocalissi che si nascondono oltre la piccola Apocalisse coppoliana.

[Il Patologo, 3, 1981]

(Enrico Ghezzi, “Paura e desiderio”, Bologna, Bompiani editore, 1995, pp. 136 – 138)

“Pacific Rim” sta arrivando


28 May

Genius-Pop

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