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The Post di Steven Spielberg secondo Paolo Mereghetti (il coraggio di Meryl Streep editrice che anima una grande inchiesta)


16 Jan

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È la macchina da presa di Spielberg che giuda l’occhio (e il cuore) dello spettatore

Una storia che ne racconta due: quella di una stampa che vuole essere libera di fare il proprio mestiere senza preoccuparsi degli interessi del Potere e quella di una donna che cerca la propria voce in un mondo tutto di maschi. A raccontarle è Steven Spielberg con The Post, il film che ricostruisce i giorni del 1971, in cui Katharine Graham (Meryl Streep) si trovò a scegliere quale futuro voleva per l’industria di famiglia. Cioè la casa editrice che pubblicava il Washington Post e che si era trovata a dirigere dopo il suicidio del marito.

Il nodo del contendere è il diritto a pubblicare i cosiddetti Pentagon Papers, cioè le migliaia di pagine che l’ex Segretario della Difesa Robert McNamara (Bruce Greenwood) aveva fatto redigere — e secretare — per ricostruire la politica americano in Vietnam, che dai tempi di Truman e Eisenhower e poi di Kennedy e Johnson aveva nascosto la verità sull’intervento nel Sud Est asiatico. E che Nixon, alla vigilia della sua possibile rielezione nel 1972, continuava a usare per nascondere la tragedia in cui mandava a morire migliaia di giovani. Il film, però, non racconta come la stampa entrò in possesso di quei materiali. O meglio, per farlo se la sbriga in poche scene iniziali, quando mostra Daniel Ellsberg (Matthew Rhys), che dopo essersi reso conto delle falsità divulgate dalla politica decide di fotocopiare le 7mila pagine del rapporto: le fa avere, in parte, al New York Times innescando la gelosia professionale del direttore del Washington Post, Ben Bradlee (Tom Hanks), deciso a trovare l’integralità dei documenti per pubblicarli.

È a questo punto che la sceneggiatura (dell’esordiente Liz Hannah, poi rivista da Josh Singer, premio Oscar per Spotlight) si «biforca», affiancando al coriaceo direttore del giornale di Washington la sua inesperta proprietaria. Anzi, se l’inchiesta giornalistica è più appassionante anche scenograficamente (come si lavorava nel 1971: le macchine da scrivere, i telefoni a gettone, le linotype, i pedinamenti, i trucchi del mestiere), il vero nodo del film è il percorso dell’editrice che deve decidere che cosa fare e che cosa pubblicare. Non solo perché Nixon fa di tutto per fermare i giornalisti, ma perché fino ad allora i rapporti tra stampa e potere erano stati molto opachi, specie per una donna come Katharine Graham abituata a frequentare presidenti e senatori.

Spielberg si trova così a dirigere una serie di incontri riservati nella casa della Graham o negli uffici del Post, scene a due o a tre dove il rischio della staticità e della fissità è altissimo. Le evita con una macchina da presa mobilissima che mette spesso al centro proprio lei, prima titubante e afasica e poi sempre più determinata e decisa. Certo, la Streep è grandissima nel restituire i tentennamenti e i dubbi del suo personaggio e riesce persino a farci sentire i suoi pensieri e i suoi dubbi senza proferire parola. Ma è la macchina da presa di Spielberg che giuda l’occhio (e il cuore) dello spettatore, all’inizio schiacciando la Graham dall’alto e poi facendola risorgere vincitrice con riprese dal basso. Attribuendole quell’importanza che i suoi consiglieri maschi non sono disposti a riconoscerle, ma che invece faranno le altre donne (la moglie di Bradlee, le militanti pacifiste all’uscita dell’udienza in tribunale). In questo modo anche Tom Hanks si ritaglia un ruolo che non è solo quello del super-giornalista ma piuttosto di un testimone maieuta, che accompagna e favorisce la presa di conoscenza e la crescita politica della sua «controparte». Preparando il giornale a quello che sarà il successivo scoop del Washington Post, l’affare Watergate.

In questo 2018, dormite, dormire conviene di più…


09 Jan

Post Meryl Streep

 

Eh sì, le persone inebetite, che si bevono tutto, paradossalmente vivono tranquille, non sono di disturbo per nessuno e ridono, scherzano, abbracciano a cuor aperto la vita, in sconsiderata idiozia della loro bambolaggine. No, bimbaggine non esiste, anche se il vostro word darà errore a entrambi i termini. Il primo invece è corretto, controllate nei dizionari, ed è quel comportamento infantile che oggigiorno vien definito tipico dei “bimbi minchia”. Definizione quanto mai agghiacciante, volgarissima, e coniata forse da qualche siculo annoiato che abusa di termini come “arruso”, che in siciliano significa “bambolina”, cioè frocio. In questo mondo infantile, i cosiddetti adulti sono più immaturi dei bimbetti che sfottono. Che semmai si rivelano molto più in gamba e intelligenti di chi li accusa di essere degli scemi.

Sì, l’Italia è stata sempre il luogo, per antonomasia, dei più biechi luoghi comuni, delle facili etichette, delle storpiature delle anime, un posto in cui si “travi(s)a” la verità per “acconciarla” secondo il proprio solipsismo e gli umori passeggeri. Paese di volatilità, di estrema futilità, esterofilo nel peggio, cafone e che ama riempirsi la panza di cazzate per evadere dalle proprie responsabilità, fra morali ribaltate a piacimento ed edonistici sfoggi di falsa sapienza. Sì, molti non sono sapienti ma saccenti, ed essere saccenti significa vantarsi di qualità, spesso intellettuali, che non combaciano con la realtà.

Sì, un Paese ove tutti si coprono dietro i pezzi di carta che par debbano attestare una certa, presunta superiorità, e straparlano, aprono bocca spesso a sproposito sull’Arte, millantando doti “critiche” alquanto infondate, in quest’impazzimento di tuttologi dell’ultima ora, d’improvvisati conoscitori del Cinema, di esibizionisti di un sapere quasi sempre ampolloso, retorico, generalista e mai davvero senziente della voglia, della necessità di approfondire alcunché. In questa fiera, appunto paesana, del qualunquismo mascherato dietro ruoli “rispettabili”, dietro la “giustezza” di uno status sociale che sembra dia a chi lo possiede il diritto di legiferare sul prossimo con screanzata, dico io, autorevolezza. D’altronde, ha sempre funzionato così, e dunque par “legittimo” non doversene dolere, non arrabbiarsi e non far sentire la propria voce, altrimenti ti ammutoliscono, zittiscono “strategicamente” con l’arma più ipocrita e meschina, quella del ricatto. Del licenziamento della tua anima, tanto delle anime tutti se ne fregano.

Oggi, ho contattato una ragazza che faceva (sì, in quel momento faceva solo quello, se ne fa… in altri momenti e anche movimenti? Dopo lo scopriremo) bella mostra della sua bellezza su Facebook, scrivendole solo, dico solo, che è molto bella. Lei mi ha risposto che non vuole essere disturbata nella sua “privacy” e non ama le persone invadenti. Ecco, se io fossi stato Dustin Hoffman, vecchiotto ma ricco e famoso, questa “invadenza” le sarebbe “suonata” come qualcosa di speciale, da “approfondire”… Ma forse anche no, visto che tutti e tutte sono ammorbati da questa nuova moda degli scandali sessuali e, tumefatti da questo moralismo medioevale, il mio dirle che è molto bella sarebbe stato “tacciato” di essere un’avance indiscreta… da attore “abusante” giovani illibatezze, non so se virginali… che voglion esser abusate solo da chi di potere, sì, abusa eppur è bravo, di delicatezza,  a “bussare” con tempistica moderatezza. E poi Dustin Hoffman è brutto. Questa vuole, sì, i soldi, ma anche la bellezza. Macché! Secondo me non le va bene neanche il Pitt. Col passare dei secondi, credo che questa scopi solo nelle sue fantasie e nella masturbazione mentale di compiacersi di piacere. Ma per favore!

Lasciamola e lasciate perdere questa stronzata, gioco di “lingua” del mio esser paroliere e non di queste donne un sensuale “parrucchiere”. Ah, le donne. La loro massima preoccupazione settimanale è l’appuntamento fisso dalle “acconciatrici”, esigendo da codeste pettinature da Barbie. Ah, anche le sbarbine più barbose son permalose se i loro amanti, vedendo che son mal di “peli” combinate, non si comportano a letto da “fini” barbieri… Sì, vanno su tutte le furie se, dopo il lavaggio e il taglio, son rimaste le doppie punte, scaraventano il giornaletto “scandalistico” su cui hanno appena letto della rottura fra il Principe “gallo” del Galles e la baronessa sul pisello, e si lamentano, inscenando disperazioni da donne del Biafra. Poi, tornano a casa e sgridano il figlio perché l’hanno scoperto che faceva lo “shampoo” a una coniglietta di Playboy in un gioco di mani da “vero” massaggiatore dei suoi proibiti bulbi “capelluti”.

Sì, poi ci sono quelle donne manager che son contente se la figlia è contenta… fin qui, mi pare un atteggiamento affettuoso e normale. Non tanto normale diventa quando la figlia non è contenta di diventare donna in carriera e vorrebbe semplicemente servire ai tavoli, ma deve essere contenta che la madre voglia per lei una vita che in realtà la scontenta. Ah, le ambizioni imposte sono quanto di più criminoso possa esistere.

Poi, ci sono gli psicologi. Stamattina, per radio il solito Morelli, il propugnatore di benessere della mutua, sosteneva che la solitudine non è poi tanto un male e non è indispensabile essere persone socievoli e socialmente realizzate. Sì, intanto lui campa grazie ai disadattati che abboccano alle sue frasi consolatorie da parroco delle ca(u)se perse. E si fa intervistare in diretta nazionale! Sì, insomma, questa mania dei following deve finire, è ora che questo abominio venga ridimensionato, anche se nessuno vi caga, avete da portare fuori il cane a pisciare. State tranquilli che lui vi seguirà se gli date da mangiare. Lo sanno i mariti di quelle donne “casalinghe” mantenute a base di gioielli e di scopatine una tantum per “soddisfarle”… che poi il marito le tradisca con delle cagne sui viali, a loro non ne “viene”…

Ah, hai ottenuto soddisfazione? Molta gente va a vedere un film e non ne esce soddisfatta. Voleva solo ridere per distrarsi dal lavoro e invece aveva scelto una pellicola di Ken Loach.

Eh sì, nella vita essere svegli come me non conviene. Si vien presi per pazzi, per persone da “educare” perché giustamente polemiche, troppo indagatorie, introspettive, profonde e dunque “disturbate e disturbanti”. Con Abel Ferrara però lego parecchio! Ah ah! Eppur mi dicono che soffro di melanconie alla Addiction!

 

Ma sì, andiamo a vedere Carlo Verdone che urla in romanesco!

Ma sì, è “meglio” la Benedetta Follia innocua, da due soldi, rispetto a chi ama sempre non fidarsi delle false, accomodanti, bugiarde versioni dei fatti.

Ah, dimenticavo. Questo mio post è sconnesso e incasinato, e salta di palo in frasca, quindi sarà utile solo per due/tre persone sveglie.

D’altra parte, a chi mai interessa uno che scrive libri? Oggi, la gente, come in tutte le epoche, vuole l’agiatezza economica, delle trombatine, non farsi “trombare” e avere qualche amichetto che lecchi il culo. Ed è “felice”.

Il motto della società “moderna” di oggi è godere, godere, godere e non rompere il c… o con le tue “strane” idee di cambiamento.

 

Mi faranno santo, anche se diranno che non ho avuto una vita sana.

 

 

di Stefano Falotico

Genius-Pop

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